Il significato astronomico della mascella d’asino e della porta di Gaza nelle avventure di Sansone
La versione italiana di uno studio di Felice Vinci pubblicato dalla rivista scientifica internazionale “Athens Journal of Mediterranean Studies”
Introduzione
In questo articolo svilupperemo l’ipotesi che alcune imprese apparentemente bizzarre dell’eroe biblico Sansone – in particolare quella in cui usa la mascella di un asino come arma per massacrare i Filistei e quella in cui trasporta i battenti della porta di Gaza “sulla cima del monte che sta di fronte a Ebron” – siano interpretabili in chiave di metafore astronomiche, dietro cui si celano rispettivamente la costellazione delle Iadi e una porta astronomica, menzionata da Omero, della quale sono state trovate prove archeologiche risalenti alla prima età del bronzo. Ciò si aggiunge a quanto già emerso in precedenti articoli, in cui avevamo verificato che altre non meno bizzarre imprese di Sansone possono essere interpretate in modo analogo.
A tal fine adotteremo una metodologia che consiste in un nuovo esame critico di fonti attendibili, non solo classiche ma anche provenienti da altri contesti letterari e archeologici, confrontando ed esplorando analogie e somiglianze, nonché anomalie ed enigmi. Questi infatti, in particolare nell’ambito della mitologia, possono talvolta rivelare significati metaforici nascosti, in grado di aprire nuovi orizzonti ermeneutici. D’altronde una lettura comparativa di queste testimonianze con elementi tipici anche di altre culture favorisce un approccio interdisciplinare più ampio e trasversale alla questione nel suo complesso, sia in prospettiva diacronica sia nella ricerca di connessioni mitologiche, antropologiche e storico-religiose. Terremo inoltre sempre presente che, per affrontare adeguatamente questioni come questa in esame, “un approccio razionalistico è sterile senza lo sforzo di immergersi nella mentalità dei tempi e delle persone con cui si ha a che fare” (Ferri, 2010, p. 219).
La figura di Sansone e la sua dimensione astronomica
Sansone è un eroe biblico a cui Dio conferì poteri sovrumani sotto forma di forza straordinaria, con cui compì diverse imprese eccezionali, narrate nel Libro dei Giudici (capitoli 13-16), combattendo contro i Filistei, nemici degli Ebrei. Già in passato, soprattutto nella seconda metà del XIX secolo, alcuni studiosi proposero che Sansone incarnasse un tipo di eroe solare, come suggerito dalla presenza del sole nel suo stesso nome. A questo proposito George Albert Cooke, un influente accademico inglese, a suo tempo scrisse:
“Il culto del sole un tempo era diffuso nei dintorni della tradizionale dimora di Sansone, e tali indizi sembrano implicare che il culto solare fosse familiare agli Israeliti della regione, se non addirittura praticato fino a quando la religione di Yahweh non ottenne la supremazia” (Cooke, 1913, p. 137).
Ma Cooke riteneva anche che l’idea che la figura di Sansone potesse essere ricondotta a un eroe solare “è solo un’invenzione artificiosa” (p. 129). In effetti, questa idea fu poi di fatto abbandonata, poiché a quell’epoca non sembrava basarsi su fondamenta abbastanza solide. Ecco in che termini Gregory Mobley si è recentemente espresso sull’argomento: “A parte le allusioni fantasiose ma forzate all’attività astrale – i capelli di Sansone come raggi del sole; la mascella d’asino come fulmine; Dalila come dea lunare – le prove di idee solari nella narrazione sono minime” (Mobley, 2006, p. 7).
Nel frattempo, tra gli studiosi contemporanei si è fatta strada l’idea che Sansone sia una variante ebraica dell’eroe popolare del Vicino Oriente che avrebbe ispirato gli Enkidu e i Gilgamesh mesopotamici nonché l’Eracle greco. Riguardo alle caratteristiche di questo eroe popolare, sempre il Mobley afferma (pp. 12-13):
“Si può dire che lo schema di base includa quattro elementi: (1) una nascita speciale; (2) una crisi di alienazione in gioventù; (3) avventure in terra straniera, in battaglia o nella natura; (4) il ritorno alla società. (…) Sansone presenta tre dei quattro aspetti dell’eroe. Ha: (1) una nascita speciale (un messaggio divino annuncia una nascita imminente a una coppia precedentemente senza figli in Gdc. 13:2-24); (3) avventure all’estero in Palestina e nella natura (14:1-16:30); (4) il ritorno alla sua gente (anche se nel caso di Sansone è solo il suo cadavere che torna a casa, in 16:31)”.
