Sabato 31 agosto (al Giardino dell’Excelsior di Fiuggi Città, ore 21,30), dopo la serata dedicata a D’Annunzio e l’impresa di Fiume, è la volta dell’omaggio ad uno degli artisti più famosi del Novecento, l’ebreo triestino Arturo Rietti.

Pino Pelloni, coadiuvato da Annacaterina Alimenti e Luciana Ascarelli introdurrà la conversazione a più voci sulla vita e l’opera del grande ritrattista, raccontando laTrieste, città di confine, sbocco sul mare dell’Impero asburgico e poi di quello austro-ungarico, crocevia di culture, di lingue, di religioni, passaggio di popoli. La Trieste di Joyce, Svevo e Saba. La Trieste di Arturo Rietti, la città dell’Ottocento dove l’industria si mescolava all’arte e il commercio alla cultura. Dalle prime costruzioni portuali e delle prime infrastrutture del Porto Vecchio alla primavera Liberty, dall’estate degli scavi archeologici di Barcola, e della sua industria balneare, alla malinconia autunnale delle ultime ville e teatri triestini di Città Vecchia.

Arturo Rietti acque a Trieste il 3 marzo 1863 da Alessandro Riettis, commerciante greco di Zante di fede ebraica, e da Elena Laudi, appartenente a un’agiata famiglia triestina anch’essa di origine ebraica.

Si trasferì giovanissimo, tra il 1882 e il 1884, in Toscana, a San Giovanni Valdarno, dal fratello Riccardo, proprietario di una fabbrica al Galluzzo.

Durante questo periodo si esercitò a ritrarre i contadini della zona, gli operai e gli abitanti dei borghi che visitava durante le sue gite in Valdarno. Gli esiti di questa prima attività pittorica gli consentirono di ottenere un attestato di pittore dal Regio Istituto di belle arti di Firenze, documento necessario per l’iscrizione all’Accademia di Monaco di Baviera, nel 1884.

Qui seguì le lezioni di Franz von Defregger e Nikolaus Gysis, mentre Hugo von Habermann lo introdusse alla tecnica del pastello misto a tempera, che sarebbe diventata caratteristica della sua produzione.

Nel 1887, conclusa l’esperienza accademica, Rietti si trasferì a Milano, dove espose alla Permanente di belle arti e conobbe Emilio Gola e Paul Troubetzkoy. Contemporaneamente iniziò a esporre anche a Trieste.

Verso gli anni Novanta si registrano le sue prime presenze a rassegne di carattere internazionale: nel 1889 partecipò all’Esposizione universale di Parigi, e nel 1891 alla XI Esposizione internazionale del Glaspalast a Monaco, dove ricevette una medaglia d’oro. Tali partecipazioni proseguirono per tutto il decennio e successivamente, estendendosi nel 1897 alla II Biennale di Venezia, alla Triennale di Milano, alla Secessione di Vienna e a un’importante mostra monografica organizzata alla galleria Miethke di Vienna nel 1903.

In quest’occasione il famoso critico d’arte della Secessione viennese, Ludwig Hevesi, evidenziò una delle principali peculiarità della pittura di Rietti, ovvero quello stile compositivo che gli «ricordava molto la plastica del russo-milanese Troubetzkoy», poiché usava «toni polverizzati che sembrano dello sporco ed invece danno effetti di luce e di nitore. Egli vi mescola minime dosi di scoppiettante veleno, fuggevoli lampi di azzurro, di rosso, di giallo, e di verde; questi vi lampeggiano e brillano energeticamente tra i veli delle tinte neutre» (in Illustriertes Wiener Extrablatt , 5 aprile 1903).

Rietti, nei suoi vari soggiorni a Vienna, Parigi, Milano, Roma, Trieste, coltivò l’amicizia e la stima di artisti affermati come Habermann, Troubetzkoy, Auguste Rodin, ma anche Arturo Toscanini, Giacomo Puccini e Gabriele D’Annunzio, la famiglia Casati e i Bugatti, che lo ospitarono a Hendaye, nei Pirenei atlantici, a metà degli anni Venti.

