Timothy Snyder, tra i più autorevoli storici americani, non usa mezze misure nel commentare le parole di Donald Trump sull’Iran: quelle frasi, scrive, non sono “solo parole”

Sul suo blog ospitato su Substack, Timothy Snyder – storico di Yale, autore di Bloodlands e tra i maggiori studiosi mondiali dei totalitarismi del XX secolo – ha pubblicato nelle ultime ore un intervento che sta circolando con forza negli ambienti accademici e giornalistici americani. Il titolo è diretto, senza attenuanti: The President Speaks Genocide – «Il presidente parla di genocidio».

Il bersaglio è una frase pronunciata da Donald Trump in merito al conflitto in corso con l’Iran, riportata da Snyder in apertura del suo testo come una sorta di documento storico da fissare sulla carta prima che il ciclo mediatico la inghiotta: «Un’intera civiltà morirà questa notte, per non tornare mai più».

«Queste non sono le parole di Hitler, o Stalin, o Mao, o Pol Pot, o Assad, o Putin», scrive Snyder. «Queste sono le parole del presidente degli Stati Uniti, oggi.»

L’intervento non è un saggio accademico, né una requisitoria legale in senso stretto: è un atto di testimonianza pubblica, il tipo di gesto che Snyder ha teorizzato nel suo piccolo libro Sulla tirannide – la necessità, per il cittadino comune come per l’intellettuale, di non lasciare che le parole del potere scivolino via senza essere nominate per quello che sono.

Uno dei punti cardine dell’argomentazione di Snyder riguarda proprio la questione del linguaggio. Chi sostiene che si tratti di «sole parole» sbaglia, secondo lo storico, e sbaglia in modo pericoloso. «Come ogni storico delle atrocità di massa sa», scrive, «non esiste qualcosa come “solo parole”. L’idea di uccidere un’intera civiltà, una volta pronunciata, resta. Permette ad altri di dire cose simili» – e cita, a titolo di esempio, un altro eletto che ha paragonato l’intero Iran a un cancro da estirpare.

Le conseguenze giuridiche

Ma è sul piano del diritto internazionale che l’analisi di Snyder assume un carattere più tecnico e, per certi versi, più inquietante. Lo storico richiama la Convenzione sul genocidio del 1948, ratificata dagli Stati Uniti nel 1988, e sottolinea come il principale ostacolo alla sua applicazione sia storicamente la difficoltà di provare l’intento di distruggere un gruppo. Ebbene, scrive Snyder, quell’ostacolo è ora caduto: «D’ora in poi l’intento è agli atti, nelle parole pubblicate dal presidente degli Stati Uniti e comandante in capo delle forze armate riguardo alla morte di “un’intera civiltà”».

Ne derivano, secondo Snyder, responsabilità concrete per chiunque operi all’interno dell’apparato statale e militare americano: bombardare un ponte, una diga, un impianto idrico o energetico – atti già potenzialmente classificabili come crimini di guerra – assumerebbe una valenza giuridica diversa, «genocida», se compiuta dopo che il capo di stato ha espresso un’intenzione genocida.

Una responsabilità collettiva

Snyder chiude il suo intervento con un appello che travalica la dimensione legale e politica per farsi quasi morale. «Non possiamo contare sui politici», scrive. «Questo dipende in ultima analisi da noi, i cittadini: per il bene nostro, per il futuro del paese, per la possibilità di nuovi inizi, dobbiamo dire qualcosa, a qualcun altro, a noi stessi: questo è semplicemente sbagliato.»

Parole dure, pronunciate da uno studioso che ha dedicato la sua carriera a capire come le società scivolino verso la barbarie. E che oggi, evidentemente, ritiene di riconoscere i segnali di quel percorso.

L’articolo di Snyder è disponibile sul suo Substack, «Thinking about…»

com.unica, 7 aprile 2026

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