Sempre secondo gli studiosi contemporanei, la storia di Sansone “presenta aspetti straordinari e per certi versi può essere accostata a quella di Ercole” (De Capoa, 2019, p. 256). Anche il Wajdenbaum pone l’accento sulle “notevoli somiglianze tra Sansone ed Eracle” (p. 223), ricordando tra l’altro che entrambi uccisero un leone e abbatterono le porte di una città (p. 227). È stata inoltre ipotizzato che la storia di Sansone abbia tratto origine da una precedente leggenda cananea (Reinach, 1997, p. 661).
Tuttavia, studiando se fosse possibile attribuire un senso compiuto ad alcune singolari imprese di Sansone, e sfruttando i progressi scientifici nei campi dell’archeologia e dell’etnografia, abbiamo recentemente constatato che alcune delle sue storie altrimenti incomprensibili possono essere spiegate in modo più che soddisfacente in termini astronomici, seppure in termini molto differenti da quanto precedentemente proposto. Pertanto, prima di affrontare la questione del significato della mascella con cui Sansone massacrò i Filistei, riteniamo opportuno qui riassumere brevemente gli articoli che abbiamo finora pubblicato sull’argomento, dopo aver premesso che il nome di Sansone, שמשון, in ebraico significa “uomo del sole”, in quanto contiene il termine ebraico che indica il sole, שמש (van der Toorn et al., 1999, p. 404). D’altronde il legame di Sansone con il fuoco è attestato dagli antecedenti della sua nascita miracolosa, preannunciata a sua madre da un angelo del Signore che poi, al termine di un sacrificio, “mentre la fiamma divampava dall’altare verso il cielo, (…) ascese nella fiamma” (Gdc. 13:20).
Ciò detto, in un precedente articolo (Vinci, 2024a) abbiamo dimostrato la plausibilità dell’ipotesi che dietro l’immagine dei capelli di Sansone, che Dalila gli taglia per indebolirlo e consegnarlo nelle mani dei Filistei (i quali poco dopo lo accecheranno), si celi una straordinaria metafora astronomica della corona solare. Essa diventa visibile al culmine di un’eclissi totale, quando il sole, nascosto dalla luna – alla quale il personaggio di Dalila appare per molti aspetti paragonabile – sembra indebolito (infatti in quei momenti perde la sua luce e il calore) e accecato (Fig. 1).

Fig. 1. La corona solare appare come una chioma luminosa al culmine delle eclissi solari totali.
Per quanto riguarda l’identificazione di Dalila con la luna, sempre in quell’articolo le abbiamo dedicato ampio spazio, trovando numerosi indizi di grande rilevanza (Vinci, 2024a, pp. 141-144), mentre l’unico argomento che Heymann Steinthal – uno dei più importanti sostenitori ottocenteschi della dimensione solare del personaggio di Sansone – per dimostrare tale identificazione si era limitato ad addurre il fatto che “Dalila potrebbe anche significare ‘la Rilassata, quella che svanisce’, come una dea lunare” (Steinthal, 1877, p. 405).
Inoltre, considerando che una stretta connessione tra la dimensione solare e quella igneo-metallurgica si riscontra nei miti dei Dogon del Mali, secondo i quali il Sole era considerato un grande recipiente di rame fuso (Griaule, 1968, p. 25), tutto ciò si inserisce perfettamente nella dimensione metallurgica che, come abbiamo visto in un altro articolo (Vinci & Maiuri, 2023), rappresenta la chiave per risolvere l’indovinello che Sansone pose ai Filistei: “Dal divoratore è uscito il cibo e dal forte è uscito il dolce” (Gdc. 14:14), riferendosi al miele e allo sciame d’api nella carcassa di un leone che l’eroe poco prima aveva ucciso a Timna (Gdc. 14:8).
In effetti, questo indovinello, se reinterpretato alla luce delle scoperte archeologiche effettuate a partire dal secolo scorso nella valle di Timna (Ben-Yosef, 2018) – dove si trovava un santuario egizio dedicato alla dea Hathor, associato ad antichissime miniere di rame con le connesse attività metallurgiche – nasconde una metafora riconducibile al fuoco e al mondo della metallurgia: il forno fusorio “divora” il minerale col fuoco producendo un rumore sordo, che ricorda sia il ruggito di un leone, sia il ronzio delle api intorno all’alveare, e poi ne sgorga il rame, che ha un colore e un aspetto del tutto simili a quello del miele selvatico.
È importante notare che questa interpretazione dell’indovinello di Sansone non era pensabile nel XIX secolo, poiché a quell’epoca il santuario, che attesta l’importanza delle attività metallurgiche a Timna fin da tempi remoti, non era ancora stato scoperto. Lo stesso può dirsi delle informazioni che oggi abbiamo sulla cultura del popolo Dogon del Mali, in seguito alle ricerche condotte da Marcel Griaule nel secolo scorso.
