Nel suo nuovo saggio su “The Atlantic”, Anne Applebaum racconta una politica estera piegata agli affari e alla rivoluzione illiberale, usata «non per costruire un mondo sicuro per la democrazia», ma per crearne uno «redditizio» per chi la guida

Nell’estate del 2025, a Brasília, i telefoni smisero di squillare. Il governo brasiliano si era appena visto piombare addosso dazi del 50 per cento sulle esportazioni verso gli Stati Uniti, dal caffè alle scarpe, mentre Washington revocava i visti a otto giudici della Corte suprema e colpiva uno di loro, Alexandre de Moraes, con sanzioni finanziarie fino ad allora riservate a dittatori, criminali e cleptocrati. Le sue colpe? Presiedere il processo contro Jair Bolsonaro, accusato di aver tentato un colpo di Stato dopo la sconfitta elettorale del 2022, e aver sfidato Elon Musk, il più generoso finanziatore della campagna di Donald Trump, ordinando a X di bloccare account accusati di diffondere disinformazione.

Ma la vera novità, racconta Anne Applebaum nel lungo reportage pubblicato su The Atlantic con il titolo «MAGA Is Making the World Safe for Corruption», non erano le sanzioni. Era il silenzio. Il ministro degli Esteri brasiliano, che conosceva Marco Rubio da decenni, non riusciva a parlare con nessuno. L’ambasciatrice a Washington era isolata. Un giovane funzionario confidò alla giornalista che perfino il suo ex compagno di università, ora al Tesoro americano, non rispondeva più alle chiamate. Il ministro delle Finanze Fernando Haddad riuscì finalmente a fissare un colloquio con il segretario al Tesoro Scott Bessent; due giorni prima l’appuntamento fu cancellato, e Bessent usò la stessa fascia oraria per ricevere Eduardo Bolsonaro, figlio dell’ex presidente, residente in Texas e amico di Donald Trump Jr.

Chiusi i canali ufficiali, si aprirono altre porte. Bussarono lobbisti che vantavano entrature non nei ministeri ma tra i frequentatori di Mar-a-Lago, influencer MAGA capaci di attirare l’attenzione del presidente con un post, un investitore che, sostenendo di avere una casa vicino a quella di Bessent, offriva un incontro con il segretario al Tesoro in cambio dell’accesso a minerali strategici. La tregua, alla fine, arrivò grazie a Joesley Batista, miliardario della carne la cui controllata americana aveva donato 5 milioni di dollari per l’insediamento di Trump: più di Amazon, Meta e Google messi insieme. Nessun ruolo ufficiale, ma un peso sufficiente a influenzare gli incontri tra Trump e Lula.

È da qui che Anne Applebaum, premio Pulitzer e tra le più autorevoli studiose dei regimi autoritari, costruisce la sua tesi. Il caso brasiliano non è un’anomalia: è il prototipo.

«Lentamente, i brasiliani stavano imparando la stessa lezione degli altri alleati dell’America nel mondo: gli Stati Uniti d’America non sono più l’entità che conoscevano. […] Inviati informali, aziende private, imbroglioni della rete e ideologi incalliti, dentro e fuori il governo, contano di più. […] Stanno usando gli strumenti della diplomazia e del governo americani per i propri scopi, per promuovere i propri affari o i propri obiettivi ideologici, perché, all’improvviso, possono farlo.»

IL FALSO MITO DELL’ISOLAZIONISMO

Per anni il dibattito sulla politica estera trumpiana è rimasto prigioniero di una parola: isolazionismo. America First come ritirata, come ripiegamento su se stessa, come rinuncia al ruolo di gendarme del mondo. Applebaum ribalta questa lettura. Cita Marx, «le rivoluzioni sono le locomotive della storia», e ricorda che ogni grande movimento rivoluzionario dell’età moderna, dalla Francia napoleonica ai bolscevichi all’Iran di Khomeini, ha cercato di cambiare non soltanto il proprio Paese ma l’intero sistema internazionale.

«Il clan di predatori che oggi controlla il governo federale degli Stati Uniti non è diverso. Descritti erroneamente come “isolazionisti”, molti dei suoi veri credenti non si considerano normali repubblicani che hanno vinto un’elezione e terranno il potere fino alla prossima. […] Credono di rappresentare qualcosa di molto più grande: l’avanguardia di un movimento che cambierà non solo l’America, ma il mondo.»

Non è un’iperbole. La Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione, ricorda l’autrice, chiarisce che gli Stati Uniti non interverranno più per promuovere la democrazia, da nessuna parte; ma stabilisce anche che è politica americana «aiutare l’Europa a correggere la sua traiettoria» per scongiurare una non meglio definita «cancellazione della civiltà». Tradotto: sostenere i partiti di estrema destra europei, gli «alleati di civiltà» con cui i funzionari del Dipartimento di Stato si incontrano in privato, mentre ai governi legittimi riservano lezioni e rimproveri. Alla Conferenza di Monaco, Rubio, figlio di immigrati, ha invocato una comune «storia, fede cristiana, cultura, eredità, lingua, ascendenza» tra le due sponde dell’Atlantico. Neppure una parola su democrazia, trasparenza o Stato di diritto.

