Primo Levi: la memoria come forma di resistenza
Una conversazione con Enzo Biagi sulla persecuzione, il Lager e la fragile linea che separa la civiltà dalla barbarie. L’intervista tratta dal libro “Tramonto dei Giusti” di Pino Pelloni
Una lunga conversazione con Primo Levi, a Torino, in un ufficio della Einaudi. Barbetta e occhiali, uno sguardo che sapeva leggere nelle avventure umane. Aveva un’aria tranquilla pacata, severa. Diffondeva sicurezza.
Dottore in chimica, scrisse due libri che, e non solo per me, sono classici. Ricordano l’antico dramma di Giobbe: il giusto oppresso dall’ingiustizia. Ha narrato le sue esperienze. Auschwitz e le peripezie del viaggio di ritorno, per liberarsi (ma non ci riuscì) di un peso. Quella lontana estate del 1938! Tutto cominciò con qualche recensione di opere antisemite, due o tre articoli di giornali, e molti si illudevano che si trattasse “di qualche eresia del fascismo”, poi si è visto che non era così.
Questo fu il racconto di Primo Levi:
«Io mi sentivo ebreo, da una stima vaga, al 20 per cento: mio padre e mia madre e i miei nonni lo erano, ma praticanti abbastanza poco, l’equivalente della comunione ogni tanto, e più che altro per ragioni sociali, tradizionali. L’appartenenza ad una certa cultura devo dire che era molto scarsa; il fatto di essere quasi integralmente assimilati, di parlare la lingua degli italiani, di avere le stesse abitudini, di vestirsi alla stessa maniera, un aspetto fisico che non si distingue in nessun modo erano fattori di rapida assimilazione. Ho letto poi alcune statistiche: anche senza quella legge, l’ebraismo sarebbe sparito perché i matrimoni misti erano molto numerosi». Non frequentava la sinagoga, la comunità si ritrovava per la vita religiosa, poi c’era un orfanotrofio, una scuola, una casa di riposo per gli anziani e per i malati. Continuò a studiare, arrivò alla laurea. C’erano tante piccole angherie: proibita la radio, ma poi, siamo sempre in Italia, te la davano lo stesso, vietata la donna di servizio, ma poi la tenevano ugualmente. Ma altri casi erano più tragici: impiegati dello Stato, insegnanti, che si sentivano magari fascisti, e che venivano scaraventati fuori. C’è il caso di uno, Di Jesi, mutilato di guerra in Africa e medaglia d’oro, che si sentiva ancora camicia nera nonostante tutto, ma andava a spaccare le vetrine dei bar di via Roma dove avevano scritto “Gli ebrei non sono desiderati”. Commentava Levi: «Era rimasto entrambe le cose».
Nonostante gli avvertimenti, chiudevano gli occhi «per questa stupidità intrinseca all’uomo in pericolo»: ascoltavano i racconti degli scampati che riferivano fatti spaventosi, ma li vedevano lontani o romanzeschi, o frutto di propaganda: si tende sempre ad ingigantire le atrocità dell’avversario. Il ragazzo Levi diede gli esami e andò, anche con gli amici cristiani, in montagna «con il vago presentimento che l’allenamento al freddo, alla fame e a decidere sarebbe servito».

– Quando è arrivato l’8 settembre?
«Io stavo a Milano, lavoravo regolarmente per una ditta svizzera, la Wander, quella dell’Ovomaltina, perché non era così impossibile trovare un impiego, anche ben pagato; siccome la maggior parte degli italiani non ebrei erano sotto le armi, le occasioni non mancavano. L’8 settembre sono ritornato a Torino dove c’erano i miei, sfollati in collina, per decidere il da farsi e avevamo pensato che era meglio star fuori dalla città perché, a questo punto, la minaccia era veramente troppo vicina. I tedeschi erano già venuti».
Infatti il 1° dicembre 1944 la Repubblica sociale inaugurò i campi di concentramento. E Primo Levi, che era partigiano in Val d’Aosta, venne catturato e gli dissero: «Se sei ebreo ti mandiamo dietro i reticolati a Carpi, se sei un ribelle ti mettiamo al muro».
– Che cosa vuol dire lager?
«In tedesco almeno otto cose diverse, compresi i cuscinetti a sfere. Significa accampamento, luogo in cui si riposa, giaciglio, magazzino, ma nella terminologia attuale, anche in Germania, è il campo di concentramento, un luogo di annientamento. Auschwitz era qualcosa di poco reale, lo sbarco in un mondo imprevisto in cui tutti urlavano, in cui si faceva fracasso a scopo intimidatorio. Siamo stati privati dei bagagli prima, degli abiti poi, delle famiglie subito. Penso che a sopravvivere mi ha aiutato principalmente la fortuna, perché non c’era una regola che stabilisse chi doveva farcela il più colto o il più ignorante, il più grasso o il più magro, il più devoto o il più incredulo; poi, a molta distanza, la salute e una mia curiosità che non mi ha permesso di cadere nell’atrofia, nell’indifferenza, che era mortale. Chi si riconosceva in una fede, religiosa o politica, chi percepiva se stesso non più come individuo, ma come membro di un gruppo ne era molto aiutato; anche se me ne vado, la mia sofferenza non è vana… Ma io quella fede non l’avevo».
Mi spiegò la differenza tra i Lager del Reich e quelli sovietici: i russi hanno avuto un numero di vittime paragonabile ai nazisti, ma c’era una diversità fondamentale: Stalin voleva lo sfruttamento e stroncare una resistenza alle sue decisioni. Hitler lo sterminio di un popolo. Rievocò anche qualche momento di vita umana:
«In un giorno di sole, di luce, durante una marcia, ho cercato di insegnare l’italiano a un mio compagno di prigionia, recitandogli il canto di Ulisse, che non sapevo bene, così a brandelli; era un francese e aveva capito quanto fosse importante ripescare in fondo alla memoria un ricordo di scuola, un ricordo di poesia.» «E poi, il giorno del Kippur, del digiuno, che nessuno rispettava, perché eravamo tanto affamati; in fila per la zuppa, davanti a me c’è uno della mia baracca che conoscevo poco, un lituano, che si è presentato avanti al Kapo, un politico, comunista tedesco, un gladiatore, un omaccione grande e grosso, pieno di cicatrici, molto sveglio con i pugni, e il piccolo ebreo lituano si è messo sull’attenti come era prescritto, e ha detto “Signor superiore, per piacere, non mi dia la razione, me la tenga fino a domani, perché io stasera non posso mangiare”, e l’altro, sconvolto per lo stupore, ha detto di sì e gli ha chiesto: “Perché lo fai?”, e quello: ”Perché sono credente e privandomi del cibo non solo faccio ammenda dei miei peccati, ma anche di quelli degli altri e forse anche dei suoi, Herr Kapo”».
– Che cosa significa essere ebreo?
«Un’infinità di posizioni, uno spettro che va da un estremo all’altro. Da una parte c’è l’ebraismo totale: è un fatto religioso, tradizionale, linguistico, nazionalistico se vogliamo, con molte sfumature; e dall’altra c’è l’ebraismo anagrafico che consiste nel rifiutare tutto se è possibile: la tradizione, la cultura, la fede, e comportarsi esattamente come il popolo presso cui il singolo, appartenente alla minoranza, abita. Nella realtà, ogni ebreo si sceglie una sua nicchia in qualche punto di questo spettro e la vive come desidera o come può».
– Come ha vissuto ad Auschwitz?