Allo stesso modo, abbiamo visto che la bizzarra storia delle volpi con la coda in fiamme, liberate da Sansone per incendiare i campi dei Filistei (Gdc. 15:4-5), che è del tutto simile a quella delle volpi infuocate lasciate libere una volta all’anno nel circo dell’antica Roma (Ov. Fast. 4, 679 ss.), può essere immediatamente spiegata (Vinci, 2024b) accostandola alla mitica Volpe di Fuoco della tradizione finlandese, ritenuta la causa dell’aurora boreale poiché emetterebbe scintille quando correndo la sua coda tocca il terreno innevato, i rami e i cespugli. Ciò corrisponde al fatto che in finlandese l’aurora boreale è chiamata revontulet, “fuochi di volpe” (Ojanen & Linnea, 2019, p. 44), e d’altronde la forma allungata della coda della volpe rossa ben si presta a rappresentare le brillanti lingue di fuoco tipiche dell’aurora boreale, ovvero i “fuochi di volpe” nordici.
A questo punto osserviamo che i significati che in precedenza abbiamo attribuito ad alcuni eventi singolari della storia di Sansone sono coerenti tra loro e convergono con un’interpretazione astronomica, solare e igneo-metallurgica. Questa interpretazione, tuttavia, oggi è molto più credibile di quanto non lo fosse un secolo fa poiché è basata su conoscenze aggiornate in vari campi cruciali, quali l’archeologia e l’etnologia (per non parlare della facilità con cui gli studiosi di ogni disciplina possono ora accedervi quasi in tempo reale).
A questo proposito, va anche notata la rilevanza dell’astronomia nella decifrazione dei miti, come mostrato nel secolo scorso da Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend nel saggio Il Mulino di Amleto. Tale aspetto è stato un fattore fondamentale per consentirci di proporre una soluzione razionale anche al significato originario della Fenice (Vinci, 2026), come pure all’antico enigma del numero 666, citato nell’Apocalisse di Giovanni (Vinci, 2025a), nonché a quello della stella che, secondo il Vangelo di Matteo, guidò i Magi alla grotta di Betlemme (Vinci, 2025b).
Ma ora, fatte queste premesse, è giunto il momento di cercare il significato recondito della mascella d’asino usata da Sansone.
Sansone e la mascella d’asino
“Allora i Filistei vennero, si accamparono in Giuda e fecero una scorreria fino a Lechi. Gli uomini di Giuda dissero loro: Perché siete venuti contro di noi? Quelli risposero: Siamo venuti per legare Sansone; per fare a lui quello che ha fatto a noi. Tremila uomini di Giuda scesero alla caverna della rupe di Etam e dissero a Sansone: Non sai che i Filistei ci dominano? Che cosa ci hai fatto? Egli rispose loro: Quello che hanno fatto a me, io l’ho fatto a loro. Gli dissero: Siamo scesi per legarti e metterti nelle mani dei Filistei. Sansone replicò loro: Giuratemi che voi non mi colpirete. Quelli risposero: No, ti legheremo soltanto e ti metteremo nelle loro mani; ma certo non ti uccideremo. Lo legarono con due funi nuove e lo fecero salire dalla rupe. Mentre giungeva a Lechi e i Filistei gli venivano incontro con grida di gioia, lo spirito del Signore lo investì; le funi che aveva alle braccia divennero come fili di lino bruciacchiati dal fuoco e i legami gli caddero disfatti dalle mani. Trovò allora una mascella d’asino ancora fresca, stese la mano, l’afferrò e uccise con essa mille uomini. Sansone disse: Con la mascella dell’asino, li ho ben macellati! Con la mascella dell’asino, ho colpito mille uomini! Quand’ebbe finito di parlare, gettò via la mascella; per questo, quel luogo fu chiamato Ramat-Lechi. Poi ebbe gran sete e invocò il Signore dicendo: Tu hai concesso questa grande vittoria mediante il tuo servo; ora dovrò morir di sete e cader nelle mani dei non circoncisi? Allora Dio spaccò la roccia concava che è a Lechi e ne scaturì acqua. Sansone bevve, il suo spirito si rianimò ed egli riprese vita. Perciò quella fonte fu chiamata En-Korè: essa esiste a Lechi fino ad oggi” (Gdc. 15:9-19).