Nel continente americano il progetto è apertamente imperiale. La cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali, seguita dallo sfruttamento del petrolio venezuelano, è stata letta dai leader democratici della regione come un avvertimento: può succedere anche a voi. In Argentina, due settimane prima delle elezioni di medio termine dell’ottobre 2025, Washington annunciò un salvataggio da 20 miliardi di dollari, di fatto condizionato alla vittoria del partito di Javier Milei. Applebaum non usa giri di parole: «una tangente, puramente e semplicemente».

IDEOLOGI E OLIGARCHI

Come tutte le rivoluzioni, anche questa ha molti volti. Da una parte gli ideologi: Steve Bannon, che già dieci anni fa si paragonava a Lenin, o Darren Beattie, fondatore di un sito che diffondeva teorie del complotto sull’assalto al Congresso, poi nominato consigliere del Dipartimento di Stato per il Brasile. Dall’altra gli uomini d’affari: petrolieri, magnati delle criptovalute e delle terre rare, e soprattutto i giganti della tecnologia. Le motivazioni divergono, ma li accomuna una convinzione, sintetizzata con brutale chiarezza da Stephen Miller in un’intervista alla CNN: il mondo reale «è governato dalla forza, dal potere», secondo «leggi ferree» che esistono «dall’inizio dei tempi».

«Le parole di Miller sono piaciute di certo a quegli imprenditori felici di vedere gli strumenti del governo e della diplomazia americani riconvertiti, non per costruire un mondo sicuro per la democrazia, e neppure sicuro per gli americani, ma per creare un mondo redditizio per loro.»

Gli esempi si accumulano. L’inviato speciale Steve Witkoff, immobiliarista prestato alla diplomazia, che a Parigi avrebbe raccontato a leader europei riuniti per sostenere l’Ucraina di negoziare già accordi energetici e minerari con la Russia per il dopoguerra (la Casa Bianca smentisce). Il Board of Peace per Gaza, le cui regole «sembrano quelle di un golf club esclusivo» e i cui finanziamenti arrivano in buona parte, in modo opaco, dagli Stati del Golfo. L’accesso a uno dei più grandi giacimenti di tungsteno al mondo, in Kazakistan, sostenuto da 1,6 miliardi di finanziamenti federali, che secondo il New York Times avvantaggia una banca d’investimento partecipata dai figli di Trump. E i 2,2 miliardi di dollari che, sempre secondo il Times, il presidente avrebbe guadagnato nel primo anno del secondo mandato, in larga parte grazie alle criptovalute. Quando lo sceicco emiratino Tahnoon bin Zayed ha rilevato per 500 milioni il 49 per cento di World Liberty Financial, la società crypto della famiglia Trump, pochi mesi dopo gli Emirati hanno ottenuto il via libera all’acquisto di chip avanzati che l’amministrazione Biden aveva bloccato.

Il punto di saldatura tra ideologia e profitto è la guerra al Digital Services Act europeo, la legge che impone alle piattaforme di proteggere i minori, rispettare le leggi nazionali e rendere trasparenti i propri algoritmi. Per il Dipartimento di Stato è «censura», al punto da vietare il visto all’ex commissario Ue Thierry Breton; per le Big Tech è un costo. Elon Musk incarna la convergenza: usa la sua piattaforma, le sue donazioni e il peso delle sue aziende dentro il governo per combattere la regolamentazione e, allo stesso tempo, per sostenere l’AfD tedesca o arringare un raduno dell’estrema destra a Londra: «La violenza sta arrivando. O reagite o morite».

GROENLANDIA, CANADA E LA FINE DELLE ALLEANZE

Le pagine più inquietanti del reportage riguardano gli alleati più stretti. In Groenlandia, dove nel gennaio 2026 l’esercito danese si era preparato perfino a far saltare le piste degli aeroporti per scongiurare un’invasione americana, circolano figure difficili da classificare: il governatore della Louisiana Jeff Landry, «inviato speciale» non retribuito e non riconosciuto da Copenaghen, sbarcato a Nuuk in pantaloni mimetici a distribuire cappellini MAGA; una compagnia petrolifera tra i cui investitori figura un grande donatore repubblicano, che porta attrezzature per trivellare senza permessi; imprenditori della Silicon Valley che sognano «nazioni digitali» native crypto; ex funzionari della sicurezza nazionale riciclati come costruttori di data center. Politica, affari o entrambe le cose? È la domanda che Applebaum ripete, e che non trova risposta proprio perché il confine è stato cancellato. «Stanno distruggendo la fiducia e il rispetto nella società, nelle istituzioni, ma anche tra le persone», le dice la politica groenlandese Julie Rademacher.

