Leone XIV e Trump, Thiel e la destra americana: uno scontro che pochi si aspettavano

Lo scorso gennaio, in una sala conferenze del Pentagono, è accaduto qualcosa che persino i diplomatici americani stentano a definire diversamente da «una gaffe». Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa per la politica, aveva convocato un incontro con il cardinale Christophe Pierre, nunzio apostolico negli Stati Uniti di Papa Leone XIV. A un certo punto, uno dei funzionari presenti al tavolo – non Colby stesso – ha evocato il Papato di Avignone: quei settant’anni, dal 1309 al 1376, in cui la corona di Francia tenne il papato in cattività, lontano da Roma, costringendolo a piegarsi alla propria volontà. Un riferimento storico la cui lettura era tutt’altro che oscura. Il cardinale Pierre ascoltò in silenzio. Poi riferì tutto al Papa. Da quel giorno, come ha confermato il blog Letters from Leo dello scrittore americano Christopher Hale, la Santa Sede non ha più fatto un passo indietro.

Il Financial Times, in un lungo reportage pubblicato questa settimana, ricostruisce nei dettagli il deterioramennto progressivo, ormai apparentemente irreversibile, dei rapporti tra il Vaticano e l’amministrazione Trump. Una frattura che ha radici profonde, che ha attraversato mesi di silenzi diplomatici e scaramucce pubbliche, e che nelle ultime settimane si è trasformata in un conflitto aperto, aspro, senza precedenti nella storia moderna dei rapporti tra Washington e la Santa Sede. A riportarlo per primo, in un articolo pubblicato su “The Free Press”, era stato il giornalista italiano Mattia Ferraresi, segnalando come le tensioni si fossero ormai spostate fino ai corridoi del Pentagono.

Al centro di tutto c’è Robert Francis Prevost, figlio del South Side di Chicago, padre agostiniano, canonista, più di vent’anni spesi tra i contadini poveri del Perù. Quando il conclave lo ha eletto con il nome di Leone XIV, quasi un anno fa, era chiaro che qualcosa stava per cambiare. Ma forse nessuno immaginava quanto rapidamente e con quale intensità. Per anni, l’America cattolica conservatrice e più reazionaria aveva potuto liquidare Francesco – il papa argentino, gesuita, figlio del Terzo Mondo – come una voce estranea alla sensibilità americana. Un papa di «sinistra», si diceva, influenzato da una teologia della liberazione che non poteva avere interlocutori reali negli Stati Uniti. Ora con Leone XIV quella scappatoia non c’è più. Prevost è americano, nato a Chicago, formatosi a Villanova. Parla l’inglese senza accento e conosce dall’interno le contraddizioni della società americana. E che, quando critica le deportazioni di massa, lo fa con la voce di un connazionale. Quando condanna l’uso della forza militare, non può essere certo derubricato come un intellettuale sudamericano che non è in grado di comprendere le dinamiche del mondo reale. Questo è il vero problema, per Trump. E questo è il motivo per cui Leone XIV è, per la Casa Bianca, un avversario assai più insidioso del suo predecessore.

Il filo delle tensioni si dipana già dai primi mesi del pontificato. Dal principio, Leone ha criticato apertamente la politica dell’amministrazione Trump sui migranti. Le deportazioni di massa, i centri di detenzione, il linguaggio della minaccia usato nei confronti di chi attraversa la frontiera: tutto questo è entrato nelle omelie, nei discorsi, nelle parole del papa. Non con la retorica dello scontro politico, ma con il lessico del Vangelo, il che, paradossalmente, rende le sue parole ancora più difficili da controbattere. Un punto di rottura più netto, tuttavia, è arrivato con la guerra. Prima le azioni militari in Venezuela. Poi i missili contro le cosiddette imbarcazioni di narcotrafficanti a cui ha fatto seguito il sequestro di Nicolás Maduro, per il quale il Vaticano stava cercando una via diplomatica d’uscita. E infine l’Iran. «La guerra è tornata di moda», ha detto Leone ai diplomatici, «e lo zelo per la guerra si sta diffondendo». Una frase sufficiente, secondo il Financial Times, a far scattare la convocazione d’urgenza al Pentagono. Il discorso che ha fatto esplodere la rabbia di Colby e del suo team è stato quello di gennaio sullo stato del mondo: Leone aveva avvertito che «una diplomazia che promuove il dialogo e cerca il consenso tra tutte le parti viene sostituita da una diplomazia basata sulla forza». Per il Pentagono, quella frase era un attacco diretto alla cosiddetta «Dottrina Donroe», l’aggiornamento trumpiano della dottrina Monroe, con la quale l’amministrazione rivendica il dominio incontrastato sull’emisfero occidentale.

