Lunedì 25 maggio, nell’Aula nuova del Sinodo, Leone XIV presenterà la prima Enciclica papale dedicata alla sfida dell’intelligenza artificiale. Accanto a lui anche un cofondatore di Anthropic. Una data, una firma, un nome: tre coordinate per capire dove stiamo andando.

Un comunicato di poche righe proveniente dalla Sala stampa della Santa Sede ha annunciato ieri che la prima enciclica di Leone XIV si chiamerà Magnifica Humanitas e che verrà presentata lunedì 25 maggio, alle undici e trenta, nell’Aula nuova del Sinodo. Il Papa ha firmato il documento il 15 maggio: 135 anni esatti dopo che un altro Leone, il tredicesimo, aveva apposto la sua firma alla Rerum Novarum. La coincidenza è troppo precisa per essere casuale. Anzi, non è una coincidenza affatto: è una citazione. Il sottotitolo dell’enciclica, Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, dichiara con sobrietà il perimetro del testo. Ma è il parterre dei relatori, il giorno della presentazione, a rivelare di quale tipo di documento si tratti. Con i cardinali Víctor Manuel Fernández e Michael Czerny – prefetti della Dottrina della Fede e dello Sviluppo Umano Integrale – siederanno Anna Rowlands, teologa politica della Durham University; Leocadie Lushombo, teologa congolese alla Jesuit School of Theology di Santa Clara; e Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, responsabile della ricerca sull’interpretabilità dei modelli di intelligenza artificiale. Concluderanno il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e lo stesso Leone XIV, che terrà personalmente l’intervento finale: una presenza che, nelle abituali coreografie curiali della presentazione di un’enciclica, è infrequente al punto da diventare, di per sé, un messaggio.

C’è un dettaglio che vale la pena fissare. Olah non rappresenta uno qualsiasi degli «architetti dell’intelligenza artificiale» – espressione che il Time ha usato di recente per i fondatori delle aziende del settore. Rappresenta l’unica big tech americana che, lo scorso febbraio, ha rifiutato al Pentagono un accesso senza vincoli ai propri modelli, finendo per essere designata dall’amministrazione Trump come «rischio per la catena di approvvigionamento»: etichetta storicamente riservata ad avversari stranieri. Il Vaticano, lunedì, lo farà sedere accanto al Papa. Non per sfidare Washington – Leone XIV è troppo disciplinato per farlo – ma per indicare, con un solo gesto visibile, che nella Silicon Valley esistono interlocutori disposti a dialogare e costruire un percorso comune con la Chiesa.

Quello che fu la Rerum Novarum

Per capire bene il contesto occorre tornare indietro di 135 anni, al 15 maggio 1891. Quel giorno Leone XIII firmò un testo che si apriva con due parole – Rerum Novarum, «delle cose nuove» – e che cambiò la collocazione storica della Chiesa cattolica. L’Europa industriale era una distesa di periferie operaie, di turni di dodici ore, di bambini nelle fabbriche, di salari da fame. Da una parte il capitale, dall’altra il socialismo che predicava la rivoluzione. In mezzo, una Chiesa che fino a quel momento aveva parlato soprattutto di anime e di principi, e che con la Rerum Novarum – quasi per la prima volta – accettò di parlare anche di salari, di orari, di proprietà, di associazioni sindacali. Riconobbe la dignità del lavoro, condannò la concentrazione della ricchezza, sostenne il diritto degli operai a unirsi. Fondò ciò che chiamiamo «dottrina sociale». Non fu un manifesto rivoluzionario: fu il rifiuto, da parte del cattolicesimo, di lasciare alla sola modernità il monopolio della parola sulle cose nuove.

È questa la mossa che Robert Francis Prevost sta replicando per omologia di situazione. Anche oggi le cose nuove sono cose grandi: la potenza di calcolo si concentra in pochissime aziende, il lavoro intellettuale rischia di essere ridisegnato dall’esterno, i bambini crescono con interlocutori statistici che parlano con voce umana. La domanda è la stessa di un secolo e trentacinque anni fa, soltanto rivolta a un altro materiale: chi appartiene a chi? La tecnologia all’uomo, o l’uomo alla tecnologia?

