Referendum sulla giustizia, vince il No: l’Italia si divide e il governo perde il primo vero test
Affluenza alta, giovani decisivi e un voto che diventa politico: la riforma sulla separazione delle carriere si ferma al 46%. Meloni incassa la sconfitta, Nordio parla di occasione mancata.
Alle 23 di ieri sera, quando i primi dati iniziano a consolidarsi, il verdetto è già chiaro: la Costituzione non sarà modificata. Il referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti si chiude con la vittoria del No, che supera il 54%, mentre il Sì si ferma attorno al 46%.
Un risultato netto, ma tutt’altro che scontato alla vigilia, soprattutto per l’affluenza: sfiora il 59%, un dato alto per una consultazione referendaria e trainato in modo decisivo da un elettorato inatteso. Tornano alle urne i giovani, ma soprattutto riemerge una fascia di cittadini “dormienti” – tra il 10 e il 15% – che questa volta decide di partecipare e, in larga maggioranza, vota contro la riforma. Ed è qui che si gioca la partita. Perché se il quesito era tecnico (separazione delle carriere, due Csm distinti, un’Alta Corte disciplinare) il voto si è trasformato rapidamente in qualcosa di diverso: un giudizio politico.
Giorgia Meloni lo sa e non lo nasconde. “La sovranità popolare si rispetta”, dichiara a caldo, riconoscendo con amarezza quella che definisce “un’occasione persa”. Ma, come aveva promesso, non fa un passo indietro: “Non me ne vado se perdo il referendum”. È un passaggio che segna un punto di svolta. Per la prima volta dall’inizio della legislatura, la premier appare vulnerabile. Il risultato incrina quella percezione di invincibilità costruita negli ultimi mesi, anche se i numeri suggeriscono cautela: i voti favorevoli alla riforma (oltre 12 milioni) sono in linea con quelli raccolti dal centrodestra alle politiche del 2022. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, principale architetto della riforma, parla senza giri di parole di “occasione mancata per modernizzare il sistema giudiziario italiano” e ribadisce la necessità di intervenire comunque sul tema, seppure con strumenti diversi.
Intanto nella maggioranza emergono le prime crepe: Antonio Tajani invita ad abbassare i toni (“basta guerra civile”), mentre Matteo Salvini resta defilato, segno di un sostegno mai del tutto convinto alla riforma.
Sul fronte opposto, il clima è completamente diverso. Il cosiddetto “campo largo” coglie l’occasione per ricompattarsi e rilanciare: la vittoria del No diventa il punto di partenza per una nuova fase politica, con l’ipotesi di primarie e una strategia comune. Le piazze raccontano un entusiasmo che va oltre il merito tecnico della riforma. Si festeggia la difesa della Costituzione, ma anche – e forse soprattutto – una battuta d’arresto per il governo.
Il No ha prevalso in quasi tutto il Paese. Fanno eccezione alcune regioni del Nord – Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia – dove il Sì resiste. Altrove, il rifiuto della riforma è netto, con picchi significativi: Napoli sfiora il 75%, Bologna e Palermo superano il 68%. Più che la geografia, però, a colpire è la composizione del voto. Secondo i dati demoscopici, una quota non trascurabile di elettori di centrodestra si è discostata dalle indicazioni dei partiti, mentre nel centrosinistra le defezioni sono state più contenute. Decisivo anche il fattore generazionale: i giovani hanno votato in larga parte per il No, spinti da campagne social particolarmente efficaci.
Le analisi: tra Costituzione e protesta
Per Lorenzo Pregliasco (Youtrend), il risultato ha una doppia chiave di lettura: “Ha pesato soprattutto l’idea di difendere la Costituzione, ma anche un voto di opinione con due facce: quella dell’elettorato moderato, preoccupato da un’eccessiva concentrazione dei poteri, e quella di un voto di protesta contro il governo”. Non a caso, circa il 31% dei contrari dichiara di aver votato No proprio per esprimere opposizione all’esecutivo.
Nicola Piepoli offre una lettura più distensiva: “Il popolo si è opposto alla frantumazione del potere giudiziario, ma non è un colpo per il governo. È una vicenda chiusa, senza strascichi”.
Una valutazione che ridimensiona l’impatto politico immediato, ma che non cancella il dato di fondo: il referendum ha riaperto una frattura nel Paese e mostrato che, quando chiamati direttamente, gli elettori possono sfuggire alle logiche di schieramento.
Alla fine, più che sulla giustizia, il voto ha parlato della politica. E ha ricordato a tutti (governo e opposizione) che il consenso non è mai scontato.
com.unica, 24 marzo 2026