Con il Canada lo schema è identico: prima la battuta sul «51° Stato», poi i dazi, poi la pressione per rinunciare a tassare i colossi tecnologici americani, infine il corteggiamento dei separatisti dell’Alberta, ricevuti almeno tre volte al Dipartimento di Stato e definiti da Bessent, ospite del podcast del complottista Jack Posobiec, un «partner naturale» degli Stati Uniti. Applebaum ricorda che nel 1990 Pat Buchanan, nonno intellettuale del movimento MAGA, sosteneva che se il Québec si fosse staccato l’America avrebbe dovuto «raccogliere i pezzi». Oggi quella sembra, se non la politica ufficiale, la strategia del clan: strangolare l’economia, spaccare la federazione, raccogliere i pezzi.

Ciò che si sta dissolvendo, scrive l’autrice, non sono tanto le Nazioni Unite o il diritto internazionale, ormai troppo deboli per contare, quanto il mondo democratico nato dopo il 1945, fondato su un insieme di vincoli autoimposti.

«All’interno di questa sfera, il potere americano derivava in larga parte da alleanze che l’America si asteneva dallo sfruttare. Le relazioni di lungo periodo erano considerate preziose, perché non si sapeva mai quando si sarebbe avuto bisogno dei propri alleati. […] Questo mondo sta scomparendo in fretta.»

Quel sistema, pur con le sue contraddizioni e i suoi fallimenti in Medio Oriente, ha prodotto otto decenni di pace e prosperità in Europa e in gran parte dell’Asia, mercati per le aziende americane e un consenso senza precedenti per la potenza statunitense. Al suo posto, avanza una corsa a somma zero in cui ciascuno, seguendo l’esempio del presidente, cerca il proprio bottino.

LA CONTROMOSSA DELLE DEMOCRAZIE

Le democrazie storiche non possono competere su questo terreno. Europei, canadesi e australiani non possono comprare favori investendo nelle società dei figli del presidente, perché sarebbe illegale. E allora guardano altrove. Il Canada ha firmato un patto di difesa con l’Unione europea e tratta con l’Australia sulla tecnologia militare; Bruxelles ha chiuso accordi di libero scambio con l’India e con l’Australia; nella prima metà del 2026 ben ventisei leader mondiali sono andati in visita in Cina. Il governo francese sta sostituendo Windows, Teams e Zoom con software open source o prodotti nazionali, e Danimarca, Paesi Bassi e alcuni Länder tedeschi seguono la stessa strada. Sono scelte pensate per durare, anche oltre un eventuale cambio alla Casa Bianca nel 2028. «Non possiamo lasciare la sicurezza dell’Europa nelle mani degli elettori del Wisconsin ogni quattro anni», ha detto il ministro francese per gli Affari europei. Il premier canadese Mark Carney, a Davos, è stato ancora più diretto: «Se non siamo al tavolo, siamo nel menu».

Per trasparenza, Applebaum dichiara nel testo che suo marito, Radosław Sikorski, è ministro degli Esteri del governo centrista polacco: uno dei governi che la nuova diplomazia americana tratta con aperta diffidenza, mentre celebra il presidente nazionalista Karol Nawrocki.

IL CARTELLINO ROSSO

Il reportage si chiude con un episodio in apparenza minore. Durante i Mondiali di calcio di quest’estate, Trump telefona al presidente della FIFA Gianni Infantino per far rivedere la squalifica dell’attaccante americano Folarin Balogun, espulso alla vigilia della partita contro il Belgio. La FIFA obbedisce. L’indignazione è immediata e planetaria: non per colpa della squadra, ma perché il presidente degli Stati Uniti dava per scontato di poter piegare le regole. Tifosi di mezzo mondo si scoprono a fare il tifo per il Belgio. Gli Stati Uniti perdono, e malamente.

Pochi, osserva Applebaum, seguono le vicende della politica brasiliana o gli affari di World Liberty Financial. Ma tutti sanno riconoscere un imbroglio. Ed è qui che il saggio trova la sua conclusione più amara, rivolta non agli alleati ma ai suoi stessi concittadini:

«Per decenni ci siamo raccontati che il nostro Paese rappresentava la democrazia, la libertà e il libero commercio. Credevamo di avere alleati, nazioni affini che condividevano questi valori. Pensavamo di opporci ai dittatori e ai cleptocrati, ai leader che derubano il proprio popolo. Che cosa succede quando ci rendiamo conto che non è più così?»

La domanda non riguarda soltanto Washington. Per l’Europa, per il Canada, per il Brasile, una risposta è già arrivata. L’America che per ottant’anni è stata garante (imperfetta, spesso ipocrita, ma garante) dell’ordine democratico si sta trasformando in qualcosa di diverso: non una potenza in ritirata, ma una potenza predatrice, che tratta gli alleati come clienti e i Paesi sovrani come giacimenti. E il resto del mondo, questa volta, si sta organizzando di conseguenza.

A cura di Sebastiano Catte, com.unica 25 settembre 2026

*Le citazioni dal saggio di Anne Applebaum, «MAGA Is Making the World Safe for Corruption» (The Atlantic), sono tradotte dall’inglese. A questo link l’articolo integrale di Anne Applebaum su “The Atlantic.”

**”L’immagine in alto è stata realizzata con l’intelligenza artificiale.

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