Draghi ad Aquisgrana: l’Europa è sola, ma può ancora diventare potenza
Nel discorso per il Premio Carlo Magno, l’ex presidente della BCE indica la strada: meno frammentazione, più mercato interno, difesa comune, tecnologia e un “federalismo pragmatico” capace di trasformare la crisi in unione
Ad Aquisgrana, città di pietre antiche e memorie imperiali, Mario Draghi ha pronunciato un discorso che somiglia meno a una celebrazione e più a un avvertimento. Il Premio Carlo Magno, consegnato all’ex presidente della Banca centrale europea e già presidente del Consiglio italiano per il suo contributo all’unità europea, è diventato il palcoscenico di una diagnosi severa: l’Europa è entrata in una fase storica in cui le vecchie protezioni si assottigliano, le dipendenze si fanno pericolose, la crescita non basta più, la sicurezza non può essere delegata.
Draghi ha scelto parole nette, quasi chirurgiche. “Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più”. È diventato, ha detto, “più duro, più frammentato e più mercantilista”. Dietro questa formula c’è il cuore del problema: il continente che per decenni ha costruito la propria fortuna sull’apertura dei mercati, sulla globalizzazione regolata e sull’ombrello americano scopre ora di vivere in un ambiente diverso. Gli Stati Uniti restano alleati, ma più imprevedibili; la Cina è un gigante industriale che accumula surplus e sostiene la Russia; Mosca ha riportato la guerra nel cuore della storia europea; il Medio Oriente riaccende il rischio energetico e inflazionistico.
Il passaggio più forte del discorso è forse il più semplice: “Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme”. In questa immagine c’è tutta la condizione europea del presente. Soli, perché nessuna potenza esterna garantirà più automaticamente prosperità, sicurezza e stabilità. Insieme, perché nessun singolo Stato europeo, nemmeno il più forte, possiede da solo la scala necessaria per competere con Stati Uniti, Cina, Russia e con i grandi blocchi tecnologici del futuro.
La questione economica, nel ragionamento di Draghi, diventa immediatamente geopolitica. L’Europa ha predicato l’apertura verso l’esterno, ma ha lasciato incompiuta l’apertura al proprio interno. Il mercato unico resta frammentato, i mercati dei capitali non sono davvero integrati, le reti energetiche non comunicano abbastanza, la regolazione pesa su molte filiere. Da qui nascono vulnerabilità precise: esposizione eccessiva alla domanda estera, dipendenza strategica da fornitori esterni, ritardo nelle tecnologie decisive. L’ex presidente della BCE ricorda che il commercio in percentuale del PIL è cresciuto molto più nell’area euro che negli Stati Uniti e in Cina: un segno di apertura, certo, ma anche di fragilità quando il mondo attorno diventa ostile.
La sfida più urgente riguarda la crescita. Draghi avverte che l’Europa ha bisogno di investimenti giganteschi: transizione energetica, difesa, industria digitale, società che invecchiano. La precedente stima di 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con i nuovi impegni sulla difesa, fino a circa 1.200 miliardi. Senza crescita, ogni promessa europea rischia di restare lettera morta. Senza un mercato interno più profondo, anche la politica industriale rischia di trasformarsi in una gara nazionale di sussidi, inefficiente e divisiva.
Da qui una delle formule più efficaci del discorso: “La durezza esterna richiede profondità interna”. Significa che un’Europa più assertiva nel commercio, più ambiziosa nella tecnologia, più autonoma nell’energia e nella difesa deve prima costruire dentro casa le condizioni della propria forza. “Made in Europe”, nella visione di Draghi, non è uno slogan protezionista, ma un modo per usare meglio la domanda europea, offrendo a settori strategici come semiconduttori, tecnologie pulite e difesa un mercato stabile, grande, credibile.
Sul terreno della sicurezza il discorso diventa ancora più politico. L’Europa, spiega Draghi, non può fondare ogni negoziazione sulla dipendenza militare dagli Stati Uniti. La sicurezza condiziona tutto: commercio, energia, tecnologia. Per questo il mutamento americano non è solo un rischio, ma anche “un necessario risveglio”. Una difesa europea più solida non indebolirebbe la NATO; al contrario, potrebbe rendere l’Europa un alleato più maturo, meno subordinato, più utile.
Il caso dell’Ucraina attraversa il discorso come una prova morale e strategica. L’invasione russa ha costretto l’Europa a scegliere, e il sostegno a Kyiv ha mostrato che l’integrazione può nascere anche dalla necessità. Ordini comuni, produzione congiunta, accordi bilaterali e plurilaterali, cooperazione industriale: il mosaico esiste già. Ora, secondo Draghi, va trasformato in impegni chiari e vincolanti.
La proposta politica ha un nome: “federalismo pragmatico”. Non un salto astratto verso un super-Stato, ma una cooperazione più profonda tra i Paesi disposti ad agire in settori concreti: energia, tecnologia, difesa. Draghi chiede di mettere “la sostanza prima del processo”, superando quel meccanismo europeo che spesso diluisce le decisioni fino a renderle irriconoscibili. Il modello evocato è l’euro: alcuni Paesi sono andati avanti, hanno costruito istituzioni comuni, hanno retto alle crisi, hanno trasformato la solidarietà in esperienza concreta.
Ad Aquisgrana, dunque, Draghi non ha pronunciato un elogio dell’Europa com’era. Ha descritto l’Europa che deve ancora nascere: meno ingenua, meno lenta, meno frammentata; più capace di difendere i propri cittadini, i propri valori e la propria prosperità. La conclusione è insieme severa e fiduciosa: “Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione”. È il vecchio sogno europeo, ma in una lingua nuova: quella di un continente che non può più permettersi di essere soltanto mercato, memoria e procedura. Deve imparare, finalmente, a essere potenza.
SC, com.unica 14 maggio 2026
