Edgar Morin, il pensatore della complessità: addio al grande intellettuale europeo
Filosofo e sociologo cosmopolita e visionario: si è spento a Parigi all’età di 104 anni – lucido fino alla fine – l’uomo che ha insegnato a non aver paura del caos
Lo scorso 29 maggio si è spento nella capitale francese Edgar Morin, uno dei più grandi intellettuali del Novecento e del nuovo millennio. Aveva 104 anni. Ne ha dato notizia la moglie, Sabah Abouessalam-Morin, sociologa. Fino agli ultimi giorni, la sua mente era rimasta straordinariamente lucida: a soli pochi mesi dalla morte, aveva rilasciato un’intervista in cui dichiarava la propria «fede nell’amore e nella fraternità». Era nato il 8 luglio 1921 a Parigi, da una famiglia ebrea originaria di Salonicco. Aveva attraversato un intero secolo da protagonista indiscusso. Lo ha fatto senza mai smettere di pensare, di scrivere, di interrogarsi.
Edgar Nahoum – questo il suo vero cognome – perde la madre Luna a soli dieci anni, stroncata da un attacco cardiaco. Un trauma che lui stesso definirà «un Hiroshima interiore», e che segnerà per sempre il suo sguardo sul mondo: uno sguardo che impara presto a fare i conti con la morte, con il dolore, con l’imprevisto. Da quel momento in poi, farà propria una frase di Eraclito: «vivere di morte, morire di vita». L’adolescenza è quella di un «onnivoro culturale»: cinema muto nel quartiere di Ménilmontant, romanzi divorati di nascosto in classe, concerti di Beethoven che gli fanno sentire «il terrificante parto del mondo». Poi arriva la guerra, e con essa la Resistenza. È in quegli anni clandestini che Edgar Nahoum diventa Edgar Morin, nome preso per errore da una compagna partigiana che traformò il suo pseudonimo «Manin» in «Morin». Il nome resterà per sempre. «Che cosa saremmo diventati senza la Resistenza? Avremmo avuto una carriera. Grazie alla Resistenza, abbiamo avuto una vita» – dirà anni dopo.
Comunista in gioventù, poi dissidente dello stalinismo, sociologo del tempo presente, teorico dell’era planetaria: Morin non smette mai di spostarsi, di mettere in discussione, di rinnovarsi. Viene espulso dal Partito Comunista nel 1951. Reagisce scrivendo Autocritica, uno dei suoi libri più intensi, in cui ammette i propri errori con una franchezza rara tra gli intellettuali della sua generazione. La cacciata dal Partito, racconta, fu «una disgrazia da bambino» ma al tempo stesso lo rese «di colpo adulto». Non avrebbe mai più costretto la realtà alla logica di un’ideologia. Ciò che distingue Morin da quasi tutti i suoi contemporanei è la volontà ostinata di non rinchiudersi in nessuna disciplina. Sociologo, filosofo, epistemologo, cineasta, editorialista: il suo pensiero percorre biologia, fisica, informatica, antropologia, storia, ecologia. Negli anni Sessanta, con il documentario Cronaca di un’estate, girato insieme a Jean Rouch, si immerge nella vita quotidiana dei parigini con una domanda semplice e potente: «Come vivi?». Anni dopo, ricordando quel film, rifletterà che quella domanda è «più attuale oggi che allora», perché la difficoltà di vivere è ormai «molto più diffusa».
Celebre in America Latina più che in Francia – dove le università l’hanno spesso guardato con distanza – Morin ha ispirato riforme scolastiche in Brasile, insegnamenti universitari in Messico, Colombia, Perù. A lui è stata intitolata una università privata ad Hermosillo, in Messico. Il Centre d’Études sur les Communications de Masse che aveva contribuito a fondare è diventato il Centre Edgar-Morin. Una stella del pensiero europeo, ma anche un intellettuale profondamente cosmopolita, con radici sefardite nel Mediterraneo e uno sguardo che abbracciava il pianeta intero.
Il Pensiero Complesso: capire il mondo senza semplificarlo
Ma è soprattutto negli ultimi quarant’anni che Morin ha costruito l’edificio intellettuale per cui verrà ricordato nei secoli: la teoria del Pensiero Complesso, sviluppata nella sua opera monumentale La Méthode, sei volumi pubblicati tra il 1977 e il 2004. Un’impresa che non ha precedenti nella filosofia contemporanea: una ricognizione totale del sapere umano, volta a individuare una nuova strategia della conoscenza. Cosa significa, per Morin, «pensiero complesso»? Non significa pensiero complicato o confuso. Significa, al contrario, un pensiero che rifiuta di semplificare per forza, che non taglia via ciò che disturba, che non riduce il tutto a una sola parte. «L’ennemi de la complexité, ce n’est pas la simplicité, c’est la mutilation» – scriveva: il nemico della complessità non è la semplicità, è la mutilazione. Mutilazione di realtà, di senso, di sfumatura.