Che la prima enciclica di Leone XIV sarebbe stata su questi temi, il Papa stesso, in modo quasi didascalico, lo aveva lasciato intendere fin dai giorni successivi alla  suaelezione. Subito dopo la sua scelta del nome – un Leone che dichiarava, senza ambiguità, la genealogia – aveva spiegato che la Chiesa doveva offrire «la sua dottrina sociale in risposta agli sviluppi nel campo dell’intelligenza artificiale, che pongono nuove sfide per la difesa della dignità umana e del lavoro». Da allora, l’argomento è tornato in gran parte dei suoi interventi pubblici. Nel messaggio del 17 giugno 2025 alla Conferenza di Roma su intelligenza artificiale, etica e governance, Leone scriveva che l’AI «è innanzitutto uno strumento», e che «gli strumenti rimandano all’intelligenza umana che li ha prodotti e traggono molta della loro forza etica dalle intenzioni delle persone che li impugnano». Una proposizione di apparente semplicità, ma con un bordo affilato: chi impugna lo strumento ne è responsabile. Il 5 dicembre 2025, ricevendo nella Sala del Concistoro i membri della Fondazione Centesimus Annus e della Strategic Alliance of Catholic Research Universities, ha posto la domanda nel modo più nudo possibile: «Come possiamo garantire che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale serva veramente per il bene comune, e non solo per concentrare ricchezza e potere nelle mani di pochi?». E ha aggiunto: «La merce più preziosa nei mercati oggi è proprio nel settore dell’intelligenza artificiale». Tradotto: il problema è materiale più che metafisico. Nel discorso del 29 ottobre, pronunciato nel sessantesimo anniversario di Nostra Aetate, ha tracciato il confine teologico: l’AI, «se concepita come un’alternativa agli esseri umani, può ledere gravemente la loro dignità infinita e neutralizzare le loro responsabilità fondamentali». Una macchina, per quanto sofisticata, non è un’anima. Non sarà mai imago Dei. È – secondo le sue parole al Builders AI Forum del 7 novembre – «una forma di partecipazione all’atto creativo divino», ma non un atto di creazione. Distinzione sottile, conseguenze enormi. Nel messaggio per la sessantesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Custodire voci e volti umani, Leone si è spinto a un tema che attraverserà certamente l’enciclica: la dimensione antropologica della sfida. «Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo». Il volto e la voce, scrive il Papa, sono sacri perché irripetibili; e l’AI, simulandoli, simulando empatia e amicizia, «invade il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane». La sfida, insomma, «è antropologica».

La preparazione, e il debito verso Francesco

Non sarebbe corretto però affermare che Leone XIV parte da zero. Il terreno è stato infatti dissodato da Francesco: era stato il suo predecessore a parlare al G7 di intelligenza artificiale, nel giugno 2024, in Puglia. Era stato Francesco a volere la costituzione di un gruppo di lavoro interno. Ed era stato lo stesso papa argentino, attraverso il Dicastero per la Dottrina della Fede e quello per la Cultura e l’Educazione, a far pubblicare nel gennaio 2025 Antiqua et Nova, la nota dottrinale in 117 paragrafi che ha fissato per la prima volta il quadro: distinzione netta fra intelligenza umana e simulazione computazionale, primato della persona, denuncia delle armi autonome letali, principio di sussidiarietà nella governance. La nota è la fondazione su cui adesso si erge l’edificio del magistero pontificio pieno. Papa Francesco aveva parlato di algoretica, di rischio di disinformazione, di concentrazione del potere tecnologico, di nuove disuguaglianze generate dagli algoritmi. Aveva denunciato l’illusione di una neutralità tecnica e richiamato la necessità di un’etica condivisa. Leone XIV raccoglie questa eredità e la porta a maturazione. Dove Francesco aveva indicato i rischi, Leone XIV costruisce una visione più strutturata, radicata nella dottrina sociale della Chiesa e orientata alla governance globale. Il passaggio è netto: l’intelligenza artificiale non è solo una questione morale individuale, ma una questione strutturale, che riguarda le istituzioni, il lavoro, la democrazia, la pace. Non basta chiedersi se un uso dell’AI sia lecito o illecito: occorre domandarsi che tipo di società stiamo costruendo.

