Sull’81° Anniversario della Liberazione, sugli ebrei cacciati a Milano, sugli ucraini aggrediti, e su chi pretende di decidere quali bandiere possano stare nella nostra piazza.

Una riflessione di Luca Aniasi, Presidente Nazionale FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane)

Quello che è accaduto in alcune piazze del 25 aprile 2026 è una ferita aperta, e come tale va guardata in faccia, senza infingimenti.

A Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza, lo spezzone della Brigata Ebraica – insieme ai giovani scout di Hashomer Hatzair, ai dissidenti iraniani, allo striscione di Sinistra per Israele – due popoli, due Stati – è stato bloccato per oltre due ore all’incrocio fra corso Venezia e via Senato da un muro di contestatori, e infine scortato dalla polizia in tenuta antisommossa fuori dal corteo della Festa della Liberazione. Per la prima volta dal dopoguerra. Dalle file dei contestatori sono piovuti slogan come «fuori i sionisti», «assassini», «viva Hitler» e l’oscenità «siete saponette mancate», riferita al ghetto di Varsavia, ai forni di Auschwitz, alla Shoah. E non dimentichiamo che a Roma la Brigata Ebraica non sfila da anni perché è impossibile garantire la sicurezza dei loro esponenti.

A Roma, a Bologna ed in altre città cittadini che portavano la bandiera ucraina sono stati aggrediti con spray urticante; il presidente di +Europa Matteo Hallissey è finito al pronto soccorso con un’abrasione alla cornea. Così come, in alcune piazze, sono state contestate le bandiere degli attivisti democratici iraniani.

La FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane condanna senza ambiguità e senza distinguo tutto questo.

Piena adesione al grido di allarme dell’UCEI e delle Comunità ebraiche

La FIAP esprime la propria piena, fraterna e commossa solidarietà all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e alle Comunità ebraiche di Milano, Bologna e Roma, e fa proprio il grido di allarme contenuto nel comunicato congiunto della presidente UCEI Livia Ottolenghi e dei presidenti Walker Meghnagi, Daniele De Paz e Victor Fadlun. La presidente Ottolenghi ha scritto, in un messaggio agli iscritti, che l’ondata d’odio antiebraico ha raggiunto in Italia livelli che non si vedevano da quasi cento anni. Sono parole che da sole pesano come pietre, e che richiedono dalle istituzioni – e da ogni associazione che si dica antifascista – una risposta all’altezza. La FIAP si associa anche all’appello accorato che l’UCEI ha rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, garante dei valori costituzionali, perché la libertà di manifestare non si traduca mai in intimidazione o discriminazione, e perché venga ristabilita la verità contro chi prova a deformarla.

Una Resistenza che fu anche ebraica. Una Liberazione che fu anche grazie agli Alleati

Cinquemila ebrei del mandato britannico di Palestina combatterono in Italia con la Brigata Ebraica per liberare il nostro Paese, rischiando la vita due volte: come partigiani e come ebrei. Otto ebrei italiani sono stati insigniti della Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza. Nel 2017 il Parlamento italiano ha conferito la Medaglia d’Oro al Valor Militare proprio alla Brigata Ebraica. Trecentocinquantamila soldati alleati morirono per liberarci: li onoriamo nei cimiteri di guerra che costellano la Penisola. Insultare oggi quei vessilli, urlare «saponette mancate» a una ragazzina dello Hashomer Hatzair – il movimento ebraico-socialista che guidò la rivolta del Ghetto di Varsavia nel 1943 – significa sputare sulle tombe dei nostri liberatori. Significa cancellare un pezzo della storia della Resistenza italiana.

Lo abbiamo scritto e ribadito: il 25 aprile non può diventare un’arena geopolitica, né una piazza a inviti. Hanno diritto di cittadinanza le bandiere di chi stava allora, e sta oggi, dalla parte giusta della libertà. Non hanno titolo i simboli di chi stava dall’altra parte allora, e di chi dall’altra parte sta oggi.

Una risposta al presidente nazionale dell’ANPI

Il presidente nazionale dell’ANPI Gianfranco Pagliarulo ha dichiarato che il corteo di Milano non è stato bloccato dalle contestazioni, ma «perché la Brigata ebraica non si è mossa», accusandola di non aver «rispettato i patti» portando le bandiere d’Israele e con esse la stella di David. Sono parole che la FIAP respinge integralmente, pur solidarizzando con la stessa ANPI per l’aggressione armata subita da due suoi militanti e sulla cui matrice va indagato senza indugio.

