«Galu, ancora un bicchiere»: intervista a Nicola Salis dopo il Vinitaly 2026
Il più giovane della famiglia Salis, classe 2003, racconta l’esperienza veronese, la passione per il vino e il futuro del Nepente
Nicola, appena rientrato da Verona. La tua prima impressione al ritorno dal Vinitaly?
Stanco ma felice, come si dice sempre in questi casi, ma stavolta è davvero così. Quest’anno eravamo al Padiglione 7, stand E11·F10, il 14 e il 15 aprile. Due giorni intensissimi. Dietro il bancone ti trovi a versare Galu a giornalisti, buyer, sommelier e semplici appassionati che ti chiedono tutto, dal tipo di suolo alla scelta dei lieviti. È faticoso ma è anche il momento in cui capisci perché fai questo mestiere: perché quello che hai in bottiglia racconta una storia che piace, e che la gente vuole ascoltare.
Quali sono stati gli incontri che ti hanno colpito di più?
Mi ha fatto piacere notare quanti operatori del Nord Italia e stranieri cerchino ormai la Sardegna non solo per i grandi nomi, ma proprio per le realtà piccole come la nostra. Ho avuto conversazioni con persone che non conoscevano affatto il Nepente di Oliena e che dopo il primo sorso mi guardavano con quello sguardo che ogni produttore spera di vedere. È stata anche l’occasione per rivedere colleghi sardi con cui ci sentiamo tutto l’anno e che al Vinitaly diventano quasi una seconda famiglia.
Da dove nasce la tua passione per il vino? È un’eredità di famiglia o una scelta personale?
Entrambe le cose, e non potrebbe essere altrimenti. Il soprannome della mia famiglia a Oliena è “formica”: lo trovi anche nel nostro logo, che stilizza un petroglifo trovato in una grotta sarda. A Oliena i Salis sono tanti, e ogni ramo ha il suo soprannome. Mio bisnonno ha passato la vita nei vigneti, mio nonno faceva il trattorista e curava le vigne, entrambi producevano vino. Io sono cresciuto guardando mio padre Pietro tra i filari, ho respirato quest’aria da sempre. A dicembre mi sono laureato in enologia: era la conclusione naturale di un percorso che, in fondo, era già scritto.

L’azienda è giovane sul mercato: avete iniziato a imbottigliare nel 2021. Come avete vissuto questi primi anni?
Con molta prudenza e molta passione. La prima annata del 2021 sono state 1.650 bottiglie, nel 2022 siamo saliti a 2.050, poi 1.350 nel 2023 e 1.300 nel 2024. Numeri piccoli, volutamente, perché abbiamo scelto di partire in punta di piedi per capire il mercato e non tradire mai la qualità. Quest’anno, visto come sono andate le cose, ne produrremo 3.300: un salto importante, ma sempre dentro una logica di nicchia. E nel frattempo sono arrivati riconoscimenti che non ci aspettavamo così presto: le 4 stelle di Vinibuoni del Touring Club, la medaglia d’oro al Merano Wine Festival per il Galu 2022, il 98,5 su 100 di Vinodabere per il Galu 2023 nella classifica dei migliori vini della Sardegna. Sono soddisfazioni che ci danno la convinzione di essere sulla strada giusta.
Parlaci del Galu: cosa lo rende un vino davvero particolare?
Galu è Cannonau in purezza, al cento per cento, e nasce da tre vigneti di età diverse: uno di cinquant’anni, uno di quarantacinque e uno di venti. I terreni sono di media consistenza con frammenti granitici, e le forme di allevamento sono il cordone speronato e l’alberello, quello tradizionale sardo. La vendemmia è rigorosamente a mano, le uve vengono raffreddate per una notte prima della pigiatura, poi c’è una macerazione a freddo di quarantotto ore e la fermentazione a ventidue gradi per dodici giorni con lieviti selezionati. Dopo la svinatura, pressatura soffice e quattro mesi di affinamento sui lieviti, quindi acciaio e due mesi in cemento. Imbottigliamento a giugno o luglio, e il vino esce sul mercato circa un anno dopo. Il risultato è un rosso rubino intenso, con sentori di fragolina matura e amarena, beva elegante ed equilibrata, con una chiusura lunga e fruttata. È un vino che vuole essere potente ma mai ruvido.
E il nome? Galu ha un significato particolare?
Ne ha due, e questo mi piace raccontarlo. “Galu” in sardo vuol dire “ancora”. Da un lato è un omaggio alla continuità: tutta la mia famiglia ha fatto vino, e io continuerò a farlo. Dall’altro è una piccola speranza, quasi un augurio al consumatore: che dopo il primo bicchiere ne venga voglia di un altro. E poi c’è il Nepente: a Oliena, e soltanto a Oliena, un vino fatto con uve Cannonau può chiamarsi così. La parola è di origine greca e significa “senza tristezza”, cioè che scaccia i pensieri cattivi. Gabriele D’Annunzio, quando lo assaggiò, scrisse versi bellissimi dedicati a questo vino. È una denominazione che portiamo con grande rispetto, perché è un pezzo di identità del nostro paese.
Quali sono le prospettive per il Nepente di Oliena e per Galu nei prossimi anni?
Credo che il momento sia favorevole. Il mercato del vino, soprattutto quello di qualità, si muove sempre di più verso i prodotti identitari, legati a un territorio preciso e a una storia vera. Il Nepente ha entrambe le cose, e ha anche il vantaggio di essere ancora poco conosciuto fuori dalla Sardegna, quindi c’è spazio per crescere. Per noi la sfida è aumentare la produzione senza perdere quello che ci distingue, cioè la cura quasi maniacale di ogni fase. Già oggi Galu è nelle carte di locali importanti, sia sardi sia della Penisola. Vorremmo allargarci con prudenza anche all’estero, perché il Cannonau incuriosisce molto chi viene da fuori. Ma la stella polare resta Oliena: il vino nasce lì, da quelle vigne e da quelle persone, e lì deve tornare ogni volta che lo stappiamo. È questo il senso di “Galu”, ancora.
Marco Amadori, com.unica 5 maggio 2026
*Per saperne di più sull’Azienda Agricola Salis e il Nepente Galu: AGRICOLASALIS.COM
