A Castellabate il regista riceve il Premio Pio Alferano da Vittorio Sgarbi, in una serata costruita come un racconto della sua filmografia e della sua idea di cinema

Sul Belvedere davanti al Castello dell’Abate, a Castellabate, il cinema di Matteo Garrone è diventato per una sera materia da osservare, discutere e rileggere. Un incontro intorno a un autore e al suo modo di guardare il mondo, più che una semplice cerimonia di premiazione. È qui che Vittorio Sgarbi ha consegnato al regista il Premio Pio Alferano 2026, riportando al centro della serata una parola che attraversa tutta l’opera del regista: lo sguardo.

La scelta di Garrone acquista così un significato che va oltre il riconoscimento alla carriera. Il Premio Pio Alferano viene assegnato ogni anno dalla Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito a personalità, enti e istituzioni che si sono impegnati, in ambiti diversi, a favore dell’arte, della cultura e dell’ambiente. Nato nel 2012 per onorare la memoria del Generale Pio Alferano, protagonista negli anni Settanta alla guida del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, il progetto della Fondazione tiene insieme promozione culturale, tutela del patrimonio, attenzione al paesaggio e valorizzazione dei talenti. A Castellabate il premio diventa quindi anche uno strumento per creare un luogo di confronto tra linguaggi e generazioni, portando nel territorio figure capaci di interrogare il presente attraverso l’arte.

È dentro questa cornice che Sgarbi ha letto Garrone attraverso la storia della pittura. «Nella ricerca della sua poetica, dalla pittura al cinema, Matteo Garrone è come un Caravaggio moderno», ha detto il direttore artistico della Fondazione. La sua è, secondo Sgarbi, «un’opera religiosa, come un mistico, con visioni e apparizioni»: un cinema che osserva la realtà senza idealizzarla né trasfigurarla, ma cercando dentro di essa ciò che normalmente sfugge allo sguardo. Il riferimento a Caravaggio non è stato soltanto una suggestione: Sgarbi ha legato gli esordi pittorici del regista alla costruzione della sua cifra cinematografica, fino al passaggio ideale «da Caravaggio a Velasquez», quando la realtà non è più soltanto ciò che appare, ma diventa materia di interpretazione.

È stato questo il filo conduttore della serata, condotta dalla giornalista Greta Mauro. Garrone, accompagnato da alcuni degli attori che hanno dato corpo ai suoi personaggi – Ernesto Mahieux, Michela Cescon, Aniello Arena e Marcello Fonte – ha ripercorso episodi e passaggi della propria filmografia. Il critico cinematografico Fabio Canessa ha contribuito a ricostruire il percorso artistico del regista attraverso immagini e sequenze delle opere più significative, mentre Marcello Veneziani, Claudio Botosso ed Eleonora Ivone hanno aggiunto altre prospettive alla lettura di film che hanno attraversato generi e mondi apparentemente lontani.

Tra i ricordi più curiosi quello legato a L’imbalsamatore. Garrone ha raccontato di avere discusso il progetto con Nanni Moretti e di avere avuto dubbi sulla possibilità di realizzarlo. Poi, un giorno, Moretti gli passò accanto a bordo di una Punto rossa e gli urlò dal finestrino: «Ripensaci… ripensaci…». Un episodio rimasto nella memoria del regista e diventato, nel racconto della serata, una piccola scena di cinema dentro il cinema.

Con Michela Cescon il dialogo si è spostato su Primo amore e sulla trasformazione fisica affrontata dall’attrice, passata da 61 a 41 chili per il ruolo. Garrone ha però riportato il film alla sua dimensione più profonda: «Più che di anoressia, che riguarda il rapporto che si ha con il proprio corpo, questo film parla di relazioni sentimentali e di perversione, dove lui ama lei sempre di più a mano a mano che dimagrisce: più lei si avvicina alla morte più lui la ama». E ha aggiunto una considerazione sul rapporto con i suoi interpreti: «Ho avuto la fortuna di avere attori molto generosi, che mi hanno regalato i loro personaggi anche sorprendendomi».

Da Gomorra a Reality, da Dogman a Pinocchio, fino a Io Capitano, il racconto della filmografia ha mostrato la continuità di una ricerca. Cambiano ambienti, epoche, registri e forme narrative, ma resta centrale l’essere umano, con le sue contraddizioni, le sue ossessioni, la sua fragilità. Anche il confronto su Il racconto dei racconti ha portato la discussione su questo terreno. Marcello Veneziani ha sottolineato come la dimensione fiabesca e insieme cruenta del film, tratto dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile, acquisti forza proprio nella ricerca dell’umanità dentro episodi estremi. E sullo sfondo c’è quella prima metà del Seicento che appartiene tanto a Basile quanto a Caravaggio, il riferimento storico-artistico attraverso cui Sgarbi ha scelto di leggere Garrone.

Il regista ha accolto con particolare piacere il paragone. «Sono trent’anni che non dipingo più, da quando ho iniziato a fare cinema. Questo riferimento a Caravaggio mi ha fatto molto piacere perché è un artista che amo e che si aggiunge a Francisco Goya, artista che ha creato e crea in me costante ispirazione». Una frase che ha ricondotto il discorso al punto di partenza: la pittura non come esperienza archiviata, ma come parte di uno sguardo che ha continuato a lavorare dentro il cinema.

La nuova formula del Premio, dopo un anno di pausa, ha puntato proprio su questa dimensione di approfondimento. La Fondazione ha scelto di dedicare l’intera edizione a una sola grande personalità, trasformando la premiazione in una serata di incontri, testimonianze e riletture. È il nuovo corso indicato dalla direzione artistica di Vittorio Sgarbi: non soltanto consegnare un riconoscimento, ma costruire attorno a esso uno spazio culturale capace di mettere in relazione un artista con il pubblico e con il territorio.

Per il presidente della Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito, Santino Carta, la partecipazione del pubblico e la qualità degli interventi hanno confermato la validità della scelta. «Il Premio Pio Alferano è tornato dopo un anno di pausa con una formula nuova, più intensa e approfondita, capace di trasformare la premiazione in una vera esperienza culturale», ha sottolineato, ringraziando Sgarbi, Garrone, gli ospiti e Peppe Servillo, che con la sua presenza ha contribuito alla serata. L’obiettivo indicato dalla Fondazione è chiaro: fare di Castellabate un luogo d’incontro per i grandi protagonisti della cultura contemporanea, mantenendo insieme il valore della memoria e la capacità di guardare al presente.

Il Premio, in questa prospettiva, è una delle espressioni di un’attività più ampia. La Fondazione continua infatti a promuovere iniziative dedicate all’arte, alla conoscenza del patrimonio e alla valorizzazione dei giovani talenti. A Castellabate prosegue fino al 30 ottobre il progetto espositivo Theatrum Mundi, inaugurato a giugno nelle sale del Castello dell’Abate, con quattro mostre dedicate ad Antonella Cappuccio, Felipe Cardeña, Tommaso Ottieri e Livio Scarpella. Un programma che conferma la vocazione della Fondazione a fare del territorio non soltanto lo scenario degli eventi, ma parte integrante del progetto culturale.

Il Premio Pio Alferano 2026 si è avvalso del patrocinio del Comune di Castellabate e del contributo della Fondazione Cavallini Sgarbi, della Fondazione Effetto Arte, dell’Azienda Fratelli Carta e di LED City. La Fondazione ringrazia inoltre LT Trasporti, La Residenza Matarazzo, San Salvatore 1988, La Perla del Mediterraneo e Siworkgroup.

Sebastiano Catte, com.unica 22 settembre 2026

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