E c’è un secondo gesto, di pari peso, che accompagna l’enciclica. Il giorno successivo alla firma, il 16 maggio, il Papa ha emanato un Rescriptum ex Audientia che istituisce una Commissione interdicasteriale permanente sull’intelligenza artificiale: sette istituzioni vaticane, coordinamento annuale a rotazione, vocabolario del mandato che riprende esplicitamente quello sinodale – «dialogo, comunione e partecipazione». L’enciclica fissa la dottrina; la commissione la mette in marcia. Si tratta di una rete, in altri termini. La forma istituzionale somiglia, curiosamente, all’oggetto che è chiamata a governare.

Il Papa matematico

C’è un dettaglio biografico che, nei giorni dell’elezione, la stampa ha trattato come simpatica curiosità – buona, al massimo, per qualche meme circolato sui social. Robert Francis Prevost si è laureato in matematica nel 1977 alla Villanova University, in Pennsylvania, prima ancora del Master of Divinity alla Catholic Theological Union di Chicago, prima del dottorato in diritto canonico alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, prima dei vent’anni di pastorale tra i poveri di Chiclayo. Una laurea vera, Bachelor of Science, non un titolo onorifico – con tutto quel che il curriculum scientifico americano comportava negli anni Settanta: analisi, algebra, logica formale e statistica. Negli anni successivi ha insegnato matematica e fisica a Chicago mentre completava gli studi teologici. Ha persino scritto un testo accademico, Probability and Theistic Explanation, in cui esamina l’uso dell’inferenza bayesiana applicata alla probabilità teistica: terreno di confine in cui il calcolo delle probabilità incontra la filosofia della religione. Roba da specialisti, di un certo specialista. Sono dettagli che sembrano marginali ma non lo sono. Anne Bouverot, una delle massime esperte mondiali di intelligenza artificiale e già inviata speciale dell’Eliseo per il summit di Parigi del febbraio 2025, è stata fra le prime a coglierne la portata: «Matematico di formazione, Leone XIV non è né tecnofobo né tecnofilo. Sostiene un approccio basato sul discernimento: prendersi il tempo per capire prima di giudicare e umanizzare il dibattito piuttosto che contribuire alla sua polarizzazione». La frase è asciutta, ma indica una postura difficile da tenere oggi sulla questione AI: né apocalittica né integrata. Una postura che, per stare in piedi, ha bisogno di una certa familiarità con la materia. Quella familiarità c’è.

La forma mentis matematica, in questo passaggio storico, non è un vezzo ma, verrebbe da dire, l’attrezzo giusto per il mestiere. Le sfide poste dall’intelligenza artificiale richiedono di tenere insieme, simultaneamente, il dettaglio tecnico e l’orizzonte di lungo periodo, il dato locale e il principio generale, la singolarità del caso e l’invariante della legge. È esattamente quel doppio movimento – dall’esempio all’astrazione, e ritorno – su cui si forma la mente del matematico. Permette di smontare la promessa miracolistica che circonda i grandi modelli linguistici senza farsi prendere dalla nausea esoterica del «pensano davvero?»; e di smontare la paura senza farsi sedurre dall’entusiasmo. Un Papa così non si lascia abbagliare dalla demo del prossimo modello, ma neppure si rifugia in una nostalgia teologica. Il cardinale Giuseppe Versaldi, che lo conosce da anni, lo ha spiegato in modo chiaro al Wall Street Journal: «Leone XIV vuole che il mondo della scienza e quello della politica affrontino immediatamente questo problema, senza permettere che il progresso scientifico avanzi con arroganza, danneggiando coloro che devono sottostare al suo potere». E ha aggiunto la domanda che separa una pia esortazione da un programma di governo: «Chi li regolerà? Non è credibile che siano regolati da chi li produce. Deve esserci un’autorità superiore».

