Grande successo per la personale “Segni di Cura” di Giuseppina Irene Groccia al Duomo di Cosenza. La mostra è visitabile fino al 5 giugno

Grande successo di presenze per l’inaugurazione di “Segni di Cura”, mostra personale di Giuseppina Irene Groccia a cura di Mariateresa Buccieri, promossa e sostenuta dal lavoro congiunto di APS Agorà ETS, AlterEgo ASC e Think Tank Trust attraverso l’impegno rispettivamente di Evelina Cascardo, Francesca Lo Celso e Sergio Stumpo.

La mostra è ospitata nel suggestivo Duomo di Cosenza, cuore del centro storico cittadino e luogo di straordinario valore storico e spirituale, la cattedrale, tra le più antiche della Calabria, conserva nei secoli la memoria religiosa e culturale della città e accoglie oggi la rassegna Segni di Cura, nel segno dei 450 anni della Madonna del Pilerio, figura centrale della devozione cosentina.

La serata inaugurale si è aperta con la presentazione della curatrice Mariateresa Buccieri, che ha introdotto il lavoro dell’artista con un intervento molto attento, delineando con chiarezza le linee poetiche e concettuali della ricerca di Giuseppina Irene Groccia all’interno del percorso espositivo Segni di Cura.

Particolarmente apprezzato, nella serata inaugurale, il format che ha messo in dialogo opere e poesia attraverso la declamazione dei lettori. Un intreccio fluido e coinvolgente che, anche grazie alla forza del luogo, ha emozionato e in alcuni momenti profondamente toccato il pubblico. Molti amici hanno raggiunto l’artista da diverse città, scegliendo di esserci e rendendo ancora più vivo il senso dell’iniziativa.

Un ruolo centrale in questo percorso è stato affidato al professore Giuseppe De Rosis, che ha curato la costruzione del dialogo tra opere e testi poetici. Accanto a lui, i lettori Placido Bonifacio, Rossella Scaramuzza, Maria Romeo, Francesca Cannavò, Maria Curatolo ed Ermelinda Pipieri, che hanno raggiunto il luogo dell’evento appositamente per dare voce alle poesie, rendendo il passaggio tra parola e immagine un momento condiviso e partecipato.

Dentro questo intreccio di linguaggi si inserisce anche la presenza dell’abito “Aura”, ideato e realizzato da Veronica Martino, che ha contribuito ad ampliare il percorso espressivo della mostra attraverso una componente performativa, in dialogo con lo spazio e con i temi dell’esposizione.

Tra le figure più vicine al percorso artistico dell’artista si ringraziano il professor Mimmo Legato e lo storico Stefano Vecchione per la loro presenza, e la curatrice Mariateresa Buccieri per l’accoglienza e la gestione impeccabile di questa esposizione. Tutti e tre, con sensibilità diversa ma complementare, condividono e seguono da tempo l’evoluzione della ricerca e delle progettualità espositive dell’artista. Un pensiero grato va inoltre a Don Luca Perri, parroco del Duomo di Cosenza e Rettore della Cattedrale, che pur non potendo essere presente ha reso possibile l’ospitalità e lo svolgimento della mostra con grande disponibilità.

A seguire, il testo critico redatto dalla curatrice Mariateresa Buccieri per l’artista offre una lettura attenta e articolata del progetto, utile a comprendere più da vicino la poetica delle dodici opere esposte.

La mostra è visitabile fino al 5 giugno e rappresenta anche un’occasione per visitare il Duomo di Cosenza, luogo simbolo della città e del suo centro storico, meta quotidiana di visitatori e turisti per il suo valore storico e spirituale.

Ilaria Pisciottani, com.unica 3 giugno 2026


La Cura come Attraversamento nell’“Emotive Art” di Giuseppina Irene Groccia

La pittura è una poesia silenziosa (Plutarco)

Nella ricerca artistica di Giuseppina Irene Groccia, in arte GiGro, la cura non si manifesta come semplice consolazione, ma come attraversamento emotivo e spirituale. La serie Emotive Art si sviluppa infatti come uno spazio liminale in cui immagine, memoria e sensibilità contemporanea convergono, dando forma a una riflessione intensa sull’identità e sulla fragilità dell’essere umano. Le opere dell’artista si muovono lungo il confine sottile tra linguaggio digitale e suggestione pittorica, generando una dimensione visiva stratificata, immersiva, quasi meditativa. Il volto umano emerge come epicentro di questa indagine: non un ritratto tradizionale, ma una soglia psicologica attraverso cui affiorano inquietudini, desideri, ferite e possibilità di rinascita. La frammentazione delle figure, le sovrapposizioni cromatiche e le dissolvenze formali non raccontano una perdita dell’identità, ma testimoniano la sua continua trasformazione. In questo percorso, la guarigione interiore coincide con l’accettazione della complessità umana. GiGro non ricerca un’armonia perfetta, ma quella verità emotiva che emerge proprio dalle crepe dell’esistenza. Le sue immagini sembrano suggerire che la vulnerabilità non sia una condizione da occultare, bensì una forza generativa, capace di trasformarsi in nuova consapevolezza e nuova bellezza. La componente cromatica assume un ruolo essenziale in questo processo. I colori vibrano, si accendono, si stratificano in campiture dense e simboliche che trasformano l’opera in un’esperienza percettiva ed emotiva. La luce non cancella l’ombra, ma la accoglie; il sacro convive con il quotidiano; l’estetica contemporanea dialoga con una dimensione quasi rituale dell’immagine. È proprio in questa tensione tra caos e trascendenza che l’artista costruisce il proprio linguaggio della cura. L’arte di GiGro diventa così luogo di rifugio e riconoscimento reciproco. Chi osserva non è chiamato soltanto a contemplare, ma a sostare emotivamente dentro l’opera, lasciandosi attraversare da essa. Le figure femminili, sospese tra forza e malinconia, custodiscono una memoria universale: quella di chi continua a ricomporsi nonostante le ferite, trasformando il dolore in possibilità espressiva. In Emotive Art, la cura dello spirito coincide allora con la capacità di abitare le proprie ombre senza smarrire la tensione verso la luce. Giuseppina Irene Groccia costruisce un linguaggio visivo che non offre risposte definitive, ma apre spazi di ascolto interiore, restituendo all’arte una funzione profondamente umana: accogliere, comprendere e trasformare l’esperienza emotiva in consapevolezza condivisa. In un tempo che consuma rapidamente emozioni e relazioni, l’arte di GiGro restituisce il valore del sentire, trasformando la fragilità in uno spazio possibile di luce.

Mariateresa Buccieri*

*Storica e critica d’arte

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