Teheran risponde con missili su Israele e Paesi del Golfo. Lo storico Timothy Snyder: «La guerra non crea una tabula rasa in cui dobbiamo improvvisamente credere all’assurdo solo perché lo afferma un leader»

Alle 5 del mattino, ora di Teheran, la televisione di Stato iraniana ha interrotto le trasmissioni con immagini d’archivio e uno schermo listato a lutto: l’ayatollah Ali Khamenei è morto. L’annuncio, arrivato poche ore dopo il blitz congiunto di Stati Uniti e Israele, ha segnato uno spartiacque nella storia della Repubblica islamica. Con lui sarebbero stati uccisi il capo di Stato maggiore Abdul Mousavi, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh, il consigliere per la sicurezza Ali Shamkhani e il comandante dei Pasdaran Mohammad Pakpour. L’operazione, secondo fonti americane, è stata ordinata dal presidente Donald Trump da Mar-a-Lago, in Florida. Al suo fianco il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il capo di stato maggiore Dan Caine. Israele ha confermato di aver colpito «obiettivi del regime terroristico iraniano nel cuore di Teheran», mentre il premier Benjamin Netanyahu ha dichiarato in tv: «Ci sono indicazioni che non è più tra noi». Trump, poche ore dopo, avrebbe confermato mostrando ai collaboratori la foto del corpo.

L’attacco in pieno giorno

L’azione militare si è svolta in pieno giorno, una scelta che secondo fonti militari avrebbe garantito un effetto sorpresa. Gli israeliani hanno concentrato i raid sui vertici e sugli apparati antiaerei per aprire un “corridoio” operativo; gli americani si sono dedicati alla rete missilistica iraniana. Impiegati per la prima volta droni-kamikaze della Task Force Scorpion, oltre a missili da crociera lanciati da portaerei e sottomarini. Coinvolte circa 200 unità aeree israeliane e oltre 500 bersagli selezionati.

A Teheran sono stati colpiti il centro di comando Beit E Rahbari, sedi dell’intelligence, caserme e rifugi alternativi dei leader. Esplosioni anche a Qom, Isfahan, Karaj, Shiraz e Chabahar. Secondo un primo bilancio, oltre 200 le vittime, tra cui decine di studenti rimasti sotto le macerie di una scuola a Minab.

Parallelamente, si è consumata un’offensiva cibernetica: internet paralizzato, media iraniani sotto attacco hacker, account attribuiti al Mossad impegnati a diffondere immagini e appelli. Una guerra combattuta su più piani, militare e psicologico.

La transizione e la rappresaglia

Il Consiglio supremo di sicurezza nazionale, guidato da Ali Larijani, ha annunciato l’avvio del processo di successione alla Guida suprema, sotto la supervisione del presidente Masoud Pezeshkian e di due alti funzionari. Intanto, la Repubblica islamica ha proclamato 40 giorni di lutto. Ma la risposta non si è fatta attendere. I Pasdaran hanno lanciato una nuova ondata di missili e droni verso Israele e diversi Paesi del Golfo. Alcuni vettori hanno raggiunto Tel Aviv; in Bahrein è stata centrata la base della V Flotta statunitense. Esplosioni segnalate in Qatar, presso la base di al Udeid, negli Emirati Arabi Uniti (Al Dhafra e persino l’area di Palm Island a Dubai), in Arabia Saudita e Kuwait. Le difese antiaeree hanno intercettato parte dei missili, ma non tutti.

Drammatica la minaccia sul fronte marittimo: Teheran ha ammonito le navi a lasciare lo stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il traffico energetico globale. Un’eventuale chiusura, o un’estensione delle tensioni a Bab el Mandeb, avrebbe effetti devastanti su mercati e approvvigionamenti.

I dubbi sul “dopo”, le riflessioni dello storico Timothy Snyder

Alla vigilia dell’attacco, indiscrezioni dal Pentagono avevano fatto trapelare perplessità sui costi (oltre 630 milioni di dollari), sulle scorte di munizioni e sulle conseguenze politiche. Il Medio Oriente resta un sistema di equilibri fragili: l’eliminazione di Khamenei può indebolire il regime o radicalizzarlo ulteriormente. In questo contesto si inserisce la riflessione dello storico Timothy Snyder, pubblicata sul suo blog Substack e raccolta nell’articolo dal titolo Perché attaccare l’Iran? Snyder invita a «liberarsi della propaganda e domandarsi perché stia accadendo, alla luce dei fatti che conosciamo».

Secondo lo storico, la guerra potrebbe essere letta non solo come atto di politica estera, ma come dinamica di politica interna americana. «Le guerre sono spesso un mezzo per indebolire e svuotare le democrazie», scrive, indicando due schemi ricorrenti: la richiesta di compattezza nazionale contro il “traditore” interno e la gestione di elezioni in condizioni straordinarie. Snyder solleva anche il tema della corruzione personale. L’argomento secondo cui l’Iran fosse sul punto di costruire un’arma nucleare «non è stato dimostrato», osserva, ricordando come la stessa amministrazione avesse già dichiarato in passato di aver distrutto quel programma. E aggiunge che, considerato «il livello di corruzione palese e quasi sconcertante che ha caratterizzato l’amministrazione Trump», occorre chiedersi se le forze armate non vengano usate come strumento “a noleggio”, anche alla luce dei rapporti economici con Paesi del Golfo ostili all’influenza iraniana. Lo storico non assolve il regime di Teheran, definito «omicida» e responsabile della repressione dei manifestanti. Ma insiste su un punto cruciale: «La guerra è un momento in cui ci verrà detto di non fare domande. In realtà è proprio il momento in cui le domande devono essere poste».

La morte di Khamenei apre un vuoto di potere in Iran e una fase di incertezza regionale. Se da un lato l’asse Israele–Stati arabi del Golfo potrebbe sentirsi rafforzato, dall’altro la Repubblica islamica, messa con le spalle al muro, potrebbe giocare la carta dell’allargamento del conflitto. I prossimi giorni diranno se l’operazione segnerà l’inizio di una transizione o l’innesco di una guerra più ampia. Nel frattempo, tra sirene a Tel Aviv e fiamme nel Golfo, resta l’interrogativo che Snyder affida ai lettori: questa guerra riguarda solo l’Iran, o parla anche delle fragilità delle democrazie che la conducono?

com.unica, 1 marzo 2026

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