Presso il Museo ebraico di Roma è stata inaugurata il cinque febbraio scorso una nuova sala che si riporta ad una lettura innovativa del Novecento ebraico italiano, intitolata: “Dall’emancipazione ai giorni nostri”.

La direttrice del museo Olga Melasecchi e la cocuratrice della sala Lia Toaff hanno spiegato che l’obiettivo è: “da un lato arricchire la sala con nuove opere grazie a una importante donazione ricevuta nel 2025, dall’altro valorizzare il patrimonio documentario già presente, restituendo ai materiali d’archivio la centralità che meritano nel raccomto storico”. La donazione a cui si riferiscono è quella delle sorelle Luciana e Margherita Ascarelli che hanno dato seguito a quanto stabilito dal fratello Dario e che è composta da 21 dipinti e 54 ceramiche di artisti ebrei del Novecento, in gran parte italiani.

Margherita Ascarelli quando, lo scorso primo luglio sono state presentate le opere, ci ha raccontato come suo fratello Dario, fin da ragazzo, amasse collezionare, dapprima i francobolli per poi, in seguito, passare alle ceramiche che andava a scovare in varie parti d’Italia ed ai quadri che. a volte, comprava alle aste. La particolarità della collezione è che ogni pezzo è accompagnato da notizie ricavate da libri ed illustrazioni messe insieme da Dario. La Melasecchi ci ha ricordato come:“la donazione copre l’intero arco del Novecento e ci ha permesso di riempire ogni sezione con opere d’arte” e che la realizzazione del nuovo allestimenmto “è stata possibile grazie al sostegno del Ministero della Cultura italiano e della Ruth Stanton Foundation di New York che hanno creduto nel valore culturale e didattico del progetto”.

La storia raccontana con le opere esposte ha inizio dall’emancipaziome degli ebrei romani, nel 1870, con l’abbattimento delle porte del ghetto e la possibilità per gli stessi di uscirne, per poi attraversare la prima guerra mondiale grazie alle testimonianze ricavate dalle lettere dal fronte in cui è riportato il senso di appartenenza, grazie ad un forte patriottismo. La Toaff ha sottolineato che all’epoca “molti (ebrei) combattono come soldati semplici, mentre in altre realtà ebraiche italiane dove il percorso di integrazione era iniziato prima, era più frequente trovare ufficiali e gradi più elevati Le lettere dal fronte raccontano un fortissimo senso patriottico e il desiderio di sentirsi finalmente cittadini come gli altri”.

Patriottismo il loro che verrà però oscurato dalla vergogna delle leggi razziali e della Shoah, ma che non si lascerà abbattere e vedrà una volontà di rinascita nella ricostruzione del Dopoguerra. Tra le altre, sono qui presenti anche opere di Corrado Cagli, Carlo Levi, Adriana Pincherle, Manuele Luzzati. Inoltre tra i quadri esposti compare la Natura morta del 1928 di Gino Parin, pseudonimo di Federico Gugliemo Jehuda Pollack, pittore triestino arrestato nel 1944 deportato prima a Fossoli e poi a Bergen-Belsen dove trovò la morte poche settimane dopo l’arrivo.

Altro pittore triestino è Arturo Rietti, presente con uno dei suoi tanti aiutoritratti. Si racconta che ne abbia dipinti un 150, quasi tutti in età adulta, dopo i suoi tanti viaggi a Vienna dove aveva incontrato Freud, mentre a Trieste era in contatto con il suo discepolo Edoardo Weiss, colui che fece conoscere la psicanalisi in Italia.

Spesso, nei taccuini di Rietti ritroviamo anche la descrizione dei sogni fatti e questo per una ulteriore ricerca interiore. Infatti lui sosteneva che: “se il ritratto non rivela una verità segreta, profonda dell’anima del soggetto non è poesia”. Del resto anche Anna Maria Accerboni aveva fatto notare, in alcuni suoi saggi, l’inusuale frequenza di autoritratti tra i pittori di Trieste dell’epoca, riferendosi anche ad Arturo Nathan che tentava di cogliere i tratti della propria identità nei numerosi autoritratti.

Parin e Rietti insieme ai pittori Vittorio Bolaffio, Isidoro Grunhut, Arturo Nathan e Giorgio Settala dovettero subire l’infamia di vedere le loro opere allontanate dalle sale del Museo Revoltella di Trieste, su deliberazione del Curatorio, nella seduta del 7 settembre 1940 in applicazione delle leggi razziali.

Rietti, diversamente da Parin e Nathan riuscì a salvarsi grazie alla benevolenza dei conti Gallarati Scotti che nel momento del pericolo lo ospitarono, come avevano già fatto nel corso dei decenni precedenti, nella loro tenuta di Fontaniva.

“Una vicenda questa che restituisce con forza il legame tra produzione artistica e tragedia storica.”

Il Dopoguerra. ha ricordato la Melasecchi, segna il risorgere della vita culturale ed artistica e chiude il percorso della mostra con “i dipinti della Pincherle che hanno un colore bellisssimo che trasmette una grande vitalità e le ceramiche di Luzzati” .

Anna Caterina Alimenti/com.unica/1 marzo 2026

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