Addossare alla vittima la colpa dell’aggressione è uno schema antico e sempre indegno. Lo è ancora di più quando lo si fa nel giorno della Liberazione, in nome dell’associazione che dovrebbe custodire la memoria di chi quella Liberazione la pagò con la vita.

E poi: di quali «patti» si parla? Da quando il presidente di una associazione partigiana – che del 25 aprile non è proprietario, ma compartecipe, come tutti noi – ritiene di poter decidere quali bandiere abbiano diritto di sfilare nella festa nazionale della Repubblica? Ricordiamo le parole di Ferruccio Parri all’indomani della costituzione della FIAP: «Noi non abbiamo rotto il fronte della Resistenza, ne abbiamo rotto il monopolio». Quel monopolio non era accettabile allora, non lo è oggi.

E poi: a che titolo qualcuno si arroga il diritto – e per giunta lo esercita in modo assoluto – di ammettere o escludere chi possa prendere parte alle manifestazioni pubbliche di celebrazione del 25 Aprile? La Festa della Liberazione, nella sua impostazione originaria, fa capo unitariamente a tutte le componenti del Comitato di Liberazione Nazionale e del suo braccio armato, il Corpo Volontari della Libertà – il vero esercito di popolo della guerra di Liberazione, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare – e dunque, ancora oggi, alle quattro associazioni partigiane storicamente riconosciute: ANPI, FIAP, ANPC e FIVL. Per decenni queste associazioni hanno gestito insieme protocolli unitari, in accordo con le Autorità locali e con le Forze dell’Ordine, custodendo il pluralismo che fu il marchio originario della Resistenza italiana. Una deriva «proprietaria» – come quella oggi rivendicata da chi pretende di disporre di patti, di bandiere ammesse e di bandiere espulse – nuoce a quella trasversalità e a quel pluralismo che sono il segno autenticamente antifascista della festa, e che i padri costituenti di tutte le componenti vollero come carattere fondativo della Repubblica.

Sempre Ferruccio Parri disse: «Perché una manifestazione possa essere fatta in comune, occorre vi sia la garanzia più evidente, direi la più parlante, che la manifestazione non può servire a nessuna parte politica, e la garanzia automatica di questa neutralità noi la possiamo trovare solo nella contemporanea presenza delle tre (oggi quattro) organizzazioni che lavorano sul piano nazionale»

Ed è una domanda che non possiamo non porre con durezza: come è possibile che, secondo l’ANPI, le bandiere dei nostri liberatori ebraici e statunitensi non possano stare in piazza, mentre vi sono state tollerate – e in alcuni cortei hanno sfilato indisturbate – le bandiere della Repubblica islamica criminale dell’Iran (il regime che opprime, tortura e impicca il proprio popolo, e finanzia il terrorismo internazionale), i simboli di organizzazioni terroristiche come Hezbollah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, le insegne delle autoproclamate «repubbliche-fantoccio» di Donetsk e Luhansk, gemmazioni dell’aggressione russa? Per chi è rimasto fedele al messaggio dei partigiani, non è una domanda retorica. È la differenza tra la parte giusta e la parte sbagliata della storia.

Chiediamo al presidente dell’ANPI di chiarire le sue parole, sperando che siano state male riportate della stampa. Chiediamo al Ministro dell’Interno di garantire, in ogni piazza italiana, il diritto di chi porta la bandiera della Brigata Ebraica e quello di chi porta la bandiera ucraina di sfilare in sicurezza, accanto a tutti gli altri.

L’antisemitismo travestito da antisionismo

Quando un solo Stato al mondo viene sistematicamente trasformato nel bersaglio simbolico di ogni male, il confine tra critica politica e pregiudizio razziale diventa labile fino a sparire. Quando in una piazza italiana, nel 2026, si grida «viva Hitler» e «saponette mancate» a giovani ebrei e ai loro genitori, non c’è più alcun confine: è antisemitismo nudo, lo stesso che credevamo confinato nelle pagine più nere della nostra storia. Travestirlo da antisionismo non serve a nasconderlo: serve solo a renderlo socialmente accettabile. Criticare anche duramente le politiche di un governo è legittimo e fa parte della vita democratica. Negare il diritto all’esistenza di uno Stato, evocare i forni nazisti contro persone in carne e ossa, estenderne le responsabilità a cittadini italiani e scacciarli da una piazza pubblica perché ebrei: tutto questo non è critica politica. È odio, troppo spesso tollerato ed anche alimentato.

