Il giorno in cui gli alleati smisero di capire l’America
Dal disordine strategico alla sfiducia globale: l’analisi di Anne Applebaum su “The Atlantic”
Come una presa d’atto silenziosa, quasi impercettibile: gli alleati degli Stati Uniti smettono di cercare una logica, perché comprendono che una logica non c’è. È questo il punto di rottura descritto da Anne Applebaum* nel suo recente editoriale su “The Atlantic” , in cui si mette in luce il progressivo sgretolarsi della fiducia internazionale nei confronti della leadership americana sotto Donald Trump.
Il cuore dell’analisi è semplice e, allo stesso tempo, destabilizzante. Trump non viene descritto come un leader con una strategia discutibile, ma come un leader privo di strategia. Applebaum lo afferma con una chiarezza disarmante: «Donald Trump non pensa in modo strategico. Non pensa storicamente, geograficamente, né in modo razionale». L’analista parla di un cambio di paradigma. Per mesi, osservatori e leader stranieri hanno cercato di interpretare ogni decisione come parte di un disegno più ampio, attribuendole etichette rassicuranti – isolazionismo, imperialismo – nel tentativo di inserirla in una narrazione coerente. Ma quel tentativo, suggerisce Applebaum, era destinato a fallire.
L’articolo ci porta in un contesto concreto: la crisi nello stretto di Hormuz, bloccato da mine e droni iraniani. Un punto nevralgico per l’energia globale, dove le conseguenze di decisioni precedenti si manifestano con brutalità. Qui emerge il paradosso: mentre la crisi si aggrava, Trump chiede agli alleati di intervenire, quasi ignorando il contesto che lui stesso ha contribuito a creare. Le sue parole suonano come un ordine più che come una richiesta. E soprattutto rivelano una frattura profonda tra percezione e realtà: gli Stati Uniti chiedono solidarietà senza averla coltivata. In altre parole, pretendono alleanza senza aver praticato l’alleanza.
Gli europei, i canadesi, gli alleati asiatici non hanno dimenticato. Ricordano mesi di dazi imposti senza criterio, di dichiarazioni offensive, di minacce più o meno velate. Ricordano frasi che hanno lasciato un segno profondo, come quella (riportata nell’editoriale) secondo cui, in caso di attacco all’Europa, gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti. Ricordano anche l’umiliazione pubblica inflitta a partner storici, la ridicolizzazione del Canada, il disprezzo verso le preoccupazioni di sicurezza europee.
Applebaum sintetizza questa asimmetria con una frase chiave: «Lui non sembra ricordare o preoccuparsi di ciò che ha detto ai loro leader il mese scorso o l’anno scorso. Ma loro ricordano, a loro importa, e sanno». È qui che l’analisi assume un tono quasi narrativo. Ci spostiamo a Copenaghen, dove la minaccia (inizialmente percepita come provocazione) di un’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti ha prodotto effetti concreti. Non solo discussioni diplomatiche, ma scenari impensabili fino a poco tempo prima: pianificazioni militari, ipotesi di scontro tra alleati, persino applicazioni per evitare prodotti americani. È una crisi di fiducia, non solo politica…
Sul piano economico, il quadro non è meno inquietante. Le decisioni relative ai dazi appaiono arbitrarie, spesso legate a impulsi personali più che a strategie commerciali. L’episodio dei dazi alla Svizzera – alzati per antipatia e abbassati dopo doni simbolici – diventa emblematico di una politica estera trasformata in negoziazione personale, quasi feudale.
Ma è sul terreno della sicurezza che le conseguenze diventano più gravi. L’interruzione degli aiuti all’Ucraina, il riavvicinamento ambiguo alla Russia, l’atteggiamento oscillante nei confronti della NATO: tutto contribuisce a un clima in cui gli alleati non si sentono più protetti, né rappresentati. E così, quando arriva la richiesta di intervento nello scenario mediorientale, la risposta è fredda, calcolata. Canada, Germania, Spagna, Regno Unito e Francia scelgono di limitare il proprio coinvolgimento. Non per codardia, ma per consapevolezza. Applebaum lo esprime con lucidità: «È un calcolo: se i leader alleati pensassero che il loro sacrificio possa contare qualcosa a Washington, potrebbero scegliere diversamente».
Il risultato finale è un isolamento che non nasce da una scelta ideologica, ma da una perdita di credibilità. Gli alleati non cercano più di interpretare Trump, perché hanno smesso di credere che ci sia qualcosa da interpretare. In questo scenario, la politica internazionale si trasforma in qualcosa di più fragile e imprevedibile. Le alleanze diventano contingenti, le decisioni reversibili, la fiducia un bene raro.
E forse, come suggerisce implicitamente Applebaum, il danno più grande non è quello immediato, come nel caso di una crisi energetica o di una tensione militare, ma quello che resta dopo: la convinzione diffusa che gli impegni presi oggi possano non valere nulla domani. È lì, in quella crepa invisibile, che si gioca il futuro dell’ordine globale.
com.unica, 22 marzo 2026 (a cura di Sebastiano Catte)
*Anne Applebaum scrive per “The Atlantic”. È anche senior fellow presso l’SNF Agora Institute della Johns Hopkins University e della School of Advanced International Studies. Tra i suoi libri ricordiamo Red Famine: Stalin’s War on Ukraine; Iron Curtain: The Crushing of Eastern Europe 1944-1956; e Gulag: A History, che ha vinto il Premio Pulitzer 2004 per la saggistica generale. Il suo saggio più recente è Autocracy, Inc: The Dictators Who Want to Run the World, pubblicato in italiano da Mondadori (2024). È stata per 15 anni editorialista del Washington Post e membro del comitato editoriale. I suoi scritti sono apparsi, tra l’altro, su The New York Review of Books, The New Republic, The Wall Street Journal, Foreign Affairs e Foreign Policy.