A questo punto, osserviamo che una mascella usata come arma e strettamente legata al sole compare in un racconto neozelandese (Grey, 1885). Vi si narra che Maui, eroe mitico protagonista di molte leggende polinesiane, andò a far visita al suo antenato Muri-ranga-whenua, dal quale ricevette una mascella “con la quale si possono lanciare grandi incantesimi”, e con essa decise di andare a catturare il sole. Armato di questa mascella magica e di una lunga corda, lui e i suoi fratelli si diressero verso est finché non raggiunsero il luogo dove il sole dormiva di notte. Là costruirono un grande muro di argilla, con capanne fatte di rami d’albero a ciascuna estremità per nascondersi. Quindi fecero i cappi del laccio e si appostarono fin quando
“Il sole sorse dal suo rifugio, come un fuoco che si propagava in lungo e in largo sulle montagne e sulle foreste, si alzò, la sua testa passò attraverso il cappio, e questo avvolse sempre più il suo corpo, finché le zampe anteriori non lo attraversarono; allora le corde vennero tirate strette, e il mostro cominciò a lottare e a rotolarsi, e nel frattempo il laccio si muoveva avanti e indietro mentre lui si dimenava, ma era tenuto stretto nelle corde dei suoi nemici! Allora si precipitò fuori quell’eroe audace, Mau-tikitiki-o-Taranga, con la sua arma incantata. Il sole gridò forte; ruggì; Maui lo colpiva fortemente con molti colpi; lo tennero a lungo, ma alla fine lo lasciarono andare, e poi, indebolito dalle ferite, il sole si trascinò lungo il suo corso” (Grey, 1885, p. 26).
Va notato che qui, oltre alla mascella, troviamo anche le corde usate per legare il sole, che nelle avventure di Sansone compaiono sia in quella della mascella (Gdc. 15:13) che in quella in cui Dalila gli taglia i capelli (Gdc. 16:8; 16:12).
Troviamo una storia simile nella mitologia di un popolo aborigeno australiano, gli Adnyamathanha. Essi avevano una divinità solare selvaggia e cannibale, che arrivava al punto da arrostire le sue vittime sul fuoco, finché due uomini lucertola non intervennero, uno dei quali, Kudnu, la colpì con un boomerang e la ferì, facendola scomparire e lasciando il mondo nella più completa oscurità. Ma quando Kudnu lanciò un altro boomerang verso est, una grande palla di fuoco si levò e attraversò lentamente il cielo fino a scomparire sotto l’orizzonte occidentale, e così nacquero il giorno e la notte (Pianka & Vitt, 2003, p. 286). Al riguardo, va notato che il boomerang ha la stessa forma di una mascella.
Ma perché alcune culture vedevano nel cielo una mascella o un boomerang? La risposta sta nel fatto che l’ammasso delle Iadi nella costellazione del Toro era chiamato “la mascella del Toro” (de Santillana & von Dechend, 2003, p. 201), poiché le sue cinque stelle più luminose formano una caratteristica “V”, ovvero una mascella, chiaramente visibile nel cielo notturno tra Orione e le Pleiadi (Fig.2).

Fig. 2. La costellazione delle Iadi, tra Orione e le Pleiadi
Pertanto non sorprende che anche nella mitologia nordica l’ammasso delle Iadi sia chiamato “la mascella del lupo”: “Un riferimento diretto all’associazione tra le Iadi e il lupo norreno nelle fonti scandinave si trova in un manoscritto islandese (GKS 1812 4ª edizione, De ordine ac positione stellarum in signis), nella sezione datata 1192 d.C., dove si menziona la costellazione delle Iadi con il suo nome originario, precedente alla cristianizzazione: Ulf’s Keptr (mascella del lupo). Nel racconto del Ragnarök il dettaglio della mascella del lupo è fondamentale” (Langer, 2018, pp. 7-8).
Insomma non mancano le ragioni per considerare plausibile l’ipotesi che l’enigmatica mascella di Sansone, “l’uomo del sole”, abbia una dimensione astronomica, come avevamo già verificato per altre vicende della sua vita esaminate negli articoli precedenti.
A questo punto viene da chiedersi se il tema della mascella e quello dell’eclissi solare siano correlati anche nella mitologia nordica e, in particolare, se esista una connessione astronomica diretta tra la mascella del lupo, le eclissi e le Iadi. Ecco la risposta:
“Analizzando il verificarsi di dieci eclissi solari e lunari durante l’Alto Medioevo (all’epoca visibili in Scandinavia), abbiamo scoperto che nove di questi fenomeni si sono verificati tra il 713 e l’894 d.C., in prossimità dell’ammasso delle Iadi (da noi interpretato come la costellazione della mascella del lupo per i popoli nordici). Nel caso di eclissi totali di sole (…) l’ammasso era visibile (al momento della totalità, quando tutto il cielo si oscurava), e nel caso di eclissi di luna, era visibile per la maggior parte della note. (…) Nel racconto mitico, il primo evento cosmico che precede la battaglia di Vigrid è il momento in cui i lupi inghiottono il Sole e la Luna (Gylfaginning 51), chiaro riferimento alle eclissi di entrambi i corpi celesti. (…) Dopo che Jörmungandr (chiamato anche “cane marino” in alcuni poemi) è emerso dal mare e nella terra, Fenrir corre con la bocca aperta e la mascella che si spalanca dalla terra al cielo. Questo è un dettaglio cruciale nella storia, perché subito dopo Odino viene ucciso dal lupo, ma poi suo figlio Vidar mette il piede nella mascella di Fenrir e la divarica con le mani, uccidendo la bestia. In precedenza, durante la prigionia di Fenrir, gli dèi gli avevano infilato in bocca una spada (Gylfaginning 34). Tutti questi dettagli convergono verso una forte simbolizzazione della mascella del lupo” (Langer, 2018, pp. 13-14).
