Folle oceaniche nel Paese della laicità e parole nette su guerra, riarmo, abusi e dignità della vita. Il viaggio in Francia come mappa del pontificato

La Francia, da oltre un secolo, ha tolto la religione dallo spazio pubblico e la custodisce come un oggetto di famiglia che non si mette in vetrina. Per questo, sabato pomeriggio, molti francesi hanno guardato le immagini dei maxischermi lungo gli Champs-Élysées come si guarda una mappa che non corrisponde più al territorio. Dall’alto si vedeva una folla scendere senza interruzioni dall’Arco di Trionfo fino a Place de la Concorde.

Secondo il Vaticano erano ottocentomila persone: duecentomila più del previsto e più del triplo di quelle che Benedetto XVI aveva radunato agli Invalides nel 2008. Per trovare qualcosa di simile bisogna risalire alla Giornata mondiale della gioventù del 1997. La sera prima, 80.000 giovani avevano riempito lo Stade de France; domenica, 150.000 pellegrini hanno invaso la Prairie di Lourdes. Il Telegraph ha parlato di «Papa’mania», Le Parisien lo ha ribattezzato «Leone il Parigino». La frase più esatta, però, l’ha detta a Le Monde un giovane suonatore di armonica, protestante: «Sono sorpreso che ci siano tanti credenti a Parigi». Lo stesso Leone si è detto «stupito dal numero di persone che si riaffacciano sulle soglie della fede».

Diecimila metri di leggerezza

Il viaggio, dal 25 al 28 settembre, è cominciato in aereo e in tono lieve. I suoi Chicago White Sox erano appena approdati ai playoff, due stagioni dopo il peggior record del baseball moderno: c’entrava lui con il miracolo? «No comment. A Chicago succedono grandi cose». Per la partita di basket di novembre a Roma tra Villanova, la sua università, e Notre Dame, ha previsto un tifo «al 90% per Villanova». Poi Christopher Lamb, della CNN, ha ricordato i colleghi rimasti senza accredito alla Casa Bianca. Il Papa ha sorriso: «Sono molto contento che qui siate tutti i benvenuti». Nessun nome. Non serviva.

Parigi: le pietre e le parole

All’Eliseo Leone ha parlato in francese, davanti a Emmanuel Macron. Ha ripreso il «Paradiso delle macchine» temuto da Bernanos e ha chiesto «un’urgente educazione al discernimento etico». Poi, con garbo, ha indicato le distanze: l’illusione che le armi nucleari garantiscano sicurezza, la maternità surrogata, «la possibilità di disporre della propria morte». Sulla laicità ha osservato che quella autentica «non esclude la religione, ma sa valorizzarla come risorsa educativa». Macron ha risposto rivendicando una Francia «dalla parte della pace e del multilateralismo». Sono due uomini che si stimano senza somigliarsi. Il presidente, poi, è rimasto lontano dalla messa della Concorde, in nome della separazione tra Stato e Chiesa.

All’UNESCO il Papa è stato accolto da una standing ovation. Lì ha pronunciato il discorso in inglese più lungo del suo pontificato, in una sede che gli Stati Uniti si preparano a lasciare. Il cuore è una frase destinata a restare: «La più terribile delle “opere umane” è la guerra; poiché in essa la scienza stessa è posta a servizio di una volontà disumana di distruggere e uccidere». All’intelligenza artificiale ha riconosciuto la capacità di «correlare dati», ma non quella di dare senso alla vita: «Il senso è l’ossigeno della mente». Ha indicato anche la pietra di paragone di ogni discorso sulla dignità umana, cioè i più piccoli: «bambini nel grembo materno e nei vari teatri di guerra», disabili, anziani, migranti.

A Notre-Dame, sette anni dopo l’incendio, ha celebrato i Vespri con il clero francese, sotto la statua trecentesca della Vergine che le fiamme non avevano toccato. La cattedrale, ha avvertito, «non è un involucro di pietra da ammirare». Allo Stade de France il tono si è fatto colloquiale. «Voi siete i santi di Francia!», ha detto ai ragazzi, e poi si è interrotto: «Ci sono molti scout qui? Ah, molto bene!». Ha anche rovesciato un luogo comune: è un problema che molti siano estranei alla questione di Dio, ma «lo è altrettanto che molti siano estranei alla questione dell’uomo».

Il sabato è cominciato in un centro per migranti («Nessuno di noi è un numero su una carta d’identità») ed è culminato a Place de la Concorde, la piazza dove un tempo cadevano le teste dei re. In prima fila c’erano Brigitte Macron, il premier Lecornu e Marine Le Pen; il ministro degli Esteri Barrot teneva i figli sulle ginocchia. Quando il coro ha intonato le litanie dei santi, il sole ha bucato le nuvole. «Bevete dalla sorgente che è il cuore trafitto di Gesù», ha detto il Papa. Ai cattolici ha chiesto di non tenere la fede per sé, ma di «lasciarla traboccare».

