Un sodalizio ideale attraverso lettere, paesaggi e colore diviso: la mostra che riunisce per la prima volta i due maestri del divisionismo. Dal 13 marzo al 14 giugno 2026

Nuoro, marzo 2026 – C’è una storia che la storia dell’arte italiana ha tenuto troppo a lungo in margine. È quella di un’amicizia, di lettere scambiate tra un maestro di Volpedo e un pittore sardo, di tele che si parlano attraverso il tempo e la distanza. Dal 13 marzo al 14 giugno 2026, il MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro – la porta finalmente alla luce con la mostra La divina luce, progetto inedito che ricostruisce il lascito ideale di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907) all’artista nuorese Antonio Ballero (1864-1932).

Il progetto espositivo è curato da Chiara Gatti e coordinato da Rita Moro, con la consulenza scientifica di Gabriella Belli (la massima studiosa del Divisionismo italiano) e con il contributo scientifico di Gabriella Belli e Antonello Cuccu.

Un carteggio ritrovato

Tra il 1904 e il 1907, il padre nobile del divisionismo italiano e il pittore sardo si scrivono. Le lettere documentano un dialogo vivace, intellettuale, appassionato. Nel 1904, Pellizza vede alla Cinquantunesima Esposizione della Società delle Belle Arti di Genova due opere di Ballero (poi identificate con Mattino di Marzo e L’appello serale) e le definisce una vera “rivelazione”. Un giudizio che cambierà la traiettoria del maestro sardo. Da quel momento, Ballero imbocca con decisione la strada del divisionismo, abbandonando il tonalismo giovanile debitore di Corot per una pittura fatta di piccole tacche cromatiche, complementarità dei colori, crepuscoli penetranti.

Pellizza da Volpedo, quattro anni più giovane di Ballero ma già al centro della vita artistica nazionale, condivise con il collega nuorese la sua visione del paesaggio, della luce, del colore come strumento di verità. “Tenere i colori divisi e avvicinati anziché mescolarli sulla tavolozza” era la prassi codificata da Grubicy e consacrata dalla Triennale torinese del 1896, con le opere di Morbelli, Nomellini, Previati, Longoni e dello stesso Pellizza.

Ballero recepì questa lezione e la trasformò. La filtrò attraverso la cultura dura e introversa della Sardegna: i tacchi montuosi, i ritmi pastorali, le figure solenni e fragili del popolo isolano. Il risultato fu una pittura personalissima – pozzi d’ombre e chiarori lampeggianti, scene rurali abitate da pastori erranti, donne dignitose, balli tondi, corse di cavalli. Il capolavoro Sa ria del 1908 rappresenta il vertice di questa sintesi. Ballero stesso formulò la sua poetica con parole precise: “Non fare il divisionismo per partito preso, ma perché devi essere convinto che così esplichi meglio le tue tendenze”.

Gli umili, la luce, il dolore

Il percorso della mostra si articola per temi. Il primo riguarda la tecnica: il passaggio cruciale da Paesaggio con alberi del 1890 alle opere mature del primo Novecento. Il secondo è il destino degli umili, figure spezzate, volti segnati, esistenze sospese sull’orlo del dirupo. Pellizza li aveva cercati nei prati di Volpedo, nel corteo funebre del Fiore Reciso; Ballero li trovò nei cortili assolati della Sardegna, nel volto dei pastori, nella silenziosa attesa delle donne. Anche il grande scrittore Salvatore Farina, vicino agli Scapigliati e all’intellighenzia italiana dell’epoca, aveva già colto la parentela tra Ballero e Segantini: lo stesso equilibrio lirico tra realismo e simbolismo, quotidianità e senso del sacro. Il terzo filone è quello sociale. Sullo sfondo del Quarto Stato (il ben noto manifesto universale delle lotte operaie) la mostra rilegge l’opera di Ballero alla luce del contesto sardo: l’eccidio di Buggerru del 1904 durante lo sciopero dei minatori, la rivolta delle sigaraie di Cagliari nel 1906, i tredici scioperi sull’isola in quell’anno. Ballero non rimase indifferente. La sua conferenza del maggio 1906 affrontò con durezza la socialità dell’arte, citando lo Spartaco di Vincenzo Vela, simbolo della rivolta contro gli oppressori. “Le opere che sanno innalzare la dignità e la bellezza del lavoro semplice – scrisse – sono quelle che precorrono la vera arte futura.”

La divina luce è anche la storia di come la Sardegna entrò a pieno titolo nel dibattito artistico nazionale. Grazie a Ballero, l’isola non rimase ai margini della grande querelle sul colore diviso che agitava l’Italia e l’Europa: la ricevette, la trasformò, la restituì con una voce propria.

Sebastiano Catte, com.unica 10 marzo 2026

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