La reazione di Leone al blitz del Pentagono è stata l’opposto della resa. Nel Giovedì Santo, davanti ai sacerdoti riuniti per la Messa del Crisma a San Pietro, ha pronunciato parole che sembravano uscire da un altro registro, più duro: «L’occupazione imperialista del mondo viene scardinata dall’interno. La violenza, che fino a quel momento era legge, viene smascherata». Non è stato fatto il nome di Trump, non ce n’era bisogno. La domenica di Pasqua, davanti a oltre duecentomila persone in piazza San Pietro, ha implorato i leader mondiali di «deporre le armi e abbandonare il desiderio di dominare gli altri». Poche ore dopo, come ha riportato Christopher Hale, Trump ha fatto marcia indietro sulla sua minaccia più letale contro l’Iran. «L’unica volta in questa presidenza», scrive Hale, «che figure esterne lo hanno costretto alla ritirata».

Poi è arrivata la bomba vera. Nei giorni precedenti la scadenza dell’ultimatum di Trump, secondo cui l’Iran rischiava «l’annientamento» come civiltà se non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz, Leone ha fatto qualcosa di ancor più sorprendente: ha chiesto esplicitamente ai cittadini americani di chiamare i loro rappresentanti al Congresso per fermare i bombardamenti. Un papa che interviene direttamente nella politica interna americana. Un gesto che lo storico delle religioni Massimo Faggioli, professore al Trinity College di Dublino, ha definito «l’opzione nucleare del Vaticano». «Capiscono che la situazione in America è fuori controllo», ha spiegato Faggioli al Financial Times, «e hanno bisogno di usare tutti i mezzi possibili per lanciare l’allarme e svegliare le persone su ciò che sta accadendo». Francesco Sisci, co-fondatore dell’Appia Institute, un think-tank geopolitico che segue da vicino la diplomazia vaticana, è ancora più netto: «La questione reale è che la Chiesa non può permettere l’uso di una vernice religiosa nella guerra americana contro l’Iran, un paese musulmano. La Chiesa non vuole altre crociate». Perché è questo che spaventa davvero il Vaticano: il linguaggio religioso con cui il capo del Pentagono Pete Hegseth ha descritto la campagna in Iran. «Hegseth parla di guerra sacra, di crociata», ha detto Faggioli. «Hanno sviluppato una narrativa religiosa sulla guerra, ed è qui che il Vaticano si è davvero spaventato. Questa è la strada verso un futuro in cui la coesistenza religiosa diventa impossibile».

È in questo contesto che va letta anche un’altra frizione, meno visibile ma per certi versi altrettanto rivelatrice. A metà marzo, Peter Thiel – magnate della Silicon Valley, cofondatore di PayPal e Palantir Technologies, tra i principali finanziatori e ispiratori del movimento MAGA e dell’ascesa politica di JD Vance – è sbarcato a Roma per tenere un ciclo di seminari riservati sull’Anticristo e sulla crisi della democrazia. Tra settembre e ottobre 2025, a San Francisco, Thiel aveva già sviluppato una lettura dell’Anticristo come simbolo di un potere globale tecnocratico, capace di imporre regole su intelligenza artificiale, ambiente e comunicazione. Gli incontri romani si sono tenuti a Palazzo Taverna, con accessi controllati e divieto assoluto di registrazione. L’evento era organizzato dall’associazione culturale bresciana Vincenzo Gioberti e ha riunito una platea selezionatissima di giovani ultra-conservatori, imprenditori e giornalisti. Due istituzioni cattoliche hanno preso le distanze dai seminari di Thiel: la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (l’Angelicum), che ha smentito di volerli ospitare, e la Catholic University of America, che ha chiarito di non patrocinare l’evento. 