L’Ucraina aggredita: la Resistenza di oggi

Mentre a Milano si insultava la Brigata Ebraica, a Roma e in altre città chi sfilava con la bandiera ucraina veniva aggredito e colpito dallo spray urticante. Non è un dettaglio: è la stessa logica. È l’incapacità – o il rifiuto – di riconoscere nella resistenza ucraina contro l’aggressione russa il carattere patriottico e di liberazione nazionale che fu della nostra Resistenza. È impossibile, per chi ha letto le Lettere dei condannati a morte della Resistenza, non sentire risuonare nelle parole di una madre, di un padre, di un soldato ucraino di oggi le stesse parole d’allora: «Giustizia, Libertà, Patria».

Per questo la FIAP, proprio nella giornata del 25 aprile, ha consegnato a Kyiv – per le mani del proprio socio Marco Setaccioli – la tessera della Federazione a Oleksandra Matviichuk, giurista dei diritti umani, presidente del Center for Civil Liberties, organizzazione ucraina Premio Nobel per la Pace nel 2022 per il lavoro di documentazione dei crimini di guerra commessi dalla Federazione Russa in Ucraina. La tessera FIAP 2026 reca i ritratti di tre donne della nostra Resistenza – Ada Rossi, Ada Gobetti, Bianca Ceva – che insieme raccontano tre dimensioni del nostro antifascismo che parlano direttamente al lavoro di Matviichuk: il progetto europeo federalista come risposta alla tirannia, la resistenza morale e armata della società civile, la documentazione dei crimini perché un giorno si possa fare giustizia. Il Tribunal for Putin di Matviichuk è il lavoro di Bianca Ceva continuato nel nostro secolo.

La frontiera a est di Kyiv è la nostra frontiera: la frontiera dell’Europa unita pensata a Ventotene. Consegnare quella tessera proprio nella giornata della Liberazione, e proprio a Kyiv, ha significato per la FIAP affermare che la nostra Liberazione e la loro Liberazione sono lo stesso cammino, e dire da che parte sta la Federazione di fronte a chi chiede agli aggrediti di arrendersi nel nome di una falsa pace. Nel ricevere la tessera, Matviichuk ha detto parole che potrebbero essere state pronunciate da Ferruccio Parri o da Sandro Pertini: «Questa non è solo una guerra tra due Stati, è una guerra tra due sistemi: l’autoritarismo e la democrazia. […] Le persone comuni possono cambiare la storia». È la voce della Resistenza europea di oggi. È la voce a cui la FIAP, fedele alla propria storia, lega il proprio nome.

Da dove ripartire: dalle piazze unitarie

Sarebbe ingiusto, e falso, ridurre il 25 aprile 2026 alle sue derive. La gran parte delle piazze d’Italia – dai piccoli paesi della montagna partigiana alle grandi città – è stata, ancora una volta, meravigliosa: unitaria, intergenerazionale, festosa, antifascista nel senso più pieno e meno settario della parola. È da lì che la FIAP intende ripartire. Da quei sindaci, da quelle scuole, da quei cori, da quegli anziani partigiani e da quei bambini che hanno cantato Bella ciao insieme. Da quelle piazze in cui le bandiere dei liberatori – tutti i liberatori – non hanno avuto bisogno di essere difese, perché erano semplicemente a casa loro.

Una responsabilità, e una linea

La FIAP non abbandonerà la piazza del 25 aprile. È la nostra piazza – la piazza del CVL, dell’unità resistenziale, di Parri e di Pertini, di Galante Garrone e di Bruno Segre. Ma non accetteremo mai più che a sequestrarla siano slogan nazisti, simboli di regimi assolutisti e criminali, o pretese di esclusione mascherate da «patti» mai concordati con noi. Chiediamo al Comitato Permanente Antifascista di convocarsi con urgenza.

Lo storico Timothy Snyder ha scritto che «la libertà non è assenza di male ma presenza di bene». Il 25 aprile è la presenza di bene della nostra Repubblica. Difenderla, oggi, significa difenderla anche da chi pretende di farne una proprietà privata.

Luca Aniasi (Presidente Nazionale FIAP), 26 aprile 2026

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