 

Lourdes: la fragilità al centro

La sera, davanti alla grotta di Massabielle, Leone ha affidato la Francia alla Vergine. Ha chiesto per il Paese «dirigenti saggi e generosi», capaci di rifiutare «per sempre le logiche di guerra». Domenica, nell’omelia sulla Prairie, si è rivolto ai malati e ai disabili, i veri protagonisti di Lourdes: «Le vostre stampelle, le vostre sedie a rotelle, le vostre lacrime nascoste non sono ostacoli: sono il luogo per eccellenza in cui siete pienamente rispettati, accolti e trasfigurati dall’amore infinito di Dio». È stata una risposta alle «correnti attuali che cercano di ridefinire il valore della vita umana» davanti alla malattia e alla vecchiaia. La conversione, ha aggiunto, riguarda anzitutto la Chiesa, che deve guarire «dalle ferite profonde, dalle infedeltà e dai dolorosi smarrimenti commessi al suo interno». Al termine della messa ha invitato a pregare il Rosario per la pace per tutto ottobre.

La sera stessa quelle ferite hanno avuto dei volti. Il Papa ha incontrato sette vittime di abusi per un’ora e cinquantasette minuti, lontano dalle telecamere e senza personale di sicurezza. Su loro richiesta le ha ascoltate prima una per una, poi tutte insieme. Secondo quanto le vittime hanno riferito a Libération, Leone ha riconosciuto il «carattere sistemico» delle violenze nella Chiesa, una presa di posizione inedita a quel livello della gerarchia, e ha avvertito che «ci vorranno anni per cambiare la cultura». Sono parole che pesano in un Paese dove le associazioni, scriveva Le Monde, temevano un passo indietro. Jean-Marie Delbos, ottant’anni, vittima di Bétharram, si dichiara non credente. Ha chiesto al Papa di benedire la foto della nonna che lo aveva cresciuto, e all’uscita ha detto: «E io, che non credo, mi faccio il segno della croce».

Metz: l’Europa come opera di pace

L’ultima tappa è stata Metz, terra di confine a lungo contesa tra Francia e Germania. È la città di Robert Schuman, padre dell’Europa e oggi venerabile. Il Financial Times ha letto il discorso sullo sfondo delle presidenziali del 2027 e dell’avanzata euroscettica. Il Papa ha scelto invece la profondità storica e ha presentato le radici cristiane come «fonte viva di civilizzazione». Ma da Metz il suo sguardo non si è fermato alla memoria: ha chiamato l’Europa a misurarsi con il presente, con una guerra tornata nel continente, con le migrazioni, con la crisi del multilateralismo e con il rischio che le relazioni tra Stati scivolino verso una logica di contrapposizione permanente.

Nel Centro Congressi intitolato a Schuman, Leone XIV ha ripreso l’intuizione della Dichiarazione del 9 maggio 1950: l’Europa è nata non per cancellare le differenze, ma per renderle compatibili dentro un progetto comune. Per questo ha indicato nel diritto internazionale e nel multilateralismo «il miglior antidoto alla volontà di dominio», chiedendo di recuperare il valore della parola data e della negoziazione. La pace, ha precisato, non può essere confusa con un ingenuo irenismo: richiede realismo, pazienza e la disponibilità a «sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace». È una prospettiva che rovescia la grammatica della forza: non la sicurezza costruita soltanto attraverso l’accumulo degli strumenti militari, ma la sicurezza cercata attraverso istituzioni capaci di impedire che il conflitto diventi l’unico linguaggio possibile.

Dentro questa idea di Europa c’è anche la questione delle persone che arrivano alle sue frontiere. Leone ha parlato della necessità di vie legali e sicure per i migranti, di accoglienza e integrazione, collegando la dignità di chi fugge dalla guerra o dalla povertà alla stessa tradizione europea che Schuman contribuì a costruire. L’Europa, nel suo discorso, non è dunque soltanto uno spazio economico o amministrativo, ma una comunità di valori nella quale identità diverse possono incontrarsi senza annullarsi. È il principio che il Papa ha poi tradotto nell’immagine del mosaico: «storie e culture diverse» possono comporre un «meraviglioso mosaico di pace». E proprio ai giovani ha affidato il passaggio dalla memoria alla responsabilità: costruire la pace nelle relazioni, nelle famiglie, nelle scuole, nelle città e nelle istituzioni, fino a «costruire l’Europa di oggi e di domani».

La guerra tornata nel cuore del continente, ha detto Leone, è una nuova «inutile strage», l’espressione di Benedetto XV. Bisogna avere «coraggio nella negoziazione» e «guardarsi dall’illusione del riarmo». Ha lasciato sospesa una domanda: stiamo facendo «sforzi creativi» per la pace, o cerchiamo solo di «arginare l’emorragia della guerra» preparandoci alle prossime? E ha aggiunto: «Il valore della parola data è disprezzato; ci si vanta piuttosto della menzogna e dell’inganno». Nel cuore di questa riflessione europea, Leone ha insistito anche sulla necessità di incontrarsi oltre le fratture e ha affidato ai giovani un compito preciso: «Siate costruttori di comunità», lavorando per una pace che cominci dal cuore, dalle relazioni, dalle famiglie e dalle città.

Il congedo è stato per i giovani: «Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro». E, poco prima di lasciare la Francia, ha rilanciato l’invito a non sottomettersi alla logica della violenza e dell’oppressione, ma ad amare la vita e a non avere paura del futuro.

La pace disarmata e disarmante, l’etica davanti alla tecnica, l’Europa di Schuman, la verità sugli abusi, la vita difesa dal concepimento, i fragili al centro: sono le pietre già note del pontificato. In Francia si è vista la linea dell’arco che le tiene insieme, cioè la dignità di ogni persona, qualunque valore le attribuiscano un governo, un mercato o un algoritmo. E la Francia laica, a sorpresa, si è fermata a guardarla.

Sebastiano Catte, com.unica 29 settembre 2026

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