Mentre influencer come Lorenzo Tosa trasformano la complessità del mondo in contenuti preconfezionati e rassicuranti, c’è ancora chi sceglie di non offrire risposte scontate. E viene attaccato per questo

Ha detto che non si sente superiore al suo pubblico. Che non vuole dare lezioni su Gaza o sull’Iran dal palco di un concerto. Che un proclama buttato giù in un appello lo lascia indifferente. Ha detto, in sostanza, che fare il cantautore e fare il tribuno sono due mestieri diversi, e che lui ha scelto il primo. Apriti cielo. Levata di scudi, anatema. Come se avesse confessato chissà quale crimine. Eppure Francesco De Gregori non è esattamente uno che guarda il mondo dalla finestra con le persiane abbassate. Viva l’Italia, La storia, Generale, Titanic: sono decenni di musica attraversata da una visione civile profonda, mai urlata, mai trasformata in comizio, mai ridotta a hashtag. La differenza (sottile ma decisiva) è che il cantautore romano ha sempre messo la complessità del mondo dentro le canzoni, lasciando all’ascoltatore la libertà di abitarla. Non gli ha mai consegnato un foglietto con le istruzioni per l’uso del reale. Perché c’è una differenza enorme tra un artista che fa pensare e un artista che spiega cosa pensare. La stessa che c’è tra l’arte e il catechismo. E il catechismo, si sa, funziona meglio quando il fedele è già convinto. L’impegno civile di un artista può essere una cosa bellissima quando nasce da una elaborazione autentica, da una conoscenza reale dei temi, da quella disposizione al dubbio che è il marchio di fabbrica di chi ha davvero studiato qualcosa. Il problema è quella particolare forma di impegno che non tollera incertezze, che trasforma questioni enormi e laceranti (come una guerra, un conflitto decennale, una crisi geopolitica che gli stessi storici di professione faticano ancora a decifrare) in favolette morali con i buoni e i cattivi già bell’e assegnati, i plot twist prevedibili e il lieto fine garantito per chi si schiera dalla parte giusta. Ma in tal caso non si dovrebbe parlare di analisi ma di pura consolazione.

Il risultato così è un conformismo militante che sarebbe comico se non fosse così pervasivo: artisti e intellettuali che si affollano sotto le stesse bandiere, firmano gli stessi appelli, ripetono le stesse formule con la stessa faccia indignata, convinti di essere avanguardia mentre praticano la più disciplinata delle retroguardie. E chi non si allinea – come lo stesso De Gregori – viene guardato con quella specifica miscela di compatimento e sospetto che la sinistra culturale italiana riserva ai propri eretici. Non sei abbastanza schierato? Allora sei dall’altra parte. Tertium non datur, la complessità può aspettare.

Qualche anno fa un gigante del pensiero come Norberto Bobbio sosteneva che “le persone colte hanno il dovere di seminare dubbi, non di raccogliere certezze”. Era un’altra epoca, si dirà. Un’epoca in cui per definirsi intellettuale bisognava almeno aver letto qualcosa di impegnativo, aver frequentato il dubbio come si frequenta un maestro scomodo, aver maturato una posizione attraverso anni di letture, errori e ripensamenti. Oggi basta un profilo ben curato, una buona luce, una dose calibrata di indignazione e il gioco è fatto. Ed è così che siamo precipitati da un maestro come il filosofo torinese a Lorenzo Tosa, caso di scuola (anzi, caso di feed) dell’intellettuale-influencer contemporaneo. Centinaia di migliaia di follower, una capacità non comune di trasformare qualsiasi evento geopolitico in un contenuto digeribile in novanta secondi, una sicurezza nell’interpretare il mondo che farebbe impallidire Kissinger. Gaza, i migranti, il clima, Trump, Meloni, la famiglia nel bosco: tutto trova la sua casella, tutto riceve la sua etichettta, tutto viene consegnato al pubblico già elaborato, già masticato, già orientato nella direzione giusta. Nessuna incertezza, nessuna zona d’ombra e nessun «forse». Il dubbio è roba da indecisi, e gli indecisi non attirano like. Il successo è stato, bisogna riconoscerlo, straordinario. E questo la dice lunga non tanto su Tosa (che ha semplicemente trovato un suo format e lo gestisce con professionalità) quanto sul bisogno diffuso di certezze preconfezionate in un mondo che fa paura proprio perché non si lascia semplificare. La gente vuole essere rassicurata, vuole sapere chi sono i buoni, vuole qualcuno che le dica che ha ragione. E l’influencer-intellettuale alla Tosa questo servizio lo offre, puntuale come un abbonamento streaming. Il problema è che questa funzione un tempo la svolgeva la propaganda. Oggi si chiama, con più eleganza, personal branding.

Per tornare al “Principe”, qualcuno, con la consueta freschezza argomentativa, ha riesumato la trita storia del rivoluzionario a vent’anni e del conservatore da adulto. Formula comoda, di quelle che dispensano dall’obbligo di pensare. Peccato che funzioni solo se si confonde la rivoluzione con la conformità. Perché oggi (e la cosa dovrebbe far riflettere chi ama i paradossi) la posizione più coraggiosa e controcorrente è esattamente quella di chi si rifiuta di firmare marchette ideologiche, di chi non sale sul pulpito, di chi ammette pubblicamente di non avere tutte le risposte su questioni che gli storici, i diplomatici e gli esperti di diritto internazionale continuano a dibattere da anni senza trovare sintesi e soluzioni.

Il dubbio non può pertanto essere scambiato per viltà e disimpegno. Non è la scusa dei pavidi per non esporsi, è quello che un altro grande pensatore come Edgar Morin (scomparso proprio in questi giorni) chiamava “pensiero complesso”: la capacità di tenere insieme le contraddizioni senza la tentazione di risolverle troppo in fretta, di abitare l’incertezza senza esserne paralizzati. De Gregori lo ha fatto per decenni attraverso le sue canzoni, con una coerenza silenziosa e ostinata. E lo ha fatto, last but not least, senza mai annoiarci e regalando bellezza. Il che, nel panorama attuale, è già di per sé un atto quasi rivoluzionario.

Sebastiano Catte, com.unica 2 giugno 2026

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