Tutto ciò conferma che sia la storia del tradimento di Dalila che taglia i capelli a Sansone, sia l’episodio della mascella d’asino nascondono una metafora dell’eclissi solare. Questa interpretazione è coerente anche con la conclusione del racconto della mascella, in cui Sansone, dopo averla gettata via dopo il massacro, “ebbe gran sete (…). Allora Dio spaccò la roccia concava che è a Lechi e ne scaturì acqua” (Gdc. 15:18-19). Infatti, nella mitologia classica, le Iadi, o, come abbiamo appena visto, la mascella, sono strettamente legate alla pioggia, che alimenta le sorgenti, e nell’antico greco “far piovere” si dice hyein, che ha la stessa radice del nome delle Iadi. Ecco cosa dice Ovidio al riguardo:
“La testa del Toro risplende radiosa di sette fiamme, che il marinaio greco chiama Iadi, dal verbo che significa pioggia” (Fast. 5,165-166).
A conclusione di questa sezione, riteniamo opportuno menzionare l’interpretazione che lo Steinthal diede di questo episodio (e che, a nostro avviso, spiega immediatamente lo scetticismo di Mobley riguardo alle vecchie ipotesi solari su Sansone, come abbiamo visto in precedenza):
“La mascella non può essere altro che il fulmine, così come nella mitologia ariana la testa di un asino, o ancor più quella di un cavallo, indica una nube temporalesca, mentre un dente, soprattutto la zanna di un cinghiale, simboleggia il fulmine” (Steinthal, 1877, p. 402).
Tornando alla nostra interpretazione dell’episodio della mascella, vediamo che essa appare del tutto coerente con il quadro interpretativo che emerge dalle altre avventure di Sansone analizzate in precedenza, e a questo punto sembra naturale chiedersi se anche quella che può essere considerata la più strana e incomprensibile delle sue singolari imprese, quella in cui smonta la porta di Gaza e la trasporta sulla cima di un’altura, non sia interpretabile in termini astronomici.
Sansone e la Porta di Gaza
“Sansone andò a Gaza, vide là una prostituta ed entrò da lei. Fu detto a quelli di Gaza: Sansone è venuto qui. Essi lo circondarono, stettero in agguato tutta la notte presso la porta della città e tutta quella notte rimasero quieti e dissero: Allo spuntar del giorno lo uccideremo. Sansone restò a letto fino a mezzanotte; a mezzanotte si alzò, afferrò i battenti della porta della città e i due stipiti, li divelse insieme alla sbarra, se li mise sulle spalle e li portò sulla cima del monte che sta di fronte a Ebron” (Gdc. 16:1-3).
Anche in questo caso, se interpretiamo alla lettera la porta di Gaza, come se si trattasse della porta di una città, l’impresa di Sansone appare insensata, anzi, forse ancora più incomprensibile delle altre che abbiamo esaminato in precedenza.
Tuttavia, considerando la dimensione solare ormai consolidata del personaggio, che ci ha permesso di dare pieno significato alle altre sue avventure e che si ritrova nel suo stesso nome, possiamo ora andare a vedere se nelle mitologie antiche si parla di “porte” in senso astronomico, e quindi verificare se sia possibile dare un senso logico anche a questa storia.
Leggiamo, dunque, un passo dell’Iliade che racconta il momento in cui la dea Era esce dall’Olimpo con il suo carro:
“Era frustò i cavalli e le porte del cielo (pylai ouranoû) da sé stesse cigolarono sui cardini, quelle custodite dalle Ore, a cui è affidato il grande cielo e l’Olimpo, sia per aprire la densa nube che per chiuderla” (Il. 5, 748-751).
Qui è mirabilmente visualizzato il movimento della volta celeste, regolare come un orologio e scandito dalle Ore (Ὧραι in greco, cioè le stagioni). Ma le “porte del cielo” le ritroviamo anche in una frase che il poeta latino Ovidio fa pronunciare a Giano: “Io sto seduto alle porte del cielo (foribus caeli) con le dolci Ore; lo stesso Giove entra ed esce sotto la mia responsabilità, ed è per questo che mi chiamo Giano” (Fasti 1, 125-127).
