Il silenzio dell’erba: Jannik Sinner è ancora il re di Wimbledon
L’altoatesino supera Alexander Zverev in quattro set e conquista per la seconda volta consecutiva il torneo più prestigioso del mondo. Una vittoria costruita con il servizio, la pazienza e una forza mentale che oggi non ha eguali
A Wimbledon anche il tempo sembra vestirsi di bianco. Si entra nel Centre Court e per qualche ora il mondo esterno resta fuori: il rumore delle città, le polemiche, le urgenze, perfino la fretta. Rimangono l’erba consumata vicino alle linee di fondo, le tribune ordinate, il silenzio che precede il servizio e quel modo tutto inglese di trasformare una partita di tennis in una cerimonia civile. Poi entrano Jannik Sinner e Alexander Zverev. E per noi italiani, davanti allo schermo, non è più soltanto una finale ma un’abitudine recente e tuttavia ancora incredibile: vedere un ragazzo nato tra le montagne dell’Alto Adige camminare sul campo più celebre del mondo da campione in carica, con la naturalezza di chi non è arrivato lì per una fortunata deviazione del destino. Alla fine vince ancora lui: 6-7, 7-6, 6-3, 6-4 in tre ore e quarantasei minuti. Secondo Wimbledon consecutivo, quinto titolo del Grande Slam, decima vittoria di fila contro Zverev. È il decimo giocatore dell’era Open capace di difendere il titolo sull’erba londinese. Numeri importanti, ma che non bastano per raccontare ciò che si è visto. Perché la misura della vittoria non sta soltanto nel punteggio: sta nel modo in cui Sinner attraversa le difficoltà senza permettere loro di diventare paura.
Il primo set è una porta che non si apre. I due servono come se il campo fosse diventato più corto e la rete più bassa. Zverev, alto, potente, rinfrancato dal successo ottenuto poche settimane prima al Roland Garros, gioca con un’aggressività che raramente gli avevamo visto nelle grandi occasioni. La prima di servizio viaggia a velocità pazzesca; il diritto, quando resta dentro il campo, è un colpo che sembra spostare l’aria. Sinner aspetta. Aspettare, nel suo tennis, non significa essere passivi. Significa osservare la partita mentre la partita accade, raccogliere dati invisibili, misurare la profondità dei colpi, la direzione dei servizi, il punto esatto in cui l’avversario comincia a dubitare. Il suo viso dice poco. Non cerca il pubblico, non mette in scena il combattimento. Sembra quasi che tutta l’energia venga trattenuta all’interno, come l’acqua dietro una diga.
Il primo set giocato alla pari arriva inevitabilmente al tie-break. Sinner ha un’occasione, Zverev la cancella con il servizio. Il tedesco trova poi un diritto magnifico e chiude 9-7. Esulta rivolgendosi al proprio angolo. Ha interrotto una serie di quattordici set consecutivi persi contro l’italiano e, per la prima volta dopo molto tempo, sembra davvero credere di poterlo battere.
Il secondo set riproduce il primo come uno specchio quasi perfetto. Ancora servizi dominanti, ancora pochissime occasioni. Zverev continua a colpire forte. Sinner continua a restare lì. È qui che emerge la qualità che lo distingue da tutti gli altri: la sua mente non confonde ciò che è accaduto con ciò che sta per accadere. Ha perso il primo tie-break, ma il secondo è un’altra stanza, con altre pareti e un’altra luce. Non vi entra portandosi dietro il peso degli errori precedenti. Parte subito avanti, conquista i primi quattro punti, prende possesso della linea di fondo e chiude 7-2.
Parità perfetta ma in realtà, tutto è già cambiato. Nel tennis ci sono momenti in cui il punteggio resta in equilibrio, ma l’equilibrio della partita si è spostato. Zverev ha giocato quasi al massimo delle proprie possibilità e si ritrova al punto di partenza. Sinner, invece, sembra avere ancora qualcosa da aggiungere. Comincia a leggere meglio il servizio del tedesco, allunga gli scambi, difende negli angoli e trasforma palline difficili in colpi neutri, poi palline neutre in occasioni d’attacco.
