Il blitz americano contro Al Baghdadi, l’editoriale del direttore de La Stampa Maurizio Molinari

I dettagli finora trapelati sull’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi alzano il velo su alcune novità di rilievo sullo scacchiere del Medio Oriente. La prima viene dal luogo dove il “Califfo del terrore” si rifugiava perché il villaggio di Barisha si trova a ridosso della frontiera turca, in un’area controllata dai miliziani di Hayat Tahrir al-Sham – costola di Al Qaeda – nella provincia siriana di Idlib, ultima roccaforte jihadista assediata dalle truppe di Bashar Assad ma con i confini presidiati da almeno cinque “punti di osservazione militare” turchi. Ovvero, il sanguinario leader di Isis si nascondeva in un angolo della Siria dove gruppi fondamentalisti sunniti rivali combattono assieme contro Assad, vengono bombardati dai russi e vedono nella Turchia l’unico possibile difensore.

E ancora: quando Erdogan tratta con Putin sul futuro assetto della Siria considera Idlib una propria pedina territoriale. Al pari della provincia di Afrin, occupata nel gennaio 2018, e del confine con il Rojava curdo invaso a metà mese. Da qui l’interrogativo sul ruolo di Erdogan: fonti militari turche assicurano di aver dato “due decisive informazioni di intelligence” agli Usa sul rifugio di Al-Baghdadi – non a caso Trump ha ringraziato Ankara – ma fonti siriane aggiungono che “il Califfo era li perché stava per fuggire in Turchia” o forse era arrivato a Idlib attraversando il territorio turco. Insomma, come il leader di Al Qaeda, Osama bin Laden, venne eliminato nel 2011 nella città pakistana di Abbottabad facendo emergere le complicità di ambienti militari di Islamabad, così Abu Bakr al-Baghdadi è stato ucciso in un’area siriana sotto influenza turca, riproponendo le forti ambiguità di Ankara sulla lotta a Isis che risalgono a quando il Califfato faceva transitare i foreign fighters da Istanbul e si finanziava vendendo illegalmente petrolio a cavallo del confine turco-siriano.

C’è poi l’aspetto tattico del blitz di Barisha perché – secondo la ricostruzione fatta da Trump – è durato almeno due ore, ha visto l’eliminazione di molti jihadisti ed è terminato solo quando al-Baghdadi, fuggito dentro un tunnel, si è fatto saltare in aria. È stata dunque una vera e propria battaglia ingaggiata dai reparti speciali Usa, ben diversa dal raid di appena 38 minuti ad Abbottabad da parte dei Navy Seals. Ciò significa che Idlib è oggi un autentico “terreno nemico”, controllato dai jihadisti alla stregua di un mini-Stato. Da qui il terzo elemento, più strategico: le forze Usa hanno informato Mosca dell’incursione e si sono giovate di informazioni raccolte da Turchia, Siria, Iraq e milizie curde, ritirandosi poi attraverso “la base in un Paese amico” forse la Giordania.

È stata dunque, di fatto, un’operazione multilaterale che il Pentagono – nonostante la superiorità tecnologica e militare – non avrebbe potuto condurre da solo, facendo diventare evidente il progetto che Trump espose sin dall’indomani dell’elezione nel 2016: siglare con la Russia un patto anti-terrorismo per battere Isis e al tempo stesso poter ridurre la presenza Usa in Medio Oriente. È uno scenario che l’eliminazione di al-Baghdadi rafforza, con la possibilità di un riassetto del Medio Oriente arabo, a oltre cento anni dagli accordi anglofrancesi di Sykes-Picot, fra Paesi alleati degli Usa (Iraq, Giordania) e della Russia (Siria).

Ultimo, ma non per importanza, il linguaggio usato dal presidente americano: affermare che al-Baghdadi “è morto come un cane” significa adoperare il linguaggio – probabilmente scelto dagli esperti di lotta al terrorismo – delle tribù del deserto contro i propri nemici per delegittimare la memoria del loro Califfo e far capire ai jihadisti ancora in circolazione che l’America sa essere più feroce di loro.

Maurizio Molinari, La Stampa 28 ottobre 2019

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