Giano infatti è il dio delle porte (il suo nome corrisponde al latino ianua, “porta”). Ma prima di proseguire, conviene osservare che
“I due volti con cui Giano è rappresentato possono essere interpretati come il risultato di un lungo processo evolutivo, iniziato con la civiltà sumerica, a partire dalle due colonne solari situate sul lato orientale dei templi, ciascuna delle quali segna la direzione del sorgere del sole nelle date dei due solstizi. In particolare, il pilastro sud-orientale corrisponde al solstizio d’inverno, e quello nord-orientale al solstizio d’estate: Giano è bifronte perché, per un osservatore posizionato opportunamente rispetto ai due pilastri, rappresenta la direzione del sole nascente al solstizio d’estate e a quello d’inverno (…) In Egitto, i templi erano posizionati in modo che il sole nascente si trovasse tra le due colonne poste di fronte all’ingresso. A Gerusalemme, la porta del Tempio di Salomone era rivolta a est ed era fiancheggiata da due pilastri di bronzo chiamati Yachin e Boaz. Sul monte Liceo, nel centro del Peloponneso, l’altare di Zeus era incorniciato, sul lato del sole nascente, da due colonne ornate di aquile d’oro (…) Ogni giorno il sole sorge da un punto diverso, ma questa oscillazione ha come limiti due punti fissi: il solstizio d’estate a nord-est e il solstizio d’inverno a sud-est, nei quali il sole sembra fermarsi prima di invertire il suo corso (…) Essi erano naturalmente considerati gli stipiti di una porta (Audin, 1956, pp. 91-94).
In sostanza, una porta astronomica, o porta solstiziale, di una data località può essere definita come l’arco di orizzonte compreso tra i due punti in cui il sole sorge in quel luogo rispettivamente al solstizio d’inverno e al solstizio d’estate. Questo arco, la cui estensione dipende dalla latitudine del luogo in questione, corrisponde all’intera gamma di punti sull’orizzonte in cui il sole sorge nel corso di un anno solare (Garrow & Wilkin, p. 146). Al centro dell’arco si trova il punto sull’orizzonte da cui il sole sorge nei giorni degli equinozi, che corrisponde esattamente all’est di quella località.
L’archeologia ci dice che il concetto di porta solstiziale doveva essere noto fin dal secondo millennio a.C., come attestano due importanti ritrovamenti archeologici. Ci riferiamo alla losanga di Bush Barrow e al disco di Nebra, entrambi risalenti alla prima età del bronzo. La losanga d’oro di Bush Barrow è un antico manufatto a forma di rombo (Fig. 3), lungo 184 mm e largo 156 mm, rinvenuto in un tumulo funerario vicino a Stonehenge. Ai nostri fini è molto interessante il fatto che
“la coppia di angoli acuti della losanga è di 81° (…) Questo era l’angolo tra l’alba di mezza estate e mezza inverno su un orizzonte basso alla latitudine di Stonehenge (51°17 N) quattromila anni fa” (MacKie, 2009, p. 31).

Fig. 3. La losanga d’oro di Bush Barrow e il disco di Nebra
Ciò attesta che già in quell’epoca remota gli astronomi avevano ben chiaro il concetto di porta solstiziale, come ci conferma anche il disco di Nebra. Si tratta di una piastra circolare in bronzo di circa 30 cm di diametro, con applicazioni in oro, ritrovata in una grotta sul colle di Mittelberg, vicino a Nebra (Sassonia-Anhalt, Germania), considerata la più antica rappresentazione del cielo. Qui l’aspetto che ci interessa è la lamina d’oro a forma di arco applicata sul suo bordo destro, che segna un angolo di 82° (Fig. 3), pari a quello tra i punti in cui il sole sorge al solstizio d’inverno e al solstizio d’estate alla latitudine del Mittelberg, il luogo del ritrovamento (McIntosh, 2010, p. 16).
Insomma, “sia il disco di Nebra che il rombo di Bush Barrow sembrano essere stati progettati per riflettere il ciclo solare annuale” (MacKie, 2009, p. 41). Pertanto, questi due ritrovamenti archeologici, entrambi risalenti ad un’epoca molto antica, avvalorano l’ipotesi che anche dietro l’espressione “porta di Gaza” in realtà si nasconda la metafora di una porta solstiziale, perfettamente in linea con la dimensione solare del personaggio di Sansone che abbiamo già evidenziato nelle sue altre avventure.