Il terzo set contiene una scena che racconta Wimbledon meglio di molte fotografie ufficiali. Sul 3-3 Zverev conquista l’unica palla break che Sinner concederà nell’intera finale. L’italiano la annulla con una smorzata. Il tedesco cambia direzione, scivola e cade, portandosi la mano al ginocchio destro. Sinner non esulta e non torna immediatamente sulla linea di fondo. Attraversa la rete, si avvicina all’avversario e lo aiuta a rialzarsi. È un gesto semplice, quasi automatico. Proprio per questo è importante. A Wimbledon la competizione non esclude il rispetto. Il campo è il luogo in cui si tenta di battere l’altro, non di umiliarlo. Il pubblico comprende la differenza e applaude. Poi il gioco riprende e Sinner non concede più nulla. Nel game successivo aumenta la pressione in risposta. Zverev commette un doppio fallo, sbaglia con il diritto e perde per la prima volta il servizio. La racchetta gli sfugge di mano e vola sull’erba. È il segno che la diga interiore del tedesco comincia a cedere. Sinner serve per il set e lo chiude 6-3. Non cerca l’applauso, cambia campo come se dovesse ancora cominciare la parte più importante del lavoro. Sinner sente la pressione, la paura e la stanchezza come tutti gli altri. La differenza è che non affida loro le decisioni. Nei punti delicati rallenta, respira, sceglie. Il suo tennis non diventa più prudente quando la tensione cresce: diventa più preciso.
Nel quarto set Zverev tenta l’ultima resistenza. Da 40-0 trova una serie di risposte profonde, torna a spingere, costringe Sinner a difendersi. Sul 3-3 arriva il passaggio decisivo. Zverev salva due palle break, non la terza. Sinner trova un diritto che il tedesco non riesce a controllare e sale 4-3. Non è ancora finita, ma sul Centre Court si percepisce quella particolare forma di inevitabilità che accompagna i grandi campioni: l’avversario continua a giocare, il pubblico continua a trattenere il fiato, eppure tutti sembrano sapere dove conduce la strada. L’ultimo game è un piccolo inventario del tennis moderno: servizio, difesa, una volée in tuffo di Zverev, una smorzata di Sinner. Sul primo match point l’italiano lascia partire il diritto. La palla attraversa il campo e chiude la finale.
Solo allora il volto immobile cambia. Sinner cade sull’erba, disteso sulla schiena, le braccia aperte. Per quasi quattro ore ha custodito ogni emozione; adesso può finalmente lasciarla uscire. Il Centre Court si alza in piedi. Il ragazzo che sembrava non sentire nulla mostra, in un solo gesto, quanto ha sentito.
Molti campioni possiedono colpi straordinari. Alcuni servono più forte, altri hanno maggiore fantasia o un atletismo più spettacolare. Ma oggi nessuno possiede come Sinner la capacità di archiviare il dolore senza fingere che non sia esistito. La sconfitta non viene cancellata: viene studiata, smontata e trasformata in materiale da costruzione. Era già accaduto lo scorso anno. Dopo aver perso contro Carlos Alcaraz una finale del Roland Garros nella quale aveva avuto tre match point, Sinner era arrivato a Wimbledon e aveva battuto proprio lo spagnolo nell’ultimo atto. Quest’anno ha risposto alla caduta parigina del Roland Garros contro Cerundolo nello stesso modo: tornando sul campo più prestigioso del mondo e vincendo ancora.
Quando gli consegnano la coppa, Sinner ricorda che non esiste posto migliore in cui giocare a tennis e che una finale di Wimbledon non può mai essere considerata scontata. Zverev, sconfitto, lo definisce il migliore del mondo. I due sorridono, si scambiano parole di rispetto. Anche questo appartiene al rito: il vincitore non ostenta, il perdente riconosce.
Intorno ci sono il verde, il bianco, l’oro del trofeo. Ci sono i gesti antichi, gli inchini, gli applausi che arrivano soltanto quando il punto è davvero finito. Wimbledon conserva la propria tradizione non come un museo, ma come una lingua ancora parlata. Ogni generazione vi aggiunge una parola. Jannik Sinner, ormai, ne ha aggiunte due. Due vittorie consecutive. Due domeniche entrate nella storia dello sport italiano. Due volte sull’erba più famosa del mondo senza perdere la misura, l’educazione, il rispetto dell’avversario. E mentre solleva ancora la coppa, con quel sorriso improvviso che sembra quasi sorprenderlo, si capisce che la sua forza più grande non è il diritto, non è il rovescio, non è nemmeno il servizio diventato quasi inattaccabile. È il silenzio che riesce a creare dentro di sé quando tutto intorno fa rumore.
Sebastiano Catte, com.unica 13 luglio 2026
