La storica israeliana, figlia del grande Amos Oz, racconta il suo sionismo liberale: contro i fanatismi, le semplificazioni post-coloniali e la logica del “gioco a somma zero”

Storica delle idee, docente emerita all’Università di Haifa, figlia di Amos Oz – il grande scrittore che trasformò la vicenda familiare e la nascita di Israele in una grande geografia morale del Novecento – impegnata a continuare con strumenti propri quella stessa battaglia del padre contro il fanatismo e contro le semplificazioni, Fania Oz è stata ospite lo scorso 9 giugno a Roma della Fondazione Giuseppe Levi Pelloni per ritirare il Premio FiuggiStoriaEuropa 2025.

L’incontro romano, promosso dalla Fondazione Giuseppe Levi Pelloni in collaborazione con la FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane) e condotto da Luca Aniasi, Bianca Cimiotta Lami e Pino Pelloni, aveva un titolo che era già una domanda necessaria: Dall’Illuminismo al postcolonialismo e ritorno: Israele e Palestina sono condannati a restare prigionieri di un gioco a somma zero?

Davanti ad un numeroso pubblico la studiosa si è definita senza esitazioni una “figlia del kibbutz” e “profondamente, senza alcuna vergogna, sionista”: ma di un sionismo minimalista, democratico, liberale, lontano dallo spirito di conquista e di superiorità. “Un piccolo luogo nel mondo – ha spiegato – dove il popolo ebraico potesse vivere sovrano senza negare lo spazio degli altri”. In questa tensione, tra memoria e futuro, patria e convivenza, giustizia e compromesso, si apre il cuore della sua riflessione. Ed è da qui che prende avvio questa nostra conversazione.

La consegna del Premio Fiuggi Europa a Fania Oz

Fania, il titolo della sua conferenza parla di un “gioco a somma zero”. Può spiegarci perché secondo lei questo concetto impedisce la pace?

Il “gioco a somma zero” è la convinzione che una nazione (o un popolo) debba guadagnare tutto e l’altra perdere tutto. Storicamente, i leader palestinesi hanno spesso insistito su questa logica, rifiutando la partizione del 1947. Oggi, purtroppo, anche molti fanatici israeliani hanno adottato questa visione. Il pragmatismo illuminista, invece, cerca il compromesso “win-win”, dove entrambe le parti rinunciano a qualcosa per ottenere una sovranità reciproca.

Lei definisce il sionismo un “figlio dell’Illuminismo”. In che modo questa eredità filosofica ha plasmato la visione originale dello Stato d’Israele?

Il sionismo delle origini è nato come un prodotto della Haskalah (l’Illuminismo ebraico) e dell’Illuminismo europeo. Ha subito infatti l’influenza di pensatori come Immanuel Kant, Jean-Jacques Rousseau e Giuseppe Mazzini in quanto fautori di un modello di Stato liberale, democratico e umanista. Era un movimento orientato al futuro che cercava di conciliare l’identità nazionale locale con valori universali, diritti umani e progresso tecnologico. L’obiettivo non era la conquista o la superiorità, ma la creazione di un piccolo spazio nel mondo dove gli ebrei potessero essere cittadini istruiti e sovrani all’interno della “famiglia delle nazioni”, rispettando al contempo la presenza di altri popoli nella patria ancestrale.

Molte teorie post-coloniali oggi descrivono il sionismo come un progetto di “colonialismo di insediamento”. Perché lei contesta così duramente questa narrazione?

Perché è storicamente falsa. Parliamo di teorie spesso semplicistiche e distorte quando applicate al contesto israeliano. Il post-colonialismo ha creato un nuovo paradigma, che cancella la vulnerabilità storica degli ebrei per inquadrarli forzatamente nel ruolo del “bianco colonizzatore”, ignorando la realtà storica della maggior parte degli israeliani. I miei nonni ad esempio non erano agenti di una potenza coloniale europea; erano rifugiati e sognatori che l’Europa aveva letteralmente buttato fuori. Non avevano eserciti o marine alle spalle. Arrivare in Israele nel 1945 era un atto di sopravvivenza e liberazione, intrapreso perché tutte le altre porte del mondo erano chiuse dopo la Shoah.

Lei ha citato il lavoro dello storico inglese Patrick Wolfe come esempio di “falsificazione accademica”. Cosa intende esattamente?

Molta letteratura accademica antisionista si basa su una manciata di citazioni decontestualizzate. Wolfe, ad esempio, usa una frase sulla necessità di “demolire il vecchio per costruire il nuovo” per sostenere l’idea di un piano genocida contro gli arabi. In realtà, quel testo parlava del “credo degli ebrei europei”: la necessità interiore di abbattere la vecchia identità della diaspora per reinventarsi come popolo nuovo in Israele. È una manipolazione intellettuale “fatta su misura” per delegittimare Israele.