«Sono stato un anno non nel campo centrale, ma nel più grosso dei sottocampi di 12.000 prigionieri, che era incorporato nell’industria chimica, il che è stato provvidenziale per me perché io ero, e sono tuttora, laureato in chimica, e dopo dieci mesi passati come manovale ho avuto la possibilità di trascorrere gli ultimi due mesi, ma erano i più freddi, in laboratorio. C’erano due allarmi al giorno e la mia attività consisteva nel portare in cantina tutte le apparecchiature e riportarle su appena suonava la sirena del cessato pericolo, ma tutti i vetri erano saltati, mancava l’acqua, mancava il gas, mancava la corrente elettrica e quindi era un lavoro puramente fittizio, con i russi a 40 chilometri già a portata di artiglieria».
– Che cosa mancava maggiormente? La facoltà di decidere, si sentiva il disagio fisico…
«In primo luogo il cibo. Questa era l’ossessione di tutti, di cui non ci si liberava mai».
– Non pesava di più la nostalgia?
«Pesava soltanto quando i bisogni elementari erano soddisfatti. Perché è un dolore umano, un dolore ragionevole, un dolore al di sopra della cintola, diciamo, che riguarda l’uomo pensante, che gli animali non conoscono, e la vita del Lager era animalesca e le sofferenze che prevalevano erano quelle delle bestie, appunto la fame, il freddo, essere mal coperti. E poi venire picchiati, quasi tutti i giorni, quasi tutte le ore. Anche un asino soffre per le botte, per la fame, per il freddo, anche un cane, e nei rari momenti in cui capitava che le sofferenze primarie cessassero, e accadeva molto di rado, allora affiorava quella categoria di dolori fra cui la nostalgia, l’esilio, la famiglia perduta, il pericolo, la paura della morte, anche. Stranamente l’angoscia della morte era relegata in secondo ordine. Io ho raccontato nei miei libri la storia di un compagno di prigionia condannato alla camera a gas: lo sapeva, ma sapeva anche che in quella baracca, per usanza, si concedeva una seconda razione di zuppa a chi doveva andare a morire e lui, siccome avevano dimenticato di dargliela, ha protestato. È andato a dire:
”Ma signor Kapo, io vado nella camera a gas, quindi devo avere un’altra razione di minestra”.»
– Lei ha raccontato che nei Lager si verificavano pochi suicidi: la disperazione non arrivava che raramente a portare all’autodistruzione.
«Sì, l’ho visto ed è stato poi studiato da specialisti, da sociologi, da fisiologi, il suicidio era raro. Le ragione addotte dagli scienziati sono molte: personalmente ne propongo una, ed è quella che dicevo prima: cioè che gli animali non si ammazzano. E noi eravamo piuttosto animali che uomini».
Nel 1987 Primo Levi si è tolto la vita.
(Intervista pubblicata nel libro Il Tramonto dei Giusti. I crimini di guerra e le resistenze europee al nazifascismo di Pino Pelloni – Com.Unica Libri, terza edizione)
Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) è stato uno scrittore, chimico e partigiano italiano, superstite dell’Olocausto, autore di racconti, di un romanzo, di memorie, saggi e poesie. Partigiano antifascista, il 13 dicembre 1943 fu arrestato dai fascisti in Valle d’Aosta, inviato in un campo di raccolta a Fossoli e, nel febbraio 1944, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebreo. Scampato alla morte nel lager, tornò in Italia e si impegnò a raccontare le atrocità viste e subite dai prigionieri. La sua opera più famosa è Se questo è un uomo, il resoconto delle proprie esperienze nell’anno vissuto nel campo di concentramento nella Polonia occupata dai nazisti: il libro è considerato un classico della letteratura mondiale.
Enzo Biagi (Lizzano in Belvedere, 9 agosto 1920 – Milano, 6 novembre 2007) è stato un giornalista, scrittore, conduttore televisivo e partigiano italiano (ha fatto parte delle brigate Giustizia e Libertà, legate al Partito d’Azione). È stato uno dei volti più popolari del giornalismo italiano del XX secolo.