Ora però, per avere la conferma di questa ipotesi, dobbiamo esaminare più in dettaglio come il concetto di porta solstiziale sia applicabile al mondo di Gaza. Torniamo dunque a Sansone, che “a mezzanotte si alzò, afferrò i battenti della porta della città e i due stipiti, li divelse insieme alla sbarra, se li mise sulle spalle e li portò sulla cima del monte che sta di fronte a Ebron”.
Ora, questa situazione corrisponde precisamente a quella di un osservatore che, guardando verso est da Gaza all’alba, scorge le colline di Ebron all’orizzonte orientale (Fig. 4). Qui è importante il fatto che Ebron si trova precisamente a est di Gaza (infatti queste due città, entrambe molto antiche, si trovano quasi alla stessa latitudine: Gaza a 31°30’N, Ebron a 31°32’N), a circa 60 km di distanza.

Fig. 4. Gaza (a sinistra, verso il basso) e, in direzione est, le colline di Ebron all’orizzonte di Gaza
Pertanto, leggendo quel versetto biblico nella chiave astronomica precedentemente discussa, ovvero considerando la porta solstiziale come appare da Gaza lungo il tratto di orizzonte verso Ebron, ci si rende subito conto che i “due stipiti” della porta sono segnati dalle due alture da cui sorge il sole nei rispettivi solstizi, mentre i “battenti” corrispondono alle due metà della “porta”. Quest’ultima, infatti, come ogni porta a doppia anta, è composta da due metà uguali, adiacenti e simmetriche, divise al centro dal punto in cui sorge il sole nei giorni dei due equinozi. Questo punto equinoziale a est di Gaza (cioè sullo stesso parallelo) si trova esattamente in direzione dell’odierna Ebron.
In questa immagine, la “cima del monte che sta di fronte a Ebron” può riferirsi solo al centro della porta solstiziale, ovvero al punto in cui sorge il sole ai due equinozi, che, guardando da Gaza verso est, effettivamente corrisponde alla “cima del monte che sta di fronte a Ebron”: esso infatti, situato sulla linea dell’orizzonte di Gaza, si trova sul parallelo di quest’ultima, cioè quasi esattamente a est di Gaza. Inoltre, per completare la metafora, la “sbarra” portata da Sansone con le porte e gli stipiti rappresenta proprio il tratto di orizzonte che si estende tra gli “stipiti” delle due “porte”, cioè tra i due punti, visti da Gaza, corrispondenti ai due solstizi sulla linea dell’orizzonte (e che ritroviamo nella lamina d’oro applicata sul bordo destro del disco di Nebra).
Teniamo a sottolineare che in questo caso è proprio il testo biblico a fornirci una chiara prova della dimensione astronomica dell’episodio, quando menziona la “cima del monte che sta di fronte a Ebron”: esso, quindi, non può che essere situato esattamente a est di Gaza (se il testo invece avesse indicato una direzione diversa, questa interpretazione avrebbe lasciato spazio al dubbio).
In breve, la porta solstiziale a est di Gaza ci ha fornito la chiave ermeneutica che ci permette di aprire immediatamente una porta interpretativa rimasta chiusa per millenni.
Ma vediamo anche in questo caso quale fu l’interpretazione di Steinthal:
“Sansone spalancò le porte ben chiuse dell’Ade (…) Il motivo per cui Sansone scese negli inferi fu dimenticato, e per la sua visita a Gaza la leggenda ne inventò uno nuovo, in linea con la dissolutezza del suo carattere. Il fatto che parta a mezzanotte e non dorma fino al mattino non è certo privo di significato, ma conserva il ricordo della circostanza che l’impresa fu compiuta nell’oscurità, cioè negli inferi. E l’elemento narrativo che racconta di Sansone che trasporta i battenti in cima a una montagna deve essere stato suggerito da qualche peculiarità locale nella forma della roccia” (Steinthal, 1877, p. 404).
Ora, anche qui viene spontaneo osservare che questa interpretazione di Steinthal, accostabile a quella riportata in precedenza riguardo alla mascella con cui Sansone massacrò i Filistei, spiega immediatamente il motivo del giudizio molto scettico del Mobley sulle vecchie ipotesi riguardanti la dimensione solare della figura dell’eroe biblico.
D’altra parte, il fatto stesso che, come abbiamo detto prima, quest’impresa di Sansone già a prima vista appaia a dir poco surreale, anzi, del tutto assurda – laddove abbiamo appena verificato che l’interpretazione astronomica, supportata da prove sia archeologiche che letterarie, le calza a pennello – rende ancor più plausibile l’idea che questa chiave ermeneutica sia l’unica applicabile alle avventure di questo personaggio.
