I crimini di Assad e dei suoi alleati Russia e Iran, un reportage de Il Giornale

Igor afferra il passamontagna, se lo cala in testa scende tra le rovine. È nato in Siberia 34 anni fa. Per almeno otto ha prestato servizio nei paracadutisti. Ora è un russo senza volto tra le macerie di Khan Shaikoun, la cittadella a sud di Idlib riconquistata dall’esercito siriano grazie all’appoggio chiave di Mosca. Gli americani lo chiamerebbero «contractor». A Igor la parola non piace. «Niet niet siamo sicurezza privata», protesta mentre ci accompagna tra le macerie della città. Tra le braccia stringe un AK12, l’ultima versione del vecchio kalashnikov. Con la canna dell’arma ci mostra dove non mettere i piedi «Mine tovarish taliansky mine achtung», ci spiega nel suo linguaggio rudimentale, ma efficace.

Gli uomini senza volto come Igor, ex militari reclutati e pagati da agenzie private al servizio del ministero della Difesa di Mosca, sono ovunque. Accompagnano i giornalisti, controllano le vie d’accesso, discutono con gli ufficiali dell’esercito siriano trasformati in comparse mute e confuse. La battaglia di Khan Shaikoun, conclusasi pochi giorni fa, sembra il preludio della riconquista di Idlib, l’ultima provincia siriana ancora sotto il controllo di Tahrir al Sham, la costola siriana di Al Qaida, e degli altri gruppi jihadisti al soldo della Turchia.

In questa battaglia la Russia ha cambiato ancora una volta le regole del gioco imponendo la propria legge con la forza delle armi e della strategia politica. Nel settembre di un anno fa Mosca strinse un accordo con iraniani e turchi. In base alle intese firmate ad Astana nel settembre 2018, l’esercito di Ankara era autorizzato a creare dei centri di osservazione all’interno della provincia siriana per contribuire, d’intesa con i russi, a disarmare i ribelli garantendone l’evacuazione. Ma non è andata così. Nonostante la presenza turca, i 12mila militanti qaedisti di Tahrir Al Sham, tra cui oltre 4mila combattenti stranieri provenienti da tutta la galassia islamista, Cina compresa, hanno preso il sopravvento costringendo anche i gruppi jihadisti armati e finanziati da Ankara a seguire i loro ordini. E la Turchia è stata al gioco. «In verità Erdogan non ha mai avuto intenzione di stare ai patti perché, dopo aver disarmato quelli di Al Qaida avrebbe dovuto per forza portarseli in Turchia», spiega a Il Giornale Mohammed Fadhi Sadoun, il vice sindaco di Khan Shaikhoun da poco rientrato in città. «Per questo – continua il vice sindaco i servizi segreti turchi hanno da una parte lasciato mano libera ad Al Qaida mentre dall’altra hanno continuato ad armare le milizie jihadiste sotto il loro controllo.

Il piano era semplice. Speravano che l’esercito siriano e i russi facessero fuori Al Qaida e che il controllo della provincia restasse ai loro miliziani. Ma si sbagliavano perché l’esercito siriano ha sloggiato entrambi». In verità a far saltare i piani turchi ci ha pensato Mosca. Nella strategia del Cremlino, Idlib rappresenta lo scacchiere fondamentale su cui giocarsi il futuro strategico e politico della Siria. Mentre Erdogan giocava con Al Qaida e gli altri gruppi jihadisti, Mosca ha riaddestrato, riarmato e riorganizzato le unità più efficienti dell’esercito siriano garantendosene il pieno controllo. Con quest’opera di sostanziale ristrutturazione dell’apparato militare siriano i russi hanno raggiunto un doppio obbiettivo. Da una parte hanno reso superfluo il coinvolgimento di Hezbollah e di tutte quelle milizie irachene e afghane controllate dai pasdaran iraniani fondamentali, in passato, per garantire il successo delle offensive di Damasco. Mettendo fuori gioco gli iraniani, come promesso da Vladimir Putin agli israeliani, il Cremlino ha di fatto assunto il pieno controllo delle operazioni sul terreno.

La presa di Khan Shaikoun è diventata così la prova generale di un’offensiva destinata non solo a metter fuori gioco le forze ribelli, ma anche a disegnare il futuro politico della Siria. Tra i resti della Khan Shaikoun liberata il disegno è assai evidente. Nella spianata della moschea cittadina il generale russo Ravil Moughinov, 54enne comandante di una task force responsabile della ricostruzione, ha già assunto il pieno controllo della situazione. A tre giorni dalla ritirata di Tahrir Al Sham il generale ha avviato la ricostruzione della scuola e la distribuzione di pacchi di viveri con il simbolo della repubblica russa. «Il nostro obbiettivo – spiega con fare suadente – non è più combattere, ma ricostruire.

La Russia vuole dimostrare che è possibile ritornare alla pace. Siamo stati i primi a intervenire quando nessuno muoveva un dito per fermare l’Isis e gli altri gruppi terroristi, ora vogliamo aiutare la Siria a risorgere dalle sue ceneri». Tutt’attorno qualche centinaio di civili, rientrati dopo quattro anni di esilio forzato dai villaggi e dalle città vicini, inneggiano non solo a Bashar Assad, ma anche a Vladimir Putin e all’aiuto russo. «Il mio povero figlio aveva solo 24 anni e i ribelli me l’hanno ammazzato. Ma Bashar Assad da solo non poteva proteggerci. Senza i russi ci avrebbero uccisi tutti. Per questo la Russia – spiega Ruba Hazlim, un’anziana sunnita con il capo velato – è diventata la nostra seconda madre». E Mosca – come s’incomincia a capire qui a Khan Shaikoun – ben difficilmente si tirerà indietro. Il nuovo fronte è solo tre chilometri a nord della città. Lì c’è ancora Tahrir al Sham. Lì ci sono ancora i miliziani jihadisti amici di Ankara. Da lì inizierà la nuova fase dell’offensiva destinata a fermarsi solo al confine turco. Solo a quel punto il Cremlino potrà a giocare a tutto campo e inseguire l’obbiettivo più ambizioso. Ovvero ridisegnare i futuri assetti politici e istituzionali di una nazione esausta e distrutta. 

Gian Micalessin, Il Giornale 30 agosto 2019

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