Fu grande amico di Italo Svevo, cui lo avvicinavano sia le comuni origini ebraiche sia la conoscenza delle lingue straniere (Rietti parlava, come Svevo, tedesco, francese e inglese), ma anche l’assenza di una solida figura paterna di riferimento, la convinta fede irredentista, l’intolleranza verso i fenomeni di avanguardia artistica e il parallelo rifiuto della critica (B. Sturmar, “Non ho potuto disobbedire alla mia coscienza”. L’amicizia tra Arturo Rietti e Italo Svevo , in Arturo Rietti e il suo tempo , 2015, pp. 202-213) Sono noti vari suoi ritratti di Letizia, la sposa di Svevo.

La sua attività di pittore fu orientata soprattutto verso la ritrattistica: Rietti appartiene, infatti, a quella «civiltà del ritratto», come l’ha definita Giulio Montenero ( Nella città del realismo borghese il fiore della desolazione fantastica , in Quassù Trieste , a cura di L. Mazzi, 1968, p. 147), che a Trieste comprese, fra Ottocento e Novecento, Giuseppe Tominz, Tito Agujari, Eugenio Scomparini, Umberto Veruda, Arturo Fittke, Gino Parin, Carlo Wostry, Adolfo Levier, Vittorio Güttner, Isidoro Grünhut, ma anche Glauco Cambon, Argio Orell, Cesare Sofianopulo: per molti di essi il comune denominatore fu di avere eletto il ritratto come genere principale dell’attività artistica e di aver scelto Monaco come meta formativa.

Per Rietti la finalità di questa scelta è più volte dichiarata: è la necessità imperante, l’esigenza di indagare gli stati più nascosti dell’animo umano, di «rivelare una verità segreta, profonda dell’anima del soggetto» (Pensieri sull’arte di Arturo Rietti , in L’Arte , LVII (1958), 23, p. 47).

Un’esigenza di verità, dunque, piega l’iniziale naturalismo ottocentesco verso una pittura che comprenda un’analisi introspettiva con forti implicazioni psicologiche, già tutta novecentesca, una sorta di realismo rivolto all’animo umano, che Rietti ebbe modo di maturare proprio in una delle città più dedite alla psicoanalisi e all’introspezione, patria di Svevo e di Umberto Saba, ovvero Trieste.

Dal punto di vista stilistico egli raggiunge questo obiettivo affidandosi a un segno rapido, sicuro, contraddistinto da un’eleganza sinuosa, qualità che ritroviamo sia nella produzione degli oli sia in quella del pastello. Egli tratta l’immagine con un segno guizzante che conduce la percezione sin quasi al limite del dissolvimento, trasformando l’effigie in materia cromatica, memore delle esperienze degli amici scapigliati, ma anche di Antonio Mancini, Giovanni Boldini, Medardo Rosso e Troubetzkoy.

Le sue fonti visive affondano negli esiti ultimi della Scapigliatura lombarda, nella ritrattistica di Ambrogio Alciati e Gola, piuttosto che in quella di Daniele Ranzoni o Tranquillo Cremona (Lorber, 2008, p. 37). «La maniera rapida di cogliere il soggetto nella sua verosimiglianza espressiva era stato un obiettivo perseguito da Rietti fin dai suoi bozzetti monacensi» (p. 30), e attuato con coerenza fino agli ultimi ritratti, anche se la pratica operativa poteva apparire talvolta eccessivamente rapida e trascurata nella definizione.

La promulgazione delle leggi razziali nel 1938 e il clima sempre più antisemita in Italia inasprirono il suo carattere forte e autonomo, tanto da fargli annotare nel suo diario: «Sempre più solo, sempre più solo di mano in mano che mi vado accorgendo dell’immensa stupidità degli uomini e della loro viltà» (Taccuino di appunti datato 1939, Archivio Eredi Rietti, cit. in Lorber, 2008, p. 51).

Nel 1940, alla morte della moglie Irene Riva, si trasferì da Trieste a Milano, dove poté contare sull’amicizia e sulla protezione delle famiglie Casati e Gallarati Scotti.

Gravemente indebolito dalla malattia, morì il 6 febbraio 1943, mentre era ospite nella villa dei Gallarati Scotti a Fontaniva, vicino a Padova. A pochi giorni di distanza, tra il 14 e il 15 dello stesso mese, i bombardamenti su Milano avrebbero distrutto il suo studio e la sua casa, causando la perdita di quadri e importanti carteggi. 

com.unica 30 agosto 2019

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