La realtà, secondo Morin, è fatta di interconnessioni, di retroazioni, di contraddizioni che convivono. Un’innovazione tecnologica come l’automobile rivoluziona i trasporti, ma inquina l’atmosfera e crea ingorghi che annullano i guadagni di tempo. Un regime che vuole fare la felicità dei popoli senza tener conto degli individui finisce per trasformarsi in dittatura. Ogni azione produce effetti che vanno al di là delle intenzioni di chi agisce. La realtà è imprevedibile, e qualsiasi pensiero che finga il contrario è destinato a sbagliarsi, a volte pericolosamente. Per questo il Pensiero Complesso si fonda su tre principi fondamentali. Il primo è il principio dialogico: tenere insieme due idee apparentemente contraddittorie – ordine e disordine, vita e morte, individuo e società – perché entrambe sono necessarie per capire la realtà. Il secondo è il principio ologrammatico: la parte contiene il tutto, e il tutto è presente nella parte, come ogni cellula del corpo umano contiene l’intero patrimonio genetico. Il terzo è il principio di ricorsione: causa ed effetto non procedono in linea retta, ma si alimentano a vicenda in un circolo continuo. I prodotti di un sistema ne diventano i produttori.
Questi non sono giochi intellettuali. Sono strumenti per navigare un mondo che non smette di sorprenderci. «La bonne méthode consiste à intégrer que la complexité des phénomènes va toujours nous surprendre» – il buon metodo consiste nell’accettare che la complessità dei fenomeni ci sorprenderà sempre, che ci saranno sempre reazioni impreviste, spirali. Di fronte a un mondo così, la risposta non è la rassegnazione: è un pensiero che tiene conto dell’imprevisto e avanza con prudenza. Morin ha lavorato molto in dialogo con lo scienziato Ilya Prigogine, che ha dimostrato come l’instabilità e il caos siano fenomeni costitutivi della natura stessa. Una foglia non cade come la mela di Newton. Un cumulo di sabbia non forma una piramide: crolla. Le falesie cedono. Anche il pensiero deve imparare a fare i conti con questo.
Un intellettuale europeo e cosmopolita fino all’ultimo
Morin amava definire la propria identità in modo stratificato: francese di patria, mediterraneo di «matria», «giudeo-gentile» di cultura, cosmopolita per vocazione. Discendente di ebrei sefarditi di Salonicco, formatosi nella tradizione umanista europea, si sentiva erede di Montaigne, Cervantes, Spinoza – tutti, come lui, figure di frontiera tra culture diverse. «Sono estraneo a qualsiasi idea di popolo eletto» – dichiarava. Questa libertà da ogni dogma identitario era per lui una conquista preziosa, non una mancanza.
Negli ultimi anni, mentre il mondo si richiudeva su se stesso, Morin non ha smesso di lottare contro le semplificazioni pericolose. Contro il «pensiero manicheo, unilaterale, riduttore» che alimenta i nazionalismi e i fondamentalismi. Per lui, «due France si scontrano già a parole, la Francia identitaria e la Francia umanista», ed era necessario lottare su due fronti: contro i fanatismi assassini e contro la xenofobia. Il massacro di Gaza dopo il 7 ottobre 2023 è stato una delle sue ultime grandi preoccupazioni, che lo ha spinto a scrivere – lui, intellettuale ebreo profondamente attento alle sorti del suo popolo – che «non è sufficiente essere stati perseguitati per non diventare a propria volta persecutori».
Fino all’ultimo, ha combattuto contro quella che chiamava «la regressione neoautoritaria» che attraversa il pianeta. «Sarà presto forse mezzanotte nel secolo» – diceva, con quella tensione tra lucidità e speranza che lo ha caratterizzato per tutta la vita. Amava citare il poeta spagnolo Antonio Machado: «Caminante, no hay camino, el camino se hace al andar» – «Tu che cammini, non c’è sentiero, il sentiero si fa camminando». Era la sua filosofia di vita, prima ancora che una metafora intellettuale. Un pensiero che non si chiude, che non arriva mai a una conclusione definitiva, che resta aperto all’imprevisto, al dubbio, alla sorpresa.
Edgar Morin ci ha lasciato a 104 anni, con una mente rimasta straordinariamente lucida fino alla fine e una produzione intellettuale che non si è mai interrotta. Il suo ultimo romanzo autobiografico, scritto nel 1946 e rimasto nel cassetto per quasi ottant’anni, è stato pubblicato nel 2024. Il terzo volume de La Méthode, ritrovato tra le sue carte, nello stesso anno. Un uomo che ha vissuto un’intera vita in corsa, instancabile, curioso, aperto. Ora il cammino di Edgar Morin si è fermato. Il cammino del suo pensiero – animato dalla tensione tra contrari, dalla fiducia nell’intelligenza umana, dalla speranza in una «insurrezione delle coscienze» – continua, per tutti coloro che non hanno rinunciato a capire il mondo nella sua complessità.
Marco Amadori, com.unica 1 giugno 2026
*Foto in alto: Edgar Morin no Fronteiras do Pensamento São Paulo 2011 – Licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0
