Abraham B. Yehoshua interviene sul caso della senatrice Liliana Segre, vittima di attacchi antisemiti e messaggi d’odio sui social network (da La Stampa)

Uno dei più grandi studiosi israeliani dell’Olocausto, il professor Yehuda Bauer, ha scritto nel suo libro «The Jews: A Contrary People», una delle frasi più sorprendenti mai pubblicate nello studio della Shoah. E così dice: «Durante la seconda guerra mondiale ventisette milioni di persone non ebree furono uccise a causa dell’ossessione antisemita di Hitler e dei suoi sostenitori». In altre parole, afferma Bauer, la profonda e brutale pulsione bellica del nazismo guidato da Hitler non era unicamente dovuta alle ben note ragioni di espansionismo territoriale e di ampliamento del dominio sul mondo, ma dalla folle intenzione di liquidare il piccolo e debole popolo ebraico che non aveva mai rappresentato una minaccia per la Germania. E solamente una guerra che avrebbe coinvolto tutta l’Europa avrebbe potuto servire da efficace e completo strumento per perpetrare tale sterminio. Una tesi tanto audace poggia naturalmente su basi storiche: il discorso tenuto da Hitler al Reichstag nel 1939 prima dell’invasione della Polonia, durante il quale il Führer accusò gli ebrei di provocazioni tali da poter portare allo scoppio di una guerra, ma soprattutto il suo testamento, redatto prima di suicidarsi nel bunker di Berlino nel 1945, nel quale incolpava gli ebrei, da lui facilmente ed efficacemente sterminati, della sconfitta della Germania. I responsabili della disfatta nazista non sarebbero stati dunque i russi né gli alleati, bensì un’alleanza segreta tra ebrei bolscevichi di Mosca ed ebrei capitalisti di New York.

Ho ricordato questa incredibile assurdità antisemitica e lo spaventoso danno che inflisse al mondo perché si possa comprendere la profondità e il pericolo della fantasia morbosa insita nel fenomeno dell’antisemitismo le cui manifestazioni, anche quando sono all’apparenza ridicole, insensate e del tutto sproporzionate, forniscono la prova che in numerosi popoli sono presenti cellule cancerogene antisemitiche, manifeste o celate, che potrebbero trasformarsi in pericolosi tumori maligni.

Il fenomeno dell’antisemitismo non è quindi un problema specifico degli ebrei, ma della società in generale che deve comprenderlo e sradicarlo non solo per il bene dei suoi cittadini di religione israelita, ma soprattutto per il proprio bene e la propria salute.

Religione o popolo?
Sorprendentemente, nonostante l’antisemitismo causi agli ebrei dolore e preoccupazione, lo accettano come un fenomeno quasi naturale, come se fosse un uragano, o un terremoto, che si manifesta di tanto in tanto. «Odio eterno al popolo eterno», così ha definito uno studioso ebreo il fenomeno dell’antisemitismo e, in una preghiera ebraica recitata durante il Seder pasquale, ricorre una frase: «In ogni generazione e generazione insorgono su di noi per annientarci». In altre parole, nonostante gli ebrei si sentano feriti e offesi dalle dimostrazioni di antisemitismo, in qualche modo non se ne stupiscono. Non perché ritengano di meritarsele ma perché, nel profondo, si rendono conto che l’identità ebraica non è una questione semplice nemmeno per loro ed è quindi presumibile che chi non è ebreo non riesca a capirla e proietti su di essa le proprie malvagie e spaventate fantasie.

Essere ebrei significa appartenere a una religione o a un popolo? O a entrambi? E se a entrambi, in che senso? A quanto pare non esistono elementi di appartenenza etnica nell’identità ebraica. Gli ebrei possono decidere di non essere più tali così come i non ebrei possono convertirsi all’ebraismo. Com’è possibile che un ebreo sia «ovunque e da nessuna parte», come ha scritto la filosofa ebrea Hannah Arendt? Qual era, ad esempio, il legame tra Trotsky in Russia, Rothschild in Francia, Freud in Austria e il Rebbe Menachem M. Schneerson a New York? Dopotutto non avevano nulla in comune, nemmeno la lingua, e se si fossero incontrati non avrebbero potuto comunicare tra loro. Qual è allora il significato dell’identità ebraica che condividevano?

Il meccanismo psicologico
Di proposito descrivo la pericolosa trappola nella quale cadono sempre gli antisemiti: l’incapacità di accettare fenomeni non del tutto chiari e difficili da incasellare in categorie convenzionali. Quindi costoro possono sostenere, per esempio, cose inverosimili del tipo: gli ebrei dominano i media mondiali, o la finanza globale. Per questo i sintomi dell’antisemitismo ricordano quelli di un cancro, o di una malattia latente, e vanno considerati con grande serietà. Un meccanismo psicologico di proiezione è infatti pericoloso per una società tenuta a preservare razionalità e concretezza.

L’ottantanovenne senatrice ebrea italiana Liliana Segre, che di recente ha ricevuto messaggi di odio a causa di una proposta di legge da lei presentata in Senato e che oggi necessita di una scorta che garantisca la sua sicurezza, non ha di certo paura del proprio essere ebrea. Nel 1944 fu mandata ad Auschwitz con altri bambini e sopravvisse a malapena all’orrore. Non credo che minacce antisemite sui social network possano spaventare una donna tanto coraggiosa e rispettata. Ma le ultime manifestazioni di antisemitismo in Italia verso la piccola comunità ebraica al suo interno dovrebbero suscitare preoccupazione nella società italiana, non tanto nei confronti degli ebrei quanto nei propri. Sono segnali di debolezza sempre più frequenti, di una frammentazione sempre maggiore, dell’incapacità di far fronte a identità complesse. Quindi, chiunque abbia a cuore il benessere e la salute della società italiana, dovrebbe prendere sul serio tali dimostrazioni di antisemitismo e non liquidarle con leggerezza.

Abraham B. Yehoshua, La Stampa 15 novembre 2019

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