Leone XIV, vita e visione di un papa agostiniano
Nel nuovo libro di Sebastiano Catte il focus sulle principali sfide del pontificato nell’era dell’intelligenza artificiale. Con un estratto dal capitolo sull’enciclica “Magnifica Humanitas”, che nel libro occupa un posto centrale
Quando l’8 maggio 2025 Robert Francis Prevost si affacciò dalla loggia di San Pietro, il mondo sapeva ancora poco di lui. Un americano diventato missionario in Perù, un agostiniano abituato più all’ascolto che alla ribalta, un uomo di Curia che aveva scelto un nome carico di storia: Leone XIV. Nei giorni successivi cominciò la consueta corsa a decifrare il nuovo Papa attraverso i dettagli: le parole, i silenzi, la biografia, persino i gesti più piccoli.
A più di un anno di distanza, quelle tessere formano ormai un disegno più leggibile. È da qui che prende le mosse “Leone XIV. Vita e visione di un Papa agostiniano. 10 voci dentro un anno di pontificato, dalla pace alla Magnifica Humanitas”, il nuovo libro di Sebastiano Catte, 244 pagine, pubblicato da Com.Unica Libri, già disponibile su Amazon e presto in libreria.
Il volume nasce da un precedente instant book scritto nei giorni dell’elezione, ma ne supera largamente il perimetro. Non è un semplice aggiornamento. È piuttosto un doppio racconto: da una parte la vita di Robert Francis Prevost, dall’altra la direzione impressa alla Chiesa nel primo anno del suo pontificato.

La cover del libro
La prima storia comincia a Chicago. Ci sono una famiglia cattolica, radici europee e creole, una precoce vocazione religiosa e una formazione scientifica che conduce Prevost alla laurea in matematica. Poi arrivano Sant’Agostino e il Perù, destinato a diventare molto più di una parentesi missionaria. Sono gli anni trascorsi tra comunità, povertà, parrocchie e responsabilità pastorali a formare buona parte dello stile che più tardi emergerà anche a Roma: ascoltare prima di decidere, cercare la mediazione senza trasformarla in debolezza, governare senza confondere l’autorità con l’imposizione.
Seguono il ritorno negli Stati Uniti, la guida dell’Ordine agostiniano, l’episcopato a Chiclayo, il Dicastero per i Vescovi e infine il conclave. Una carriera ecclesiastica costruita quasi interamente lontano dai riflettori, fino all’improvvisa esposizione universale del pontificato.
Il ritratto che emerge non vuole essere agiografico. Leone XIV appare piuttosto come un uomo nel quale convivono rigore e mitezza, cultura e concretezza, formazione matematica e spiritualità agostiniana. Un Papa che sembra diffidare tanto degli slogan quanto delle risposte troppo facili e che, in un tempo dominato dalla velocità, ha fatto dell’ascolto quasi un metodo di governo.

Sebastiano Catte
È soprattutto la seconda parte del libro, però, ad allargare l’inquadratura. Dieci capitoli affrontano altrettante parole chiave: Agostinianesimo; Chiesa missionaria; Comunità e fraternità; Cura del creato; Dalla Rerum Novarum alla Magnifica Humanitas; Ecumenismo, unità dei cristiani e dialogo interreligioso; Educazione, giovani e trasmissione della fede; Etica della verità e comunicazione; Geopolitica e pace; Governo della Chiesa.
Non un glossario, ma dieci finestre aperte sul presente. Perché parlare di Leone XIV significa inevitabilmente parlare anche di guerre, crisi delle democrazie, nuove solitudini, migrazioni, informazione, potere tecnologico e intelligenza artificiale.
Proprio l’intelligenza artificiale occupa un posto centrale. La prima enciclica del pontificato, Magnifica Humanitas, viene firmata il 15 maggio 2026, esattamente 135 anni dopo la Rerum Novarum di Leone XIII. Il parallelismo è trasparente. Alla fine dell’Ottocento la rivoluzione era quella delle fabbriche, delle macchine e del lavoro industriale. Oggi la trasformazione passa attraverso algoritmi capaci di produrre testi e immagini, classificare persone, orientare decisioni, modificare il lavoro e perfino ridefinire il confine tra ciò che consideriamo umano e ciò che deleghiamo alle macchine.
La domanda posta da Leone XIV non è allora se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva. È più radicale: quale idea dell’uomo stiamo costruendo insieme alle nostre tecnologie?
La macchina calcola, riconosce correlazioni, imita linguaggi, prevede comportamenti. Ma una società può davvero ridurre la persona a ciò che è misurabile, efficiente e prevedibile? Può affidare a un algoritmo non soltanto un compito, ma una parte crescente del giudizio, della responsabilità, della relazione? È qui che il nuovo Leone torna idealmente al primo. Come Leone XIII aveva cercato di impedire che il lavoratore diventasse una semplice funzione della macchina industriale, Leone XIV prova a impedire che la persona diventi una funzione dell’algoritmo. Dietro queste domande emerge il filo che attraversa tutto il libro: la convinzione agostiniana che nessuno si salva da solo. Né nella fede, né nella politica, né dentro la rivoluzione tecnologica. Forse è proprio questa la ragione per cui conoscere Leone XIV significa, inevitabilmente, interrogare il nostro tempo.