C’è poi una conseguenza meno visibile, ma forse più importante. Una formazione di questo tipo cambia il modo in cui si tratta l’incertezza. Per un matematico, una probabilità non è un’opinione travestita: è un numero che ha proprietà precise, che si combina secondo regole non negoziabili, che ammette ignoranza ma non la confonde con la convinzione. Applicata all’AI, questa attitudine ha conseguenze immediate. Significa rifiutare in egual misura il tecno-trionfalismo («presto la singolarità») e il tecno-catastrofismo («presto l’estinzione»), perché entrambi confondono lo scenario possibile con lo scenario probabile. Significa, soprattutto, accettare che il futuro non sia un destino già scritto ma una distribuzione di esiti su cui le scelte umane – politiche, etiche, regolative – hanno ancora potere di intervento. Questo, in fondo, è il presupposto su cui un’enciclica può essere scritta. Senza l’idea che si possa ancora decidere, non c’è nulla da decidere.

In questo paesaggio, una figura ha fatto da ponte fra il pontificato precedente e quello attuale: Paolo Benanti. Frate francescano, docente di etica delle tecnologie alla Pontificia Università Gregoriana, già consigliere di Francesco sulle questioni morali legate all’intelligenza artificiale, Benanti ha contribuito a costruire l’infrastruttura intellettuale di Antiqua et Nova e – secondo molti osservatori – buona parte del retroterra che ha permesso a Leone XIV di muoversi con sicurezza fin dai primi giorni. Il suo libro più recente, La nuova logica del dominio: potere computazionale, democrazia e condizione umana, fissa con precisione il quadro concettuale entro cui Magnifica Humanitas andrà letta. L’antitesi attorno a cui ruota il libro è quella, di derivazione classica, fra Kratos – il potere nudo, la forza, il controllo – ed ethos, la consuetudine condivisa, il costume civile, ciò che tiene insieme una comunità senza bisogno di costrizione. La rivoluzione computazionale, sostiene Benanti, sta riscrivendo questo equilibrio: «in un’era definita dal potere computazionale, la tecnologia sta trasformando ogni aspetto della nostra esistenza, ridefinendo il lavoro, la conoscenza e la comunicazione […] in che modo questa forza può coesistere con i valori fondamentali di giustizia sociale e democrazia?».

In una conversazione con il politologo Ian Bremmer, ripresa di recente dalla stampa italiana, Benanti ha condensato il problema con una formula che è già diventata oggetto di citazione: «L’IA è l’oracolo perfetto, o meglio: il dio perfetto sulla Terra. Abbiamo molti dei per molte funzioni. Al posto del monte Olimpo, lo schermo dello smartphone. Non abbiamo più il dio dell’amore: abbiamo Tinder. Non il dio del commercio: abbiamo Amazon». La provocazione è esplicita, ma il punto teologico è serio: una macchina che si presenta come depositaria della verità, e che genera nei suoi utenti un riflesso oracolare, occupa uno spazio che nella storia europea era stato riservato al divino. Anche per questo – aggiunge Benanti – la priorità non è ancora l’apocalisse: «mi spaventa più la fine della classe media che la fine dell’umanità». L’AI, oggi, automatizza più facilmente le funzioni cognitive elevate che le azioni meccaniche semplici. Una calcolatrice solare capace di operazioni complesse costa meno di un dollaro; un braccio robotico che apre una porta ne costa duecentocinquantamila. Il problema, dunque, non è ancora la fantascienza: è il mestiere, lo stipendio, la dignità di chi vede il proprio lavoro trasformato – e spesso eroso – dalla più efficiente delle simulazioni.

Su queste basi si capisce meglio la geografia di lunedì prossimo. Christopher Olah accanto al Papa non è soltanto il dirigente di una grande azienda americana. È il responsabile di una linea di ricerca – l’interpretabilità dei modelli – che si propone di aprire la «scatola nera» dell’AI, di rendere leggibili le sue decisioni, di mostrare quali circuiti interni della rete si attivino quando il modello produce questa o quella risposta. È, in un certo senso, il tentativo tecnico di restituire al Kratos algoritmico una forma di ethos, una trasparenza costruita dall’interno. Difficile pensare a un interlocutore più coerente con la visione che Benanti aiuta a tradurre in linguaggio teologico, e che Leone XIV consegnerà – con la pazienza del matematico e l’autorità del successore di Pietro – al magistero ordinario della Chiesa.

