Putin, quattro anni dopo: la morsa che si è costruito da solo in Ucraina
Il Cremlino non può vincere la guerra ma teme le conseguenze della pace, l’anlisi dell’Economist
Il 24 febbraio 2022 le truppe russe attraversavano il confine ucraino con l’illusione di una guerra lampo. Quattro anni dopo, quella promessa si è trasformata in un conflitto logorante che ha devastato città, spezzato generazioni e riscritto gli equilibri geopolitici europei. Secondo un recente editoriale dell’Economist, la responsabilità di questa guerra che non si spegne ricade su un solo uomo: Vladimir Putin. Il settimanale britannico non usa mezzi termini: “Vladimir Putin is caught in a vice of his own making”. Una morsa che si è costruito da solo.
L’immagine è potente. Dopo quattro anni di sangue, scrive l’Economist, ci si sarebbe potuti aspettare “una guerra che nessuna delle due parti può vincere si sarebbe esaurita da sola”. Ma non in Ucraina. La guerra continua perché il Cremlino non può permettersi di fermarsi, e allo stesso tempo non riesce a vincere.
Il campo di battaglia: numeri che smentiscono la retorica
Il primo problema per Putin è militare. L’Economist ricorda un paragone che pesa come un macigno: durante la “Grande Guerra Patriottica”, tra il 1941 e il 1945, l’Armata Rossa avanzò per 1.600 chilometri, da Mosca a Berlino. Oggi, in quattro anni di guerra, “Le forze russe a Donetsk, il principale obiettivo, sono avanzate solo di 60 km, la distanza tra Washington e Baltimora”.
Sessanta chilometri. Una distanza che, nella propaganda del Cremlino, dovrebbe rappresentare l’avanzata di una potenza imperiale; nella realtà, racconta uno stallo sanguinoso. Le linee ucraine non sono state spezzate. La cosiddetta “kill zone” di 10-30 chilometri attorno al fronte, dominata dai droni, rende impossibile concentrare uomini e mezzi senza diventare bersagli.
La Russia, osserva il settimanale, non è riuscita a generare sufficiente forza d’urto. Alla fine del 2025 “perdeva più uomini di quanti ne potesse reclutare”. I nuovi soldati sono “poorly trained”, il morale è basso, le diserzioni aumentano. E perfino strumenti cruciali di comunicazione sono venuti meno: “Starlink ha tagliato fuori le forze russe dai terminali contrabbandati da cui dipendevano per i loro obiettivi. Il loro stesso governo ha tagliato fuori Telegram”. È una guerra che consuma uomini e risorse senza produrre una vittoria dichiarabile.
La guerra pagata a peso d’oro
Il secondo fronte è economico. La Russia, sottolinea l’Economist, non mobilita il patriottismo ma il denaro. “La Russia punta sul denaro, non sul patriottismo, per reclutare soldati”. Il costo di tutto questo, pari a 5,1 trilioni di rubli all’anno, equivale al 90% del deficit del bilancio federale il resto dell’economia è in contrazione. Dal giugno 2025, secondo il think-tank Re: Russia, il bonus medio di arruolamento è salito a 2,43 milioni di rubli. Il costo complessivo? “La Russia punta sul denaro, non sul patriottismo, per reclutare soldati”. Nel frattempo, “il resto dell’economi è in contrazione”. I pagamenti del debito aumentano, le entrate petrolifere hanno prospettive incerte. La spesa per la difesa ha raggiunto l’8% del PIL, drenando risorse dal resto dell’economia.
La macchina bellica non è sul punto di crollare. Putin può ancora colpire città e infrastrutture energetiche ucraine. Ma, avverte l’Economist, “È improbabile che gli attacchi aerei da soli portino alla capitolazione”. La speranza del Cremlino è che sia l’Ucraina a cedere per prima, logorata da carenze di uomini e armi o da una crisi politica interna. Tuttavia, scrive il settimanale britannico “La scommessa di Putin sul collasso dell’Ucraina si è rivelata perdente negli ultimi quattro anni e le probabilità stanno diminuendo”.
Una pace che spaventa
Se la guerra non può essere vinta, perché non fermarla? Qui la morsa si stringe. L’Economist osserva che Putin potrebbe teoricamente congelare il conflitto e prepararsi a un futuro attacco. Ma “è improbabile che qualsiasi piano di pace soddisfi la Russia”. I negoziati in corso hanno una facciata teatrale, alimentata da promesse assurde come un dividendo di pace da 12 trilioni di dollari. Ma difficilmente consegneranno a Mosca i territori che non è riuscita a conquistare con la forza.
Anche sul fronte occidentale le cose sono cambiate. L’Economist nota che la capacità di Washington di forzare Kyiv a un accordo sfavorevole è diminuita. “L’America ha ridotto i finanziamenti del 99%”, ma l’Ucraina è meno dipendente dall’intelligence americana rispetto al passato, e un eventuale trattato con garanzie di sicurezza richiederebbe la ratifica del Senato, rendendo più difficile un accordo squilibrato.E poi c’è il vero incubo del Cremlino: la pace come detonatore interno. “Peace itself could trigger a crisis in Russia”. Dopo aver deviato enormi risorse verso la difesa, la riconversione all’economia civile potrebbe provocare una profonda recessione. La storia russa offre precedenti inquietanti: “I veterani scontenti destabilizzano i regimi, specialmente in Russia, come prima della rivoluzione del 1917 e dopo la guerra in Afghanistan negli anni ’80”.
I sondaggi suggeriscono che i russi accoglierebbero con sollievo la fine dei combattimenti. Ma poi arriverebbero le domande: sulla campagna mal gestita, sulle vite sprecate, sulla umiliante dipendenza dalla Cina. Domande che potrebbero limitare la capacità di Putin di riaccendere la guerra o, addirittura, minacciare il suo potere.
Una trappola senza uscita?
La conclusione dell’Economist è spietata: “Putin non può rinunciare alla guerra, ma il costo per portarla avanti sta aumentando”. Se l’ulteriore militarizzazione svuoterà ancora di più la Russia, potrebbe esplodere una crisi. In caso contrario, Ucraina e Russia resteranno intrappolate in un conflitto senza fine. Il settimanale suggerisce alcune leve: colpire la flotta ombra che aggira le sanzioni, attivare piani per punire gli acquirenti del petrolio russo, contrastare la propaganda che dipinge l’Occidente come deciso a distruggere la Russia. E, soprattutto, smentire la narrativa dell’“inevitabile vittoria russa”: “A nessuno, men che meno a Trump, piace sostenere un perdente.” Forzare un dittatore è difficile. Alla fine, scrive l’Economist, la prosecuzione della guerra dipende “dal dolore che è disposto a infliggere”. Ma più il dolore aumenta, più diventerà evidente ai russi che quella morsa (costruita per stringere l’Ucraina) sta soffocando la Russia stessa. Quattro anni dopo l’invasione, la guerra non si è spenta. Arde ancora. Ma il fuoco, oggi, minaccia prima di tutto chi lo ha acceso.
com.unica. 24 febbraio 2026 (a cura di Sebastiano Catte)