Qui un piccolo estratto dal capitolo “DALLA RERUM NOVARUM ALLA MAGNIFICA HUMANITAS”:
Perché l’intelligenza artificiale interpella l’umano
Su un punto preliminare Leone XIV è inflessibile: l’intelligenza artificiale non è intelligenza nel senso umano del termine. Non comprende, non intuisce, non ama. Elabora dati, individua correlazioni, produce risultati statisticamente plausibili. È potente, ma non cosciente. Il passaggio del capitolo terzo che ha fatto più discutere fissa la distinzione con chiarezza: «le cosiddette intelligenze artificiali non attraversano esperienze, non possiedono un corpo, non provano gioia o dolore, non maturano attraverso le relazioni e non conoscono dall’interno che cosa significhino amore, lavoro, amicizia o responsabilità». Possono imitare, con sofisticazione crescente, alcuni gesti cognitivi dell’uomo. Non possono ripercorrerne l’origine.
Eppure, proprio la capacità di simulare il linguaggio, le immagini, le decisioni umane rende l’AI profondamente trasformativa. Entra a pieno titolo nel lavoro e nella produzione; nella sanità e nell’educazione; nell’informazione e nella politica; nei sistemi militari e nella geopolitica. È una tecnologia pervasiva, che diventa ambiente prima ancora che strumento. E quando la tecnica diventa ambiente, modella l’uomo che la abita.
Il filosofo Andrea Colamedici ha colto in questo slittamento – dallo strumento all’ambiente – il cuore antropologico dell’enciclica, valorizzando un’immagine che il documento stesso adopera: le moderne intelligenze artificiali, vi si legge, sono più coltivate che costruite. La distinzione è sottile ma decisiva. «Se una cosa è costruita vuol dire che è completamente nota a chi l’ha costruita, e quindi ne ha contezza assoluta. Invece una cosa coltivata è qualcosa che cresce e ciò che è dentro resta in parte sconosciuto», osserva Colamedici. Ne segue una conseguenza che rovescia la grammatica del controllo: «se l’intelligenza artificiale è coltivata, allora, prima che essere strumento, è ambiente, e allora è qualcosa che abitiamo più che qualcosa che usiamo». Cambia perfino la figura della responsabilità: non più quella «dell’artigiano che controlla ogni dettaglio della propria opera», ma quella «del contadino, che risponde del campo, anche quando non sa nominare ogni singola radice». È un’inquietudine che tocca chi quei sistemi li produce: «le stesse aziende che le detengono non sanno come funzionano. E non sapere come funziona qualcosa significa non averne davvero il potere».
L’ex direttore di “Civiltà Cattolica” Antonio Spadaro ne offre la formula più esatta: «l’AI non bussa alla porta: è già dentro casa». Non si tratta più di valutare l’opportunità di una tecnologia accanto alle altre, ma di prendere atto che essa ha riscritto le coordinate dell’esperienza: il modo in cui lavoriamo, comunichiamo, ci informiamo, crediamo, persino preghiamo. Non un semplice insieme di strumenti, ma «un ambiente mentale, culturale e spirituale: l’aria che respiriamo, il codice che struttura il modo in cui pensiamo e crediamo».
Vale la pena ricordare che la Chiesa non è nuova a questi argomenti: già nel 1963 il decreto conciliare “Inter mirifica” descriveva le tecnologie della comunicazione come «strumenti meravigliosi» che toccano lo spirito umano; e Paolo VI, parlando il 19 giugno 1964 al Centro di Automazione dell’Aloisianum di Gallarate, gesuitico, pronunciò parole sorprendenti su come «il riflesso degli strumenti meccanici» potesse essere infuso nel «cervello spirituale» dell’uomo come servizio elevato. Quel giorno Paolo VI rendeva omaggio all’«Index Thomisticus», ossia il dizionario meccanico e quantitativo di tutti i testi tomistici, un’opera monumentale in 56 volumi realizzata da Padre Roberto Busa, avviata nel 1949 con rara lungimiranza grazie al contributo dell’IBM in anni in cui nessuno immaginava che i calcolatori elettronici potessero essere impiegati per attività che non fossero legate al calcolo numerico. Si trattava di un progetto pioneristico nel campo dell’umanesimo digitale che aprì la strada alla linguistica computazionale, in un certo senso la radice stessa dei moderni LLM, i modelli linguistici di grandi dimensioni in grado di comprendere e generare linguaggio naturale e altri tipi di contenuti per eseguire un’ampia gamma di attività che oggi sono alla base dell’intelligenza artificiale generativa e di strumenti come ChatGpt e Claude.
«La scienza e la tecnica, una volta ancora affratellate, ci hanno offerto un prodigio, e, nello stesso tempo, ci fanno intravedere nuovi misteri – disse in quell’occasione Paolo VI. «Ma ciò che a Noi basta, per cogliere l’intimo significato di quest’udienza, è notare come cotesto modernissimo servizio si mette a disposizione della cultura; come il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale; e quanto più questo si esprime nel linguaggio suo proprio, ch’è il pensiero, quello sembra godere d’essere alle sue dipendenze.» Quelle parole risentivano del clima di ottimismo di quegli anni intorno ai progressi della scienza e della tecnica. Il timore odierno – è ancora Spadaro a metterlo a fuoco – è che con l’intelligenza artificiale possa accadere esattamente il contrario: che sia il riflesso degli strumenti meccanici a venire infuso nel cervello spirituale.
[…]
Sempre dal libro un altro estratto (da sfogliare) con l’indice e la parte introduttiva:
Marco Amadori, com.unica 18 agosto 2026