La ragione di questa diffidenza è strutturale, non episodica. Per capire la muraglia che il Vaticano ha eretto davanti alle idee di Thiel basta rileggere la posizione della Chiesa sull’intelligenza artificiale, già espresse in maniera molto chiara dallo stesso Leone XIV, particolarmente sensibile a queste tematiche: il rischio concreto che l’IA «limiti la visione del mondo a realtà esprimibili in numeri e racchiuse in categorie preconfezionate, estromettendo l’apporto di altre forme di verità e imponendo modelli antropologici, socio-economici e culturali uniformi».

Praticamente due visioni agli antipodi. Thiel predilige una visione nazionalista e tecnocratica, mentre il papa e la Santa Sede hanno ripetutamente chiesto il rafforzamento delle istituzioni globali come le Nazioni Unite. A Roma, la lettura teologico-politica di Thiel ha incrociato una sensibilità ecclesiale molto più prudente che altrove. Il Papa, che negli ultimi mesi ha richiamato più volte alla responsabilità nell’uso delle parole religiose, ha segnato una distanza netta, interpretata come un rifiuto dell’uso della fede per giustificare visioni politiche radicali. L’Osservatore Romano ha risposto con un articolo che definiva la «tecno-teologia» di Thiel una variante moderna dei «falsi profeti» – un tono raramente usato verso un ospite straniero di passaggio.

Tutto ciò pone una domanda che nessuno a Washington sembra disposto ad affrontare con onestà: a chi giova uno scontro frontale con il papa americano? Secondo un sondaggio NBC pubblicato nel mese scorso, Leone XIV è la figura pubblica più popolare negli Stati Uniti: con un indice di gradimento netto di +34 punti, il primo in una classifica di quattordici personaggi pubblici. Attaccare Leone significa quindi alienarsi una fetta consistente della base cattolica repubblicana, quella stessa base su cui Trump ha costruito parte della sua coalizione. Una contraddizione politica di enorme portata, non un paradosso secondario.

Il politologo Francis Fukuyama, da parte sua, aveva trovato nei giorni scorsi parole di una durezza quasi chirurgica per descrivere lo stato attuale dell’amministrazione americana: «Il mondo è diventato un posto molto pericoloso perché il paese più potente è sotto il controllo di un bambino di dieci anni che ha scoperto un lanciafiamme nel giardino dei suoi genitori e ora si diverte a usarlo per bruciare le cose». In questo quadro, il papa, un uomo abituato a governare complessità politiche tra i contadini del Perù e i palazzi romani, appare come un adulto in una stanza di bambini armati.

Da ricordare, infine, che il prossimo 4 luglio, mentre Washington celebrerà il 250° anniversario dell’indipendenza americana con parate, fuochi d’artificio e la retorica della grandezza nazionale, il primo Papa americano della storia non ci sarà presente. Aveva ricevuto l’invito ma l’ha declinato e trascorrerà quel giorno a Lampedusa, sull’isola italiana dove ogni settimana approdano i migranti che attraversano il Mediterraneo nel tentativo di sopravvivere. «Robert Francis Prevost è un uomo troppo ponderato per aver scelto quella data per caso», scrive Christopher Hale. Lampedusa il 4 luglio è un gesto simbolico di una precisione quasi matematica: il papa americano che sceglie gli ultimi del mondo invece della parata di Washington. Un affronto in piena regola per la Casa Bianca.

Sebastiano Catte, com.unica 10 aprile 2026


I riferimenti agli articoli citati nell’articolo:

Financial Times

Letters From Leo

The Free Press (Mattia Ferraresi)

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