La guerra all’Iran e il vantaggio silenzioso di Mosca
Dal Financial Times: mentre Washington guarda a Teheran, Putin incassa dividendi economici e strategici. E l’Ucraina rischia di pagare il prezzo più alto.
C’è un’immagine che racconta più di molte analisi: Vladimir Putin che osserva in silenzio. Non interviene, non alza i toni, non si espone troppo. E proprio per questo, probabilmente, guadagna. Secondo un recente editoriale del Financial Times, la nuova escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran rischia di trasformarsi in un inatteso regalo geopolitico per il Cremlino. Non per scelta, ma per effetto collaterale. O, per dirla con un’antica massima attribuita a Napoleone, citata nello stesso articolo: “Non fermare mai il tuo nemico quando sta commettendo un errore”.
Il punto di partenza è paradossale. Putin ha definito l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei un “cinico omicidio” che viola “tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale”. Una dichiarazione che, osserva il quotidiano britannico, puzza di due pesi e due misure, considerando il passato recente della Russia in Ucraina. Ma al di là della retorica, ciò che conta è il comportamento successivo: Mosca ha scelto un basso profilo limitandosi, secondo alcune fonti, a fornire intelligence a Teheran.
Nel frattempo, però, i numeri raccontano un’altra storia. L’aumento dei prezzi globali dell’energia sta producendo un effetto immediato e concreto: più entrate per la Russia. Il Financial Times calcola che Mosca stia guadagnando fino a 150 milioni di dollari al giorno in entrate aggiuntive legate al petrolio, con una proiezione tra i 3,3 e i 4,9 miliardi entro la fine di marzo. Una cifra che equivale a circa un terzo della spesa mensile russa per la guerra in Ucraina. Non solo. L’emergenza legata al conflitto con l’Iran ha spinto gli Stati Uniti ad allentare temporaneamente alcune restrizioni sul petrolio russo, consentendo la vendita di carichi rimasti bloccati in mare. Una decisione che, sottolinea il giornale, “mette a dura prova la solidarietà occidentale” e rafforza la narrativa del Cremlino: l’Occidente non è disposto a sopportare veri sacrifici per sostenere Kyiv.
Ma il vero nodo, forse ancora più delicato, riguarda le armi. La guerra in Medio Oriente sta drenando risorse militari cruciali, in particolare i sistemi di difesa aerea. Ogni missile Patriot destinato a proteggere basi americane o alleati nel Golfo è un missile in meno per l’Ucraina. E in Europa cresce la preoccupazione: nei prossimi mesi Kyiv potrebbe affrontare una grave carenza di questi sistemi essenziali. Non si tratta, però, di un vantaggio senza rischi per Mosca. L’Iran è stato finora un fornitore chiave di droni Shahed utilizzati dall’esercito russo. Inoltre, rappresenta un nodo importante nel corridoio commerciale nord-sud che consente alla Russia di aggirare le sanzioni occidentali. Se il conflitto dovesse indebolire profondamente Teheran, anche il Cremlino potrebbe subirne le conseguenze.
Eppure, nel breve periodo, il bilancio sembra chiaro. Per questo, conclude il Financial Times, è fondamentale che gli alleati europei dell’Ucraina non cedano alla tentazione di normalizzare i rapporti con Mosca in cambio di energia a basso costo. Proposta avanzata, tra gli altri, dal premier belga Bart De Wever. Al contrario, l’Europa dovrebbe aumentare drasticamente la produzione di sistemi di difesa, rafforzare le sanzioni e sostenere finanziariamente Kyiv.
Tra le misure urgenti: l’approvazione del ventesimo pacchetto di sanzioni europee e un nuovo prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina, attualmente bloccati da divisioni interne all’Unione. Il rischio, in definitiva, è che una guerra pensata per contenere l’Iran finisca per rafforzare la Russia. Un effetto domino geopolitico che il quotidiano sintetizza con chiarezza: il conflitto voluto da Donald Trump con Teheran non deve trasformarsi in un vantaggio strategico per Putin nella sua guerra illegittima contro l’Ucraina. Nel grande scacchiere globale, a volte non serve muovere i pezzi. Basta aspettare che lo facciano gli altri.
com.unica, 19 marzo 2026
