Anna Politkovskaja, vent’anni dopo: ricordare significa tornare alle sue inchieste
Al Giardino dei Giusti di Milano, Fondazione Gariwo e Memorial Italia hanno ricordato la giornalista russa, la sua battaglia sulla Cecenia e un’idea di giornalismo che continua a interrogare il presente
Vent’anni dopo la sua uccisione, il modo più concreto per ricordare Anna Politkovskaja è tornare alle sue inchieste, alla Cecenia, alle persone che incontrava e alle verità che cercava di portare alla luce. Ma è anche guardare alla Russia di oggi e chiedersi che cosa sia rimasto di quel giornalismo capace di entrare nelle storie, dare un nome alle vittime e raccontare ciò che il potere avrebbe preferito lasciare nell’ombra.
È stato questo il filo conduttore dell’incontro organizzato il 20 settembre 2026 dalla Fondazione Gariwo e da Memorial Italia al Giardino dei Giusti di Milano per ricordare la giornalista russa. Un pomeriggio costruito non soltanto sulla memoria, ma sulla necessità di interrogare il presente. Joshua Evangelista, che ha introdotto e moderato i diversi momenti della giornata, lo ha spiegato chiaramente: ricordare Anna non significa fermarsi alla celebrazione di una figura ormai simbolica, ma capire che cosa è successo alla Russia che lei aveva raccontato e interrogarsi su come la società civile possa continuare a reagire.
«La tendenza è quella di ricordarci di una persona morta scordando il motivo per cui questa persona è stata uccisa e a che cosa stava lavorando», ha detto Evangelista. Da qui la scelta di tornare alle sue inchieste, alla Cecenia e alle violenze che Politkovskaja aveva documentato, riportando il ricordo dalla dimensione dell’icona a quella, più concreta e scomoda, del lavoro giornalistico.
Il primo momento dell’incontro si è svolto davanti al cippo dedicato a Politkovskaja, nel Giardino dei Giusti. A ricordare le ragioni per cui Gariwo ha scelto di onorarla è stato il presidente Gabriele Nissim. «Anna – ha spiegato Nissim – era una giornalista con il gusto di cercare», capace di indagare il potere e la guerra in Cecenia dal punto di vista della giustizia, senza lasciarsi condizionare. Il suo lavoro nasceva dalla necessità di conoscere e di far conoscere. E quando si arriva a conoscere, ha ricordato Nissim citando uno dei pensieri più significativi della giornalista, «comincia la nostra responsabilità».
Quella responsabilità Politkovskaja l’aveva assunta fino in fondo. Non si era limitata a raccontare la guerra, ma aveva cercato di entrare nelle conseguenze che la violenza produceva sulle persone. Nel 2002, durante il sequestro del teatro Dubrovka di Mosca, tentò di contribuire alla trattativa con i sequestratori per salvare vite umane. Nelle sue inchieste sulla Cecenia raccontò le operazioni militari, ma soprattutto le vittime, le torture, gli abusi, la corruzione e la devastazione lasciata dalla guerra.
Per Gabriele Nissim, Anna Politkovskaja è stata così una delle prime voci di quella catena di resistenti russi che hanno scelto di non adeguarsi al potere. Una eredità che, vent’anni dopo, supera i confini della Russia e investe direttamente la difesa della libertà di stampa e della libertà di espressione di fronte alla crescita delle autocrazie nel mondo.
Nel vivo della cerimonia ha preso la parola il figlio di Anna, Il’ja Politkovskij, che ha raccontato anche il legame della sua famiglia con il Giardino dei Giusti di Milano, inaugurato dalla sorella Vera il 5 maggio 2009. Un luogo che, negli anni, ha continuato a trasformare la memoria in incontro. «Qui non c’è soltanto una targhetta, non è soltanto una pietra – ha spiegato – perché questo Giardino è un luogo dove le persone continuano a incontrarsi e a ricordare mia madre».
Ma per Il’ja, vent’anni dopo, c’è anche un’altra necessità: sottrarre Anna all’immagine ormai consolidata dell’icona del giornalismo d’inchiesta e restituirle la dimensione più intima di madre. «Per moltissime persone mia mamma è stata una giornalista, un’attivista, una persona che ha difeso i diritti umani. Per me prima di tutto è stata mia mamma». È un passaggio che riporta il racconto dalla storia alla vita privata, senza separare però la donna dal motivo profondo per cui aveva scelto di esporsi.
In famiglia, quando le chiedevano di essere più prudente, Anna rispondeva: «Chi può raccontare, se non io?». Il’ja ha ricordato come sua madre non riuscisse a ignorare le persone che si rivolgevano a lei perché non avevano nessun altro a cui chiedere sostegno. Prima ancora che una figura pubblica, ha spiegato, era una persona che non poteva ignorare il dolore e la richiesta di aiuto degli altri.
Il ricordo di Anna Politkovskaja è stato organizzato con il contributo fondamentale di Memorial Italia, che da anni porta avanti, tra le altre cose, il lavoro sulla memoria e sulla responsabilità. «La memoria – ha detto Gilia De Florio – non è qualcosa di cristallizzato, di fisso, di fermo: è un muscolo e come tale va allenato». Ricordare Anna significa quindi ricordare per agire, recuperando anche il suo modo di parlare per gli ultimi e di cercare ciò che accadeva «al di là degli slogan e delle narrazioni».
Il lavoro di Anna e quello di Memorial si sono incontrati molte volte, soprattutto in Cecenia. Non a caso Giulia De Florio ha ricordato Natalia Estemirova, attivista di Memorial e amica di Politkovskaja, impegnata nella raccolta di testimonianze sulle violazioni dei diritti umani e uccisa nel 2009, tre anni dopo Anna. Due storie che si incrociano nella stessa geografia della violenza e nella stessa scelta di non voltarsi dall’altra parte.
È anche da questo legame che passa il significato dell’incontro milanese. La memoria non viene proposta come un esercizio rivolto soltanto al passato, ma come uno strumento per leggere il presente. Il lavoro di Memorial sulla storia e sui diritti umani, ha ricordato De Florio, deve continuare anche fuori dalla Russia, mentre l’organizzazione è sottoposta a una crescente repressione da parte delle autorità russe.
A vent’anni dalla morte di Anna Politkovskaja, dunque, il suo nome continua a riportare al centro una domanda semplice e insieme difficile: che cosa significa raccontare quando raccontare significa assumersi una responsabilità? Nel Giardino dei Giusti di Milano, tra il cippo che ne ricorda la figura e le testimonianze di chi l’ha conosciuta o ne ha raccolto l’eredità, la risposta non è stata affidata alla celebrazione. È tornata, piuttosto, alle sue inchieste, alle persone che aveva incontrato e alla necessità di continuare a cercare la verità anche quando è più comodo lasciarla nell’ombra.
com.unica, 23 settembre 2026
