[ACCADDE OGGI]

Ecco una data nel calendario della storia che assume gli aspetti di una cocente attualità: il 23 gennaio 1933, con il preciso scopo di salvare dal fallimento alcune banche che sulla scia della grande crisi internazionale del 1929 rischiavano il fallimento, nasce l’IRI-Istituto per la Ricostruzione Industriale. L’istituto fortemente voluto da Mussolini ebbe la funzione di finanziare a breve e a lungo termine le imprese industriali onde affiancare le grandi banche di investimento e contemporaneamente acquisire le azioni delle grandi imprese in difficoltà.

Il suo primo presidente nonché l’ispiratore fu il casertano Alberto Beneduce, un socialista, figlio di un tipografico anticlericale che fu certamente contento quando il figlio Alberto, laureatosi in matematica a Napoli e sposatosi giovanissimo, impose alle sue figlie, naturalmente non battezzate, nomi dal forte richiamo ideologico; una si chiamò Idea Nuova Socialista, un’altra Vittoria Proletaria e l’altra Italia Libera. Beneduce si diede all’insegnamento universitario e rimase un socialista dell’area riformista, fu interventista e fu ministro nel governo di Bonomi e si guadagnò la stima di Mussolini anche se dal fronte avverso. E fu così che Mussolini, non curante del fatto che Beneduce da collaboratore del sindaco di Roma Ernesto Nathan ebreo e massone era diventato egli stesso massone, lo volle a capo dell’IRI dopo di aver apprezzato il lavoro che Beneduce aveva svolto come amministratore dell’INA e quale ispiratore nonché primo presidente dell’ONC l’Opera Nazionale Combattenti.

Con l’Iri lo stato divenne il massimo azionista di numerose imprese e il più grande imprenditore italiano con aziende come Ansaldo, Ilva, Cantieri Riuniti dell’Adriatico, SIP, SME, Terni, Edison. L’Istituto inoltre sottoscrisse il capitale di società finanziare che possedevano il capitale di società operative e fece nascere la Finmare, la Finsider e la Stet.

Nel dopoguerra l’Istituto aumentò le sue capacità di intervento pubblico contribuendo in maniera determinante alla ricostruzione e al miracolo economico. Ma, preda di spartizioni partitiche, alimentò in maniera esponenziale un regime di assistenzialismo che lo portò a registrare pesantissime perdite di bilancio. Poi gli anni della dismissione del pubblico con la svendita di autentici gioielli di impresa e la fine nel 1992 dopo quasi sessant’anni di vita.

(Franco Seccia, 23 gennaio 2018)

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