Lunedì 25 maggio, nell’Aula del Sinodo

Il calendario, ancora una volta, parla: la pubblicazione cade nel Memorial Day americano, festa in cui gli Stati Uniti commemorano i propri caduti. Il giornalista cattolico Christopher Hale nel suo blog “Letters from Leo” ha annotato in tono un po’ scherzoso, che Leone XIV «sembra deciso a far lavorare i commentatori cattolici americani durante ogni festività degli Stati Uniti, come punizione per le nostre cattive interpretazioni». La battuta dice qualcosa di vero: il Papa americano sta facendo le sue mosse senza scendere a compromessi con la geopolitica simbolica del proprio Paese di origine.

Ciò che si saprà lunedì non è ancora pubblico. Ma le coordinate del documento, dopo dodici mesi di interventi, sono leggibili: la persona umana al centro; il lavoro come questione cruciale; i giovani come zona di massima vigilanza; l’oligopolio tecnologico come problema politico; la dignità come criterio non negoziabile; la tecnologia come strumento, non come destino. E, in primo luogo, l’idea che l’AI non sia una tecnologia come tante altre – non lo è, perché non costruisce un oggetto fra gli oggetti, ma riscrive la cornice dentro cui si decide cosa sia, oggi, un essere umano.

Il giorno della firma, il 15 maggio, è caduto in un giovedì qualsiasi. In Perù, dove Prevost ha trascorso buona parte della propria vita pastorale, era pomeriggio; a Roma, sera; in California, nei data center di Anthropic e altrove, un altro qualunque turno di lavoro alimentava le macchine che apprendono. È in questo ordinario, in questa simultaneità di fusi orari e di flussi, che la Chiesa ha deciso di prendere la parola. Lunedì, davanti al Papa e a un costruttore di reti neurali, Magnifica Humanitas sarà letta ad alta voce per la prima volta. Sarà un documento, sarà, soprattutto, un punto fermo: cento e trentacinque anni dopo, qualcuno ricomincia a dire le cose nuove con parole vecchie. Per vedere se reggono e se, soprattutto, possono reggere noi.

Sebastiano Catte, com.unica 19 maggio 2026

*L’immagine in alto è stata creata con l’intelligenza artificiale


Note bibliografiche e link

Libri

Paolo Benanti, La nuova logica del dominio: Potere computazionale, democrazia e condizione umana, Laterza 2026

Paolo Benanti, Sebastiano Maffettone, Noi e la macchina. Un’etica per l’era digitale, LUISS, 2024.

Luciano Floridi, La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale, Mondadori 2025.

Brent Waters, Christian Moral Theology in the Emerging Technoculture, Ashgate, 2014.

Riferimenti ad articoli citati nel testo

Antiqua et Nova, Nota dei Dicasteri per la Dottrina della Fede e per la Cultura e l’Educazione sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana (28 gennaio 2025) 

Messaggio di Leone XIV per la 60ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Custodire voci e volti umani (firmato il 24 gennaio 2026, pubblicato per il 17 maggio 2026)

Discorso di Leone XIV ai partecipanti della Conferenza “Artificial Intelligence and Care of Our Common Home”

Messaggio di Leone XIV per la Giornata internazionale della matematica (firmato dal cardinale Parolin, 13 marzo 2026)

Rescriptum ex Audientia Sanctissimi del 16 maggio 2026 — istituzione della Commissione interdicasteriale permanente sull’intelligenza artificiale

National Catholic Reporter — “Pope Leo to present his encyclical on AI alongside Anthropic co-founder” (18 maggio 2026)

PBS News — “Pope Leo XIV to launch his first encyclical… with Anthropic’s co-founder” (maggio 2026)

Carlo Alberto Carnevale Maffè, Leone XIV, la teoria dei giochi e la pazienza del matematico, Il Foglio, 11 maggio 2026

Anne Bouverot, The Vatican’s Voice of Reason on AI, Project Syndicate, 23 ottobre 2025

Margherita Stancati, Drew Hinshaw, Keach Hagey, Emily Glazer, Pope Leo Takes On AI as a Potential Threat to Humanity, Wall Street Journal, 17 giugno 2025

Giuseppe De Ruvo, Rerum Novissimarum? Leone e l’AI, Limes — l’analisi geopolitica sul ridisegno del potere pastorale nell’epoca dell’AI

Christopher Hale, Confronting Silicon Valley, Pope Leo XIV Drops His AI Encyclical on Memorial Day With Anthropic Onstage – Letters From Leo

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