“Fratelli maggiori”. 40 anni dopo, la visita del Papa in Sinagoga che cambiò la storia
[ACCADDE OGGI]
Il 13 aprile 1986 Giovanni Paolo II varcava per la prima volta la porta di una sinagoga: l’abbraccio con il rabbino Toaff e le parole di Wojtyla restano un punto di non ritorno nel dialogo tra ebrei e cristiani
C’è una soglia, nella storia dei rapporti tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo, che divide un prima e un dopo. È quella del Tempio Maggiore di Roma, varcata il 13 aprile 1986 da Giovanni Paolo II. Nessun papa l’aveva mai attraversata prima di allora. Quel gesto, semplice nella forma ma profondo nel significato, compie quarant’anni oggi, e la data non è passata inosservata né nella comunità ebraica né in quella cattolica.
La visita era stata immaginata, osata e organizzata dal rabbino capo di Roma Elio Toaff, il quale aveva scommesso su Wojtyla – come ha ricordato lo storico Alberto Melloni a “Pagine Ebraiche” – in un momento tutt’altro che facile: pochi anni prima, il 9 ottobre 1982, un attentato palestinese alla stessa sinagoga aveva ucciso il piccolo Stefano Gaj Taché e ferito decine di persone. Lo stesso papa polacco, il 13 maggio 1981, aveva subito un attentato in piazza San Pietro. Eppure Toaff non esitò. «Mentre lui si accingeva ad entrare nella sinagoga gremita e a compiere quel gesto di riparazione che doveva ricomporre una frattura di secoli, confesserà in seguito, io mi sentii schiacciare dal peso di tutto il dolore che il mio popolo aveva patito in duemila anni.»
Wojtyla arrivò al Tempio Maggiore in un clima di curiosità e commozione generale. Nel suo lungo discorso alla comunità ebraica romana, il papa ricordò anzitutto le radici comuni delle due fedi, richiamando la dichiarazione conciliare Nostra Aetate del 1965 come punto di svolta irreversibile: «La svolta decisiva nei rapporti della Chiesa cattolica con l’Ebraismo – disse – si è avuta con questo breve ma lapidario paragrafo.» Indicò tre capisaldi fondamentali: il legame “intrinseco” che unisce il cristianesimo all’ebraismo; il rifiuto di ogni colpa collettiva imputata agli ebrei per la morte di Gesù; e la conferma che gli ebrei «rimangono carissimi a Dio», chiamati con una «vocazione irrevocabile». Quindi pronunciò la frase destinata a restare nella storia: «Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori.» L’espressione divenne iconica, pur aprendosi a interpretazioni diverse. Toaff fu il primo a mostrarsi indulgente verso quella formulazione, tanto da riprenderla nel titolo della propria autobiografia.
Il papa non dimenticò l’orrore della Shoah. Nel discorso evocò la visita al lager di Auschwitz del giugno 1979, la lapide con l’iscrizione in lingua ebraica davanti alla quale si era raccolto in preghiera, il riconoscimento che il popolo ebraico «ha la sua origine da Abramo che è padre della nostra fede». E riconobbe che anche la comunità ebraica di Roma «pagò un alto prezzo di sangue» durante le persecuzioni razziali, rendendo omaggio al fatto che le porte dei conventi e degli edifici vaticani si spalancarono per offrire rifugio agli ebrei romani braccati dai nazisti. L’incontro si chiuse con un abbraccio tra i due leader religiosi: momento fisico di sintesi di un appuntamento con la storia.
Nel suo discorso Elio Toaff ha affermato che il compito comune nella società dovrebbe essere dunque quello di cercare di insegnare ai nostri simili il dovere del rispetto dell’uomo per l’uomo, dimostrando l’iniquità di quei mali che affliggono il mondo come il terrorismo, che è l’esaltazione della violenza cieca e inumana e che colpisce gente indifesa, tra cui ebrei di ogni paese solo perché sono ebrei; come l’antisemitismo ed il razzismo, che vanamente credevamo per sempre debellati dopo l’ultimo conflitto. «La condanna che il Concilio ha pronunciato contro qualunque forma di antisemitismo – ha poi proseguito – dovrebbe essere rigidamente applicata, come pure la condanna di ogni violenza, per evitare che l’intera umanità affoghi nella corruzione, nell’immoralità, nell’ingiustizia.»

A quarant’anni da quella giornata, al Museo ebraico è stata organizzata l’iniziativa “Quel giorno in sinagoga”, con gli interventi dell’attuale rabbino capo Riccardo Di Segni, del presidente della Comunità ebraica romana Victor Fadlun e dello storico cattolico Alberto Melloni. Altri appuntamenti sono in programma il 19 aprile presso la Sala Baldini di piazza Campitelli, promosso dall’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma, con la partecipazione di esperti di dialogo interreligioso e rappresentanti di istituzioni ebraiche internazionali e il 22 aprile presso la Cappella della Comunità Monastica di Maccarese (Roma) promosso dalla Fondazione Giuseppe Levi Pelloni nell’ambito del progetto “Baruch Abbà”.
Melloni, profondo conoscitore di quel capitolo di storia, invita a non cedere all’illusione che il cammino sia già compiuto. La Nostra Aetate, ricorda a “Pagine ebraiche”, «non è stata, come alcuni speravano, la rottura di un vaso di cristallo ma il tirare un elastico»: un processo che va rinnovato in ogni generazione, con pazienza, perché – dice senza mezzi termini – «la massa gravitazionale dell’antisemitismo di matrice cristiana è molto grande». E il dialogo tra ebrei e cristiani, aggiunge, non potrà mai essere pienamente simmetrico: mentre un ebreo può pensarsi senza il cristianesimo, il cristianesimo non può fare lo stesso. Come lo stesso Wojtyla aveva avvertito nel 1986: «La strada intrapresa è ancora agli inizi, e ci vorrà ancora parecchio, nonostante i grandi sforzi già fatti da una parte e dall’altra.» Parole che suonano, oggi, tanto come un bilancio quanto come un mandato.
SC, com.unica 13 aprile 2026
