L’intervento (su Moked) di Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Quest’anno abbiamo celebrato e festeggiato i 70 anni d’Israele. Uno Stato nato da un sogno e diventato non solo una realtà ma una prospera democrazia in un Medio Oriente per lo più dichiaratamente ostile. 70 anni fa i padri fondatori dello Stato accettarono la partizione della Palestina mandataria, accettarono la soluzione di avere confini ben delineati: due popoli, due Stati, l’uno a fianco all’altro, che potessero vivere in pace e sicurezza. Nel testo della proclamazione dello Stato ebraico avvenuta il 14 maggio 1948 è chiaro ed esplicito l’invito a tutti i residenti arabi a voler costruire assieme il Paese, con pieno riconoscimento dei diritti, partecipazione e rappresentanza, così come l’invito a tutti i Paesi confinanti a condividere l’impegno per la Pace, nel reciproco riconoscimento e per portare progresso e nell’intera regione.

Questo era ed è il nostro sogno ed invito perenne. Come sappiamo, solo la parte ebraica accettò quella divisione e i risultati di quella scelta sono tutt’ora davanti ai nostri occhi. A pagare le conseguenze di quella scelta sono stati i palestinesi e ancora oggi l’incapacità, la corruzione, l’odio di quelli che dovrebbero essere i loro leader li portano verso la sofferenza e la morte. Ancor peggio, li portano a scegliere e a pensare che la morte dei proprio figli e neonati, sia l’unica arma per promuovere il loro riconoscimento e futuro. Ben sanno che per l’intero mondo e per tutti noi la vita invece è sacra. Quanto succede a Gaza è doloroso per chiunque ha a cuore i diritti umani e lo è anche per chi scrive. Forse lo è ancor più perché oltre al grave lutto per la perdita delle vite, si aggiunge la disperazione per la consapevolezza che potevano essere evitate, se solo avessero voluto. Se solo non si fosse obbligato masse di civili ad assembrarsi sul confine. Se solo non si fosse celato sotto la parola “manifestazione” l’intento di raggiungere le città e i villaggi israeliani e spargere sangue e terrore. Forse lo è ancor di più perché al sangue versato si aggiunge la sollecita indignazione di un intero mondo – istituzioni, media, cittadini – che condanna e pensa di fare giustizia accogliendo come vera la più grave strumentalizzazione che vi possa essere, negando ad Israele il diritto di difendersi e di non vedere trucidati i propri cittadini e bruciati i propri insediamenti. Tutto questo, dimenticando che la difesa dal nemico iraniano non esclude quella dall’aggressione subita dal proprio vicino, finanziato dallo stesso Iran.

Disconoscendo il legame tra Gerusalemme e il popolo ebraico e accettando di considerare la questione di Gerusalemme, nella quale vi è convivenza e sviluppo, nonostante i conflitti, come perno di ogni altra forma di convivenza in qualsiasi altra parte del globo. Esprimendo il sostegno pieno e universale ad un’associazione terroristica e ad una leadership palestinese che continua a non riconoscere il diritto all’esistenza di Israele e a riconoscere una Shoah auto ricercata, quando non negata. Che continua ad organizzare una sistematica e sofisticatissima guerra armata. Che continua ad usare i soldi che la comunità internazionale riversa nelle casse di Gaza per costruire costosissimi tunnel del terrore e armare milizie, formate da bambini e di giovani, invece che usarli per realizzare infrastrutture pubbliche e dare un futuro alla sua popolazione, in un territorio ricevuto oltre dieci anni fa per farlo fiorire. I feriti ed i morti sono tutti sulle nostre coscienze, anche le centinaia di migliaia di morti negli ultimi mesi in molti altri Paesi della Regione mediorientale, anche i milioni di profughi che tentano di raggiungere le nostre sponde del Mediterraneo, anche quelli colpiti dal terrorismo in Europa, dimenticati sistematicamente dallo stesso benpensante mondo e dall’Onu. Ma non da noi. Non li dimentichiamo. Perché è Israele, e non certo Hamas, che sistematicamente porge una mano ad ogni ferito per curarlo nei propri ospedali e con tecnologie israeliane. Perché la memoria della storia dei tanti massacri subiti, l’antisemitismo e il radicalismo li conosciamo bene e vorremmo disperatamente far comprendere questo male antico a tutti voi che siete convinti di potervi svegliare domani mattina e continuare ad andare al lavoro e a scuola e a cucinare quel che più vi piace.

Siamo e siete responsabili tutti assieme. Perché oltre alle immagini e al di là delle feroci urla e vendette d’odio, è dovere di ogni istituzione e organo di stampa chiedersi il perché di quanto si vede e ricordarsi che vi è un lato oscuro della luna che evidentemente non illumina a sufficienza le coscienze e la memoria. Non interessa perché quell’immagine distorta che ci raggiunge nella notte pare sufficiente. Ma è pura illusione e l’Europa nella quale siamo immersi continua sonnambula ad inebriarsi di quella luce. E prima o poi, e molto prima di quanto non immaginiamo quelle forze che oggi si abbattono su Israele i suoi confini, raggiungeranno sia fisicamente, sia con loro ideologie, anche le nostre terre, invadendo le nostre giornate e diventeranno l’incubo delle nostre notti. Nessun raggio di luna sarà allora sufficiente. Qui non si nega la possibilità di criticare le scelte di un governo, che sia quello di Israele o degli Stati Uniti, ma di condividere il concetto di vita. Di capire che i nostri figli non saranno mai e poi mai venduti per una manciata di dollari a seminare odio e morte, ma cresciuti con l’amore per una terra coltivata con fatica e resi partecipi delle più belle celebrazioni internazionali. Qui non si tratta di decidere se Gerusalemme ha o meno uno status internazionale e di quali patti nucleari mantenere ma di non rimanere ciechi e sordi di fronte all’evidenza: distinguere chi davvero non desidera la pace ed esporta odio e guerra ovunque, distinguere chi invece che guidare i palestinesi verso il futuro li ingabbia nel passato, chi invece di distribuire speranza, dispensa odio, e invece che proteggere, usa la vita dei suoi stessi cittadini per mantenere il potere. La comunità internazionale deve finalmente alzare la voce contro tutto questo, aiutata da un’informazione veramente libera da preconcetti e da retoriche che non servono alla pace che tutti desideriamo, primi fra tutti israeliani e palestinesi che sognano di vivere con le loro famiglie. Questo è quello che vi chiediamo.

(Noemi di Segni, Moked 17 maggio 2018)

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