Come lo zar del Cremlino ha riscritto la realtà per milioni di russi, e perché potrebbe accadere ovunque

Ilya Yashin, oppositore russo rinchiuso in prigione, sente un compagno di cella affermare convinto che l’Ucraina «è piena di nazisti». La fonte? «La tivù.» E quando Yashin gli chiede se si fida della televisione di stato, l’uomo sbuffa: «E che sono, uno stupido? La tivù è piena di bugie!» Eppure ci crede. Questo paradosso – sapere che ti mentono e credere ugualmente – è il cuore di un lungo reportage pubblicato dall’Economist sul nuovo libro di Marc Bennetts, corrispondente da Mosca per il Times, intitolato The Descent.

La tesi di Bennetts è inquietante nella sua semplicità: la propaganda di Putin non ha bisogno di essere creduta per funzionare. Basta che sia onnipresente e incessante. In questo modo riesce a paralizzare la capacità di ragionamento critico, a logorare le difese intellettuali, a produrre quello che l’autore definisce «un delirio collettivo simile a una caccia alle streghe medievale». I russi sanno che il loro governo mente. Ma credono comunque che Putin li salverà da minacce – un’invasione NATO, un’Ucraina nazista – per le quali l’unica prova esistente è la televisione filogovernativa.

Come si costruisce un simile sistema? Bennetts lo ricostruisce risalendo alle origini, attraverso le testimonianze dei protagonisti. Gleb Pavlovsky, uno dei primi spin doctor del Cremlino, racconta di aver organizzato focus group per capire quale fosse il leader ideale nell’immaginario russo. La risposta sorprese tutti: Max Otto von Stierlitz, nome in codice di una spia sovietica immaginaria. Putin imparò la parte: l’ex agente dei servizi, duro ma dalla parte del popolo. Da quel momento in poi, i suoi gestori lavorarono per non associarlo mai a nessun fallimento. Nacque così il mito del decisore onnipotente.

Cruciale, in questo schema, è la figura del «buon zar»: un’idea antica, comune a molte monarchie, secondo cui le ingiustizie non possono essere colpa del sovrano, ma dei suoi cattivi funzionari. È un meccanismo psicologico potentissimo, che scagiona il potere centrale da ogni responsabilità e alimenta una passività diffusa. L’Economist riporta la scena di una anziana abitante di un villaggio avvelenato dai fumi di una miniera di nichel che apostrofa gli ambientalisti che stanno testando l’acqua: «Lasciateci in pace! Noi non decidiamo niente. Tutto si decide lì, a Mosca. Cosa possiamo fare?»

Il risultato è una doppia alienazione: dalla realtà e dalla politica. I parenti russi delle vittime dei bombardamenti su Kiev dicono alle persone sotto le bombe che le esplosioni sono «messe in scena, propaganda americana». I pescatori artici con le barche in rovina esultano per la riannessione della Crimea, una penisola a duemila chilometri che probabilmente non visiteranno mai.

Eppure il sistema non è impermeabile. Dissidenti in una città siberiana hanno messo alla prova la reale popolarità del regime: hanno organizzato un evento «pro-Putin» senza rimborsi né pressioni sui dipendenti delle aziende statali. Si sono presentate sei persone.

La domanda che Bennetts lascia aperta – e che l’Economist rilancia con forza – è la più inquietante: questo potrebbe succedere altrove? Gli strumenti della menzogna di massa sono disponibili a qualsiasi governo disposto a usarli. E se persino persone normali, come la suocera di Bennetts, possono finire per vedere nazisti ovunque e nemici in ogni angolo, allora «quasi qualsiasi società, nelle giuste circostanze, potrebbe cadere sotto il dominio di un tiranno senza scrupoli».

Un libro necessario, in un’epoca in cui la risposta più difficile da dare sembra ancora quella suggerita da un russo che ha disertato per combattere con l’esercito ucraino: «Accendete semplicemente il cervello.»

com.unica 16 aprile 2026 (a cura di Sebastiano Catte)

Fonte: Economist aprile 2026

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