Il romanzo vinse il National Book Award nel 1995. Mickey Sabbath compie 20 anni. Era il 1995 quando Philip Roth pubblicò, vincendo il National Book Award, il suo romanzo più potente, un “unicum” all’interno di una bibliografia che, grazie soprattutto alla figura di Nathan Zuckerman, appare in gran parte intrecciata e collegata. Invece “Il teatro di Sabbath”, opera monumentale e shakespeariana sull’ossessione priapistica di un burattinaio 64enne afflitto da artrite deformante, rimane isolata, poderosa, provocatoria e irritante, anche due decenni dopo la sua prima pubblicazione.

Agli scandali Roth ci era abituato dal 1969, quando ottenne un enorme successo con il suo quarto romanzo, “Il lamento di Portnoy”, monologo, anche qui, incentrato sulle esperienze erotiche del suo protagonista. Ma se in Portnoy e in molti dei comunque notevolissimi altri romanzi di Roth – uno per il quale viene da chiedersi perché non abbia mai vinto il premio Nobel, ma questa è tutta un’altra storia – si sente una voce autoriale profondamente comica, nel “Teatro di Sabbath” il tono si innalza ulteriormente, arrivando a quei livelli – a volte paradossali, a volte parossistici – che generano un capolavoro. Controverso quanto volete, esposto al rischio di accuse (probabilmente superficiali) di pornografia, a volte intollerabile. Ma comunque magnifico e, nei fatti, una rielaborazione della classica danza macabra tra un essere umano e l’imbattibile rivale di sempre, la morte.

Sabbath, ammirato da molti grandi scrittori come John Maxwell Coetzee e Jonathan Franzen, appare come una sorta di novello Falstaff, un “traviatore della gioventù” cui Shakespeare ha affidato il compito di farsi carico dei pesi del mondo attraverso una postura grottesca, sbruffona, ridicola. E quindi enormemente coraggiosa. La stessa che, a fronte dei secoli che li dividono, Roth fa assumere a Sabbath, confidando peraltro in una vecchia intervista di aver scritto il romanzo divertendosi molto, per collocarlo esattamente al centro dell’umano, ma con intorno una serie di vicende e di comportamenti che lo rendono unico e probabilmente irripetibile. Nonostante tutte le sue deviazioni da quella che sarebbe una condotta adeguata a un ex artista 64enne.

Ma Sabbath, e anche qui il libro morde ancora oggi, è talmente osceno da divenire, in un gioco che sembra quasi mistico, emblema di una purezza (ovviamente impossibile) che finisce, nonostante il suo sudiciume, con lo smascherare l’altrettanto (se non di più) disgustosa ipocrisia della società benpensante. Quella stessa società di cui facciamo parte noi lettori evoluti occidentali. In America qualcuno a questo punto direbbe una cosa tipo “Dio benedica Sabbath” e, vent’anni dopo, l’invocazione continua ad aleggiare sopra le nostre teste e le centinaia di libri che vengono quotidianamente pubblicati.

(Askanews, 11 agosto 2015)

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