Nel Discorso all’Europa pronunciato a Vienna, la giornalista-storica americana naturalizzata polacca invita il continente a non cedere alla nostalgia autoritaria, alla pressione russa e alla nuova ostilità americana. La risposta, dice, non può essere solo morale: deve diventare politica, tecnologica, economica.

A Vienna, nella Judenplatz, la memoria non è mai soltanto memoria, è il luogo in cui l’Europa può guardare il proprio passato senza potersi permettere la consolazione dell’oblio. È qui che Anne Applebaum, storica, giornalista, premio Pulitzer, ha pronunciato il suo Discorso all’Europa 2026, intitolato significativamente Il momento europeo: non una commemorazione, ma una chiamata alle armi civili, un appello a difenderne la sostanza prima che ne resti soltanto il guscio.

Applebaum parte da una domanda semplice, quasi teatrale: perché siete qui? Perché venire ad ascoltare un “Discorso per l’Europa” in una sera di maggio? La risposta è doppia. Da una parte c’è il ricordo della catastrofe: la guerra, l’Olocausto, l’odio, la fame. Dall’altra c’è il timore che qualcosa di quella catastrofe possa tornare, magari con altri nomi, altri slogan, altre piattaforme, altri leader. L’Europa del dopoguerra, ricorda, non è nata per inerzia. Non è stata il risultato naturale della storia, ma il frutto di una decisione. Tra le macerie di Vienna, Parigi, Berlino, gli europei scelsero di non restaurare semplicemente il mondo di prima. Costruirono istituzioni, trattati, corti, mercati comuni, garanzie democratiche. Crearono un sistema pensato per impedire il ritorno delle ambizioni imperiali e genocidarie che avevano distrutto il continente. È uno dei passaggi più forti del discorso: “L’Europa emersa da questo processo rappresenta un risultato straordinario — anzi, senza precedenti; qualcosa che non ha veri paralleli altrove nel mondo”. Ma proprio questo successo, secondo Applebaum, ha prodotto una pericolosa illusione. Dopo ottant’anni di pace, molti europei hanno cominciato a considerare lo Stato di diritto, la cooperazione, la democrazia parlamentare e l’integrazione economica come realtà naturali, quasi automatiche. Non lo sono.

Il cuore dell’intervento è qui: le istituzioni europee sono sotto attacco. Non soltanto dall’esterno, ma anche dall’interno. La storica vede riemergere linguaggi che sembravano sepolti nei libri di storia: il disprezzo per il parlamentarismo, il nazionalismo etnico, la tentazione teocratica, il culto dell’uomo forte, la distinzione violenta tra amici e nemici. Evoca Lenin, Hitler, Carl Schmitt. Non per fare paragoni facili, ma per ricordare che certe parole non nascono innocenti. Quando si parla di “degenerazione” della democrazia o di “debolezza” del liberalismo, dice in sostanza, si sta riaprendo un archivio oscuro del Novecento.

Poi arriva la Russia. Per Applebaum, la guerra contro l’Ucraina non è una disputa territoriale, non è una lite su qualche linea di confine. È il tentativo di distruggere l’ordine europeo nato dopo il 1945. Il passaggio è netto: “La Russia ha invaso l’Ucraina non solo per distruggere l’Ucraina, ma anche per dimostrare che i trattati non valgono nulla, che le alleanze sono deboli e che la forza bruta decide ancora il destino delle nazioni”. In questa frase c’è la vera posta in gioco. Se Mosca riuscisse a imporre con le armi la propria volontà, cadrebbe il principio secondo cui i confini europei non si cambiano con la forza. E con esso cadrebbe l’idea stessa di Europa come spazio post-imperiale, fondato sul diritto e non sulla conquista. Per questo l’attacco all’Ucraina è anche un attacco all’Unione Europea.

Ma il discorso diventa ancora più duro quando la storica sposta lo sguardo verso Washington. In una versione precedente, ammette, avrebbe parlato dell’alleanza tra Europa e Stati Uniti contro l’autoritarismo russo. Oggi non può più farlo negli stessi termini. La sua diagnosi è severa: sotto l’amministrazione Trump, gli Stati Uniti non sarebbero più interessati a guidare coalizioni democratiche. La democrazia, dice, non è più al centro della politica estera americana. Applebaum descrive un’America che attacca verbalmente gli alleati, impone dazi, minaccia la Groenlandia, umilia l’Ucraina, tratta con la Russia non per una pace giusta ma per interessi commerciali. Soprattutto, vede una convergenza inquietante: Russia e settori dell’amministrazione americana avrebbero motivi diversi, ma un obiettivo simile, cioè un’Europa più debole, più frammentata, meno capace di agire da sola.

Da qui nasce il concetto più importante dell’intervento: la sovranità europea oggi non si misura soltanto in eserciti e confini, ma anche in tecnologia, dati, piattaforme, intelligenza artificiale. “In un’epoca precedente, la sovranità si misurava in eserciti, confini e forza industriale. Oggi deve essere misurata anche in reti, piattaforme e competenze ingegneristiche”. È forse la frase più contemporanea del discorso: senza autonomia digitale, l’indipendenza politica rischia di diventare una finzione.

La risposta, per Applebaum, non può essere la nostalgia. Non basta invocare cattedrali, Dante, Shakespeare, Mozart, la Cappella Sistina. L’Europa non è solo un fondale per influencer o una cartolina di civiltà. È anche Stato di diritto, separazione dei poteri, indipendenza dei giudici, libertà di parola, uguaglianza davanti alla legge. “Chi celebra la civiltà europea attaccando contemporaneamente l’ordine giuridico e politico qui inventato”, dice in uno dei passaggi più efficaci, “difende il guscio di quella civiltà, non la sua sostanza”.

Il finale è un appello alla costruzione. Costruire difesa europea. Costruire tecnologia europea. Costruire piattaforme social e intelligenza artificiale fondate su valori democratici. Conservare i dati in Europa. Realizzare l’unione dei mercati dei capitali. Pensare come “la zona economica più potente del mondo” e agire di conseguenza. Non c’è trionfalismo nel suo discorso. C’è, piuttosto, una forma severa di speranza. L’Europa ha inventato idee brutali, divisive, sanguinose. Ma ha inventato anche il liberalismo classico, la tolleranza religiosa, la democrazia costituzionale. Può recuperare il peggio dal passato, oppure può rendere nuove le sue idee migliori. A Vienna, nella piazza dove la storia pesa più delle parole, Applebaum ha ricordato agli europei che non sono condannati al mondo in cui la forza fa il diritto. Possono scegliere altro. Ma scegliere, questa volta, significa agire.

com.unica, 15 maggio 2026

*Ph. Mateusz Skwarczek (cropped by Oeleau) – Personal Ownership, CC BY-SA 4.0

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