La piccola Fania tra le braccia del padre Amos (foto gentilmente fornita da Fania Oz)

Suo padre, Amos Oz, parlava spesso del conflitto come di una “tragedia greca”. Qual è la differenza tra un finale “shakespeariano” e uno “cechoviano” (a cui lei ha fatto cenno nella conferenza) per questa tragedia?

Per mio padre, lo scontro era tra “giustizia contro giustizia”, ovvero nella collisione di due ragioni ugualmente legittime che rivendicano lo stesso territorio. In Shakespeare, la tragedia finisce con il palcoscenico pieno di cadaveri; la giustizia forse trionfa, ma nel vuoto. In Čechov, alla fine i personaggi sono magari delusi, tristi e amareggiati, ma sono tutti ancora vivi sul palcoscenico. Noi dobbiamo aspirare a un finale cecoviano: questo significa accettare un compromesso pragmatico. In questo scenario, nessuna delle due parti ottiene la “giustizia assoluta” o la vittoria totale (che porterebbe alla morte dell’altro, come in Shakespeare), ma entrambi i popoli riescono a sopravvivere, pur dovendo convivere con la delusione di non aver ottenuto tutto ciò che desideravano.

Quali sono le radici storiche della “tragedia greca” secondo Amos Oz?

Una delle radici è legata alla condizione degli ebrei come popolo di profughi e rifugiati dopo la Seconda Guerra Mondiale. Per i sopravvissuti all’Olocausto, il ritorno nella terra ancestrale non era un atto coloniale ma l’unica via di sopravvivenza e liberazione, dato che tutte le altre porte del mondo erano chiuse. E poi il dramma palestinese associato agli eventi del 1947-1948, vissuti come una catastrofe (Nakba). Il movimento nazionale palestinese rivendicava il diritto alla sovranità sulla stessa terra, portando a uno scontro frontale tra due aspirazioni nazionali. La tragedia si è storicamente consumata nel rifiuto della soluzione a due Stati proposta dalle Nazioni Unite nel 1947 (Risoluzione 181), che mio padre considerava l’unico modo per far coesistere queste due “giustizie” come entità gemelle. In particolare, viene citata la responsabilità del Mufti di Gerusalemme nel condurre il suo popolo verso il disastro rifiutando la coesistenza.

Lei ha espresso critiche molto dure verso Benjamin Netanyahu. Qual è la sua colpa maggiore secondo lei?

Netanyahu non conosce la parola “pragmatismo”. Ha alimentato una “macchina avvelenata” di propaganda e ha stretto alleanze con fanatici come Ben Gvir e Smotrich: una decisione che non ha niente a che vedere con l’ideologia ma è dettata soprattutto dalla necessità di rimanere al potere per sfuggire ai suoi processi per corruzione, dato che nessun altro partito moderato voleva formare una coalizione con lui. Aggiungiamo poi la questione dei coloni: le politiche di insediamento nella West Bank portate avanti o permesse dal governo Netanyahu si sono rivelate uno schiaffo in faccia a tutti coloro che desiderano sinceramente la pace e la coesistenza. Inoltre, ha seguito la politica di dare potere ad Hamas per indebolire l’Autorità Palestinese, proprio perché Hamas, giocando un gioco a somma zero, rendeva impossibile ogni processo di pace. In sintesi, Netanyahu rappresenta l’antitesi del sionismo illuminista e pragmatico, avendo sostituito la ricerca del bene comune con una strategia di “gioco a somma zero” finalizzata alla propria permanenza al potere.

In che modo i social media e l’attuale clima dell’informazione stanno influenzando la percezione del conflitto?

Viviamo in un momento “infelice” per l’onestà dei fatti. I social media, da TikTok a X, sono diventati macchine che diffondono narrazioni semplicistiche in bianco e nero. Israele sta perdendo la guerra dell’informazione perché è sommerso da menzogne, ma io credo che alla lunga le persone sapranno riconoscere l’onestà intellettuale rispetto alla propaganda. Oggi è facile essere influenzati da narrazioni semplicistiche che circolano online, basate spesso su citazioni falsificate o decontestualizzate che alimentano l’odio. Assistiamo al fallimento di quello che è stato definito il “Villaggio Globale”: sebbene si pensasse che internet avrebbe creato un villaggio globale di comprensione reciproca, ci troviamo invece in uno “stato di natura” di stampo hobbesiano, dove la comunicazione digitale esaspera la conflittualità.

Ha parlato più volte della necessità di ricostruire in Israele una nuova sinistra moderata e pragmatica insieme a un centro politico. Come crede sia possibile raggiungere questo obiettivo?

Significa radunare persone ragionevoli che non siano “innamorate” della politica dell’identità e che capiscano che il mondo non è diviso tra angeli e demoni. Abbiamo bisogno di una forza politica che sia contemporaneamente pro-Israele, pro-Palestina e pro-pace. La speranza risiede nel ritorno al pragmatismo e nel coraggio di tendere la mano per una soluzione a due Stati, anche quando sembra che dall’altra parte non ci sia un partner.

a cura di Sebastiano Catte, com.unica 20 giugno 2026

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