[ACCADDE OGGI]

18 aprile 1948 inizia la lunga era dell’Italia democristiana. Era una domenica di primavera, una primavera che tardava ad arrivare per le agghiaccianti ferite di una guerra perduta e le perduranti lacerazioni di un conflitto civile nel quadro internazionale dei blocchi contrapposti. In questo clima di rottura del fronte antifascista che aveva dato vita alla Costituente della neonata Repubblica italiana, sciolta l’Assemblea Costituente e cacciati dal governo i comunisti e i socialisti allo scopo di incassare i soldi americani del piano Marshall, l’Italia fu chiamata al voto incurante della tensione che dilagava nel paese con scioperi e violenze sanguinose.

Quasi 30 milioni di italiani furono chiamati a votare la nuova Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica. La partecipazione al voto fu esageratamente larga sfiorando il 95% degli iscritti al voto e alla fine fu decretata la schiacciante vittoria della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi che conquistò la maggioranza assoluta dei seggi in entrambi i rami del Parlamento. Il Fronte Popolare, che riuniva sotto l’immagine di Garibaldi il Partito Socialista e il Partito Comunista perse quasi il 10% dei voti attribuiti ai due partiti nelle precedenti elezioni dell’Assemblea Costituente e netta fu la sconfitta rispetto al partito dello scudo crociato.

Una vittoria quella della Dc in larghissima parte determinata dalla pesante mobilitazione della Chiesa di Pio XII e dei comitati civici di Luigi Gedda. Una sconfitta dei socialisti e dei comunisti che, se da un lato provocò una definitiva sudditanza dei socialisti di Nenni ai comunisti di Togliatti, consentì ai comunisti di avviare il cammino per la conquista del maggior spazio possibile nell’Italia assegnata alla sfera occidentale secondo gli accordi di Yalta. Lapidario e ad alcuni incomprensibile, infatti, fu il commento di Togliatti sui risultati elettorali che vedevano perdente il fronte socialcomunista: “È il meglio che si potesse ottenere, va bene così!”. Quel va bene così segnò l’inizio del lunghissimo periodo di governo democristiano durato cinquant’anni e crollato sotto il peso della massiccia conquista della cultura comunista dei gangli vitali dello stato, nonostante la caduta di quel muro che a Berlino segnava la separazione tra due mondi, tra due idee e due diverse concezioni di vita.

Oggi, nell’epoca della promiscuità ideologica che ha declassato i valori una volta considerati insostituibili, fa un certo effetto vedere le scene di quella campagna elettorale che precedette il voto del 18 aprile 1948: è certamente un mondo lontano, per certi versi auguralmente da non rivedere ma ancora capace di trasmettere il fascino della guerra bonaria tra Don Camillo e Peppone di guareschiana memoria.

(Franco Seccia/com.unica, martedì 18 aprile 2017)

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