A questo punto, è lecito sospettare che anche gli eventi finali della vita di Sansone, successivi al tradimento di Dalila che gli tagliò i capelli durante il sonno, siano interpretabili in chiave astronomica. Infatti i suoi nemici, approfittando della sua debolezza, lo afferrarono, lo accecarono, lo condussero a Gaza, lo legarono e lo costrinsero a macinare il grano nel mulino della prigione. Ma nel frattempo i capelli sulla sua testa ricominciavano a crescere. Poi i Filistei si radunarono per offrire un grande sacrificio al loro dio e festeggiare perché aveva consegnato Sansone nelle loro mani. Lo chiamarono quindi fuori dalla prigione ed egli si esibì per loro. Ma quando fu posto tra le colonne centrali su cui poggiava il tempio, Sansone, appoggiandosi ad esse, pregò il Signore e disse: “Che io muoia insieme con i Filistei!”. Poi spinse con tutte le sue forze e il tempio crollò sui capi e su tutto il popolo che vi era dentro (Gdc. 16:21-30).
Qui notiamo che la sequenza degli eventi nella parte finale della storia di Sansone, dal momento del taglio dei suoi capelli da parte di Dalila – che abbiamo visto essere accostabile ad un’eclissi solare – fino alla conclusione catastrofica, sembra corrispondere nella mitologia norrena all’eclissi in cui “il lupo inghiottirà il sole” (Gylfaginning 51), a cui poi seguirà l’inizio del terribile Ragnarök, la fine del mondo. Pertanto, considerando anche il quadro complessivo emerso della figura di Sansone e l’importanza della dimensione astronomica ad essa connessa, che ci ha permesso di dare un senso compiuto ai principali eventi della sua vita, sembra ragionevole supporre che il mulino a cui fu incatenato (e che nello svolgimento degli eventi precede di poco la catastrofe finale) possa essere paragonato al mulino del cielo, menzionato in molte mitologie, tra cui quella norrena. Esso
“è immagine stessa del tempo che macina incessantemente le ere portando a compimento la misura loro assegnata (…) Il mulino per eccellenza del mito nordico è Grotti, che macina la prosperità e l’abbondanza del dio della fecondità (…) Il mulino del cielo scompare nelle profondità dell’oceano celeste quando il ciclo vecchio debba essere sostituito dal nuovo” (Chiesa Isnardi, 1996, p. 183).
Ora, il mulino del cielo (chiamato anche Mulino del Mondo) è strettamente legato all’astronomia: “L’idea del Mulino del Mondo nacque in seguito alla rivoluzione stagionale della costellazione dell’Orsa Maggiore (MacKenzie, 1926, p. 88).
In breve, la dimensione cosmico-astronomica che abbiamo evidenziato in tanti episodi apparentemente bizzarri della vita di Sansone si ritrova, con ammirevole coerenza, anche nell’impresa finale dell’eroe biblico che, dopo essere stato costretto a far girare il mulino, viene condotto nel tempio dove provoca il crollo di tutto ciò che lo circonda. Quest’ultimo episodio sembra proprio alludere alla fine di un’epoca.
Conclusioni
In questo articolo riteniamo di aver verificato che le straordinarie e nel contempo bizzarre vicende della vita di Sansone, che spesso sembrano sfidare il buon senso, sono interpretabili in chiave astronomica. Ripercorrendole brevemente secondo l’ordine proposto nel Libro dei Giudici, esse sono: l’indovinello posto ai Filistei riguardo alla carcassa del leone in cui aveva trovato api e miele; il non meno enigmatico episodio delle volpi con la coda in fiamme; la grande strage di nemici compiuta con una mascella d’asino; l’apparentemente assurdo spostamento della porta di Gaza sulla cima di un’altura; il segreto dell’immensa forza legata ai suoi capelli; l’obbligo di girare la macina, preludio alla fine catastrofica fine sua e del suo mondo.
Ora, data la novità di questo approccio alla figura biblica di Sansone, riteniamo che tutto ciò che è emerso su questo argomento debba essere ulteriormente verificato e approfondito da specialisti del settore e, se l’esito sarà positivo, vada considerato come un punto non di arrivo, ma di partenza per ulteriori indagini, dalle quali potrebbero emergere nuove sorprese in futuro.
In particolare, riteniamo opportuno che futuri studi indaghino a fondo i possibili contatti diretti o indiretti tra le diverse civiltà coinvolte in questa ricerca, le cui mitologie hanno rivelato sorprendenti convergenze. Questo contesto più ampio esula dagli scopi della presente analisi, ma riteniamo che meriti senz’altro ulteriori approfondimenti e future ricerche. D’altronde, è ben noto che in ogni campo del sapere la soluzione di un problema spesso comporta la necessità di affrontarne di nuovi.
L’articolo originale in inglese è leggibile >> QUI.
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Felice Vinci, com.unica 24 marzo 2026
