Dal direttore della Stampa Maurizio Molinari un’analisi delle strategie e delle tecniche adottate da Israele per prevenire gli attacchi suicidi.

È l’alta tecnologia l’arma segreta di Israele contro i «lupi solitari» jihadisti. A 50 anni dalla guerra dei Sei Giorni lo Stato ebraico è alle prese con un nuovo temibile nemico e la tattica che adopera per combatterlo, oggetto di una sperimentazione continua, interessa ogni nazione alle prese con il terrorismo. Il nemico sono i «lupi solitari» ovvero una tipologia particolare di terroristi: non affiliati a gruppi e spinti dalle più diverse motivazioni personali costituiscono il pericolo più difficile da fronteggiare perché, come un veterano dell’antiterrorismo spiega, «spesso una settimana prima di colpire neanche loro sanno che lo faranno». L’analista israeliano Ehud Yaari li definisce «from zero to hero» perché sono persone comuni che, in pochi giorni, decidono di immolarsi per la Jihad.

I «lupi solitari» si sono manifestati come una concreta minaccia per Israele dal settembre 2015 quando la nuova rivolta palestinese, lanciata per «difendere la moschea di Al Aqsa», ha iniziato a colpire con una crescente partecipazione di individui non affiliati a gruppi terroristi come Hamas, la Jihad islamica, Isis o altri. Il fenomeno ha preso di sorpresa l’apparato di sicurezza israeliano, che ha reagito creando un’unità incaricata di studiare i profili dei «lupi solitari». Dozzine di ufficiali dell’intelligence militare e dello Shin Bet – il servizio di sicurezza interna – sono stati assegnati al compito di descriverli. Il risultato sono dei profili-standard basati su età, residenza, condizioni psicologiche e soprattutto intenzioni personali frutto della lettura dei post lasciati sui social network.  

Tale lavoro di indagine ha portato a identificare il «lupo solitario» come un individuo fra i 17 e 22 anni – uomo o donna – che nel 40 per cento dei casi attraversa difficoltà personali – dalle tensioni famigliari ai matrimoni combinati, nel caso delle donne – e matura il desiderio di diventare «martire» – compiere un attacco suicida – per morire in maniera onorevole. Davanti a tali conclusioni lo Shin Bet ha riallocato un terzo dei propri effettivi, assegnandoli ad una divisione tecnologica incaricata di monitorare senza soluzione di continuità i social network per identificare la presenza di post capaci di svelare l’esistenza di «lupi solitari». Questa divisione hi-tech del controspionaggio opera assieme all’unità 8200, l’unità cyber delle forze armate. Il monitoraggio del linguaggio di «incitamento all’odio» sui social network – anzitutto Facebook, Twitter e YouTube – ha portato al fermo di 2200 sospetti ed all’arresto di oltre 400 di loro. In particolare sono stati i messaggi su Facebook che hanno consentito di bloccare oltre 170 «lupi solitari», sventando circa 400 attacchi suicidi contro civili e 20 sequestri di soldati. Durante uno dei processi un ufficiale dello Shin Bet ha descritto così il cuore della prevenzione: «Il 70 per cento dei lupi solitari responsabili di attacchi si esprime in maniera estrema ed irregolare su Facebook ed è li che li cerchiamo».

La valutazione delle forze di sicurezza è che gli errori nell’identificazione di individui «ad alto rischio» sono fra il 2 e 3 per cento dei casi ponendo la necessità di un miglioramento della sorveglianza al fine di limitare al massimo il coinvolgimento di innocenti. Sul piano dei risultati la caccia ai «lupi solitari» su Facebook ha avuto un impatto: da un picco di 80 attacchi al mese nell’ottobre 2015 si è scesi a 20 al mese ad aprile 2016, rimanendo da allora stabile. Il bilancio complessivo di questi attentati – in gran parte aggressioni con coltelli e automezzi ad alta velocità – al momento è di 43 morti e 682 feriti israeliani assieme a 273 palestinesi – 167 dei quali responsabili di attacchi – ma avrebbe potuto essere ben più alto senza l’opera di prevenzione con l’impiego di nuove tecnologie a fianco delle tradizionali operazioni anti-terrorismo e della cooperazione con l’Autorità nazionale palestinese.

Questi risultati, rivelati da inchieste di stampa e documenti processuali, descrivono tutta la difficoltà della caccia ai «lupi solitari»: monitorare milioni di post quotidiani sui social network richiede un nuovo tipo di risorse umane e la piena integrazione dell’hi-tech nella struttura di sicurezza, esponendo comunque al rischio di commettere errori. Il precario confine fra difesa collettiva e tutela della privacy pone giudici e legislatori davanti alla necessità che il giurista liberal di Harvard Alan Dershowitz riassume con l’espressione «Rights from Wrongs», creare diritto dai reati, ovvero innovare i codici. È un sentiero delicato ma inevitabile per la democrazia israeliana che testimonia l’entità dei problemi – politici e morali – generati dalla necessità di combattere una nuova tipologia di nemici. Non tutti i Paesi occidentali hanno leggi che consentono di ripetere tale caccia ai «lupi solitari» e questo trasforma Israele in un test a cui si guarda con interesse. Ciò che colpisce, nell’anniversario della guerra del 1967, è proprio come Israele confermi in questo modo il ruolo di laboratorio della difesa di altri Paesi occidentali dalle minacce più avanzate. Nel giugno di 50 anni fa lo diventò dimostrando in sei giorni la debolezza degli armamenti convenzionali sovietici allora nelle mani degli eserciti arabi, negli Anni Settanta tornò ad esserlo difendendosi dai primi dirottamenti aerei ed attacchi da parte di gruppi terroristici organizzati, alla fine degli Anni Novanta lo fece ancora affrontando ondate di attacchi kamikaze contro autobus e ristoranti, ed ora è in trincea contro i «lupi solitari» espressione più imprevedibile e mortale dell’ideologia jihadista che colpisce anche in Europa e negli Stati Uniti. 

Maurizio Molinari, LA STAMPA 4 giugno 2017

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