La versione italiana di uno studio di Felice Vinci pubblicato sulla rivista scientifica americana “Journal of Anthropological and Archaeological Sciences”


Introduzione

In questo articolo, che si basa sulle conclusioni di un articolo precedente [1] in cui era stata proposta una nuova ipotesi sull’origine dei poemi omerici, si forniranno ulteriori prove a sostegno dell’ipotesi che gli eventi in essi narrati fossero originariamente ambientati nell’Europa settentrionale, prima della discesa degli Achei nel Mediterraneo.

Innanzitutto è qui opportuno riassumere alcuni aspetti salienti del predetto articolo. La vera ambientazione dell’Iliade e dell’Odissea non è il Mar Mediterraneo, dove si riscontrano innumerevoli incongruenze, geografiche e di altro tipo – quali il clima freddo e perturbato anche durante la stagione della navigazione, battaglie che si protraggono per tutta la notte, eroi biondi avvolti in pesanti mantelli di lana, fiumi che alla foce invertono il corso della corrente, isole e popoli inesistenti, le regioni del montuosissimo Peloponneso descritte come pianeggianti – bensì l’Europa settentrionale. Le saghe orali da cui hanno avuto origine i due poemi provenivano dalle regioni baltiche, dove nel II millennio a.C. fioriva l’età del bronzo e dove molti luoghi omerici, come Troia e Itaca, sono ancora oggi identificabili. A portare questi racconti dalla Scandinavia nel mondo greco furono i biondi navigatori achei che attorno al XVI secolo a.C. fondarono la civiltà micenea nel Mar Egeo. Costoro ricostruirono il loro mondo originario – dove si era svolta la guerra di Troia, insieme con molti altri eventi raccontati nella mitologia greca – nelle acque del Mediterraneo, dove trasferirono molti nomi dei luoghi della perduta patria iperborea. Per molte generazioni essi si trasmisero oralmente di generazione in generazione la memoria delle imprese dei loro antenati nordici, finché la messa per iscritto di questa antichissima tradizione orale, avvenuta in seguito all’introduzione della scrittura alfabetica in Grecia (attorno all’VIII secolo a.C.), portò alla stesura dei due poemi nella loro forma attuale.

A riprova di ciò stanno le innumerevoli incongruenze tra le descrizioni estremamente accurate che i poemi omerici fanno di luoghi i cui nomi ci sono familiari, come Itaca e Troia, e la realtà geografica delle corrispondenti località mediterranee. Ad esempio, secondo Omero Itaca è l’isola più occidentale di un arcipelago in cui si trovano tre isole principali: Dulichio (la “Lunga” in greco), Same e Zacinto [2]. Però l’Itaca greca non è affatto l’isola più occidentale del suo arcipelago, e tra le isole greche non vi è traccia di Dulichio. Non solo: come afferma John Chadwich riferendosi all’Itaca greca, quando Omero “descrive Itaca, la sua geografia è così errata che alcuni studiosi hanno cercato di dimostrare che non si tratta affatto dell’Itaca attuale” [3].

Esiste invece un gruppo di isole danesi nel Mar Baltico, l’arcipelago del Sud Fionia (Syd-Fyn), che è l’unico al mondo a corrispondere esattamente a tutte le indicazioni di Omero. Esso comprende tre isole principali: Langeland, l'”Isola Lunga” (cioè Dulichio), Aerø, che corrisponde alla Same omerica, e Tåsinge, ossia Zacinto. La corrispondenza arriva al punto che le loro rispettive superfici sono in una stupefacente proporzione aritmetica con i numeri dei pretendenti alla mano di Penelope: 52 da Dulichio, 24 da Same e 20 da Zacinto [4]. Dunque l’Itaca di Ulisse, situata “verso la notte”, non può che essere l’isola più occidentale di questo arcipelago danese, chiamata Lyø, che anche sotto il profilo topografico e morfologico corrisponde perfettamente a tutte le indicazioni dell’Odissea, al punto che vi si può facilmente identificare persino la posizione della capanna del porcaro Eumeo!

Lo stesso può dirsi della Troia omerica, la cui collocazione sulla collina di Hisarlik in Anatolia è molto controversa: “Non un solo frammento collega la distruzione di Troia VII alla Grecia micenea, o a un’invasione da qualsiasi altra fonte. Né nulla di ciò che si sa dall’archeologia della Grecia e dell’Asia Minore o dalle tavolette in Lineare B corrisponde al racconto omerico di una grande coalizione che salpa dalla Grecia contro Troia (…) né si parla di una guerra di Troia” [5]. Anche Dieter Hertel, che ha lavorato sul sito di Hisarlik, sostiene che sia Wilusa, sia la città trovata da Schliemann non hanno nulla a che fare con la Troia omerica: “Troia/Ilio non era Wilusa (…) Quanto alla presunta relazione tra il re Alaksandus di Wilusa e Paride Alessandro, figlio di Priamo, “il padre del re Alaksandus non si chiamava Priamo ma Kukunni” [6] (inoltre, Paride non fu mai re di Troia). Ma ciò che taglia la testa al toro è che “grazie a una serie di campioni prelevati nel 1977 ora sappiamo che in epoca preistorica la pianura era coperta da un lungo braccio di mare, che arrivava fino a Hisarlik nel periodo di Troia VI (…) e le scoperte di Schliemann, Virchow e Burnouf, basate su campioni inadeguati, erano errate” [7]. Inoltre, Omero menziona il punto “dove il fiume Simoenta e lo Scamandro mescolano le loro acque” [8], laddova nell’area di Hisarlik i due fiumi non si mescolano ma scorrono lontani l’uno dall’altro.

La Troia omerica, d’altra parte, si trovava vicino al ‘”largo Ellesponto” [9], che dunque è molto diverso dall’angusto Stretto dei Dardanelli! Ma dove dobbiamo cercarla? Considerando da un lato che nel Mar Baltico il corrispondente dello stretