“La pace non si costruisce con le armi”: Leone XIV davanti alla nuova guerra in Medio Oriente
Dall’Angelus del 1° marzo l’appello costante contro ogni escalation: la linea del Papa dopo l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran
Domenica 1° marzo, in una Piazza San Pietro attraversata da un sole ancora freddo di fine inverno, Leone XIV ha scelto parole che pesavano come pietre. Mentre dal Medio Oriente arrivavano notizie di bombardamenti su Teheran e Isfahan, il Papa ha trasformato l’Angelus in un appello accorato contro la spirale della violenza. «La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con armi che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile», ha dichiarato davanti a migliaia di fedeli.
Le parole arrivavano meno di 36 ore dopo l’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, un attacco su larga scala che ha già provocato centinaia di vittime civili, tra cui decine di bambini. Il Papa non ha citato direttamente i leader coinvolti, ma il riferimento era inequivocabile. «Di fronte alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi», ha proseguito, «mi rivolgo alle parti coinvolte con un appello accorato affinché si assumano la responsabilità morale di fermare la spirale di violenza prima che diventi un abisso irreparabile!». Il tono non era solo pastorale. Era politico nel senso più alto del termine: un richiamo alla responsabilità delle nazioni.
Un Papa che parla prima delle bombe
Chi segue questo pontificato sa che la presa di posizione di domenica non è un’eccezione. È la prosecuzione coerente di una linea tracciata fin dall’inizio. Nel suo primo saluto dalla Loggia centrale, l’8 maggio 2025, Leone XIV aveva pronunciato parole programmatiche: «La pace sia con tutti voi!». Una pace, aveva spiegato, «disarmante, umile e perseverante». Non una pace armata, non una tregua imposta dai rapporti di forza, ma una pace evangelica. Nei mesi successivi il Papa ha moltiplicato gli interventi. Nel discorso annuale al corpo diplomatico, davanti a 184 ambasciatori, ha denunciato che «la guerra è tornata in voga e si sta diffondendo lo zelo per la guerra». Parole che oggi suonano profetiche. Sul Venezuela aveva invitato a «cercare vie di dialogo» prima dell’intervento armato. Su Cuba aveva espresso «grande preoccupazione» chiedendo un confronto «sincero ed efficace». Sull’Iran aveva già implorato di «fermare la tragedia della guerra prima che diventi un abisso irreparabile». Il filo rosso è evidente: prima la diplomazia, sempre.
L’intervento del 1° marzo si inserisce dentro un impianto teologico preciso. La tradizione cattolica della “guerra giusta”, sviluppata da Agostino d’Ippona e sistematizzata da Tommaso d’Aquino, prevede condizioni rigorose: ultima ratio, proporzionalità, tutela degli innocenti, possibilità concreta di successo. Secondo quanto riportato, l’attacco all’Iran sarebbe avvenuto mentre canali diplomatici erano ancora aperti e mentre si parlava di possibili concessioni sul nucleare. In questo quadro, l’azione militare appare, alla luce della dottrina, difficilmente giustificabile.
Leone XIV ha più volte ribadito che «la guerra non risolve i problemi, ma piuttosto li amplifica e produce ferite profonde nella storia dei popoli che richiedono generazioni per guarire». Non è solo un giudizio morale: è una diagnosi storica.
C’è un elemento che rende questo passaggio particolarmente delicato: Leone XIV è il primo Papa americano. Eppure, nel corso di questi mesi, ha dimostrato di non piegare il Vangelo alla bandiera di alcuna nazione. Ha criticato l’escalation in Medio Oriente. Ha condannato l’uso indiscriminato della forza a Gaza. Ha denunciato la corsa globale agli armamenti. Ha parlato di etica della vita con una coerenza che va «dal grembo materno alla zona di guerra».
Il Papa ha affrontato il tema della guerra ingiusta oltre 150 volte nei primi nove mesi di pontificato. Un dato che racconta la centralità della pace nella sua agenda. All’Angelus di domenica, l’invocazione finale è stata insieme preghiera e programma politico: «Possa la diplomazia recuperare il suo ruolo e possa essere promosso il bene dei popoli, popoli che desiderano una coesistenza pacifica fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace»
Un pontificato definito dalla pace
L’attacco all’Iran potrebbe segnare uno spartiacque. Non solo per gli equilibri geopolitici, ma per il profilo pubblico di questo pontificato.
Leone XIV sta costruendo, mattone dopo mattone, una tesi morale radicale: il Vangelo non si adatta alle agende di potenza. Non giustifica la logica della deterrenza permanente. Non assolve l’uccisione di innocenti come danno collaterale. In una fase storica in cui la guerra sembra tornata linguaggio ordinario delle relazioni internazionali, il Papa insiste su una parola che molti considerano ingenua: dialogo. Ma lo fa con la consapevolezza che l’alternativa è l’abisso.
La domanda che aleggia oltre il colonnato del Bernini non riguarda solo Washington, Tel Aviv o Teheran. Riguarda l’Occidente intero: c’è ancora spazio per una politica che scelga la diplomazia prima dei bombardieri? Domenica, affacciandosi su Piazza San Pietro, Leone XIV ha ripetuto ciò che aveva promesso il giorno della sua elezione: «La pace sia con tutti voi». Resta da capire chi, nel fragore delle armi, sarà disposto ad ascoltare.
Sebastiano Catte, com.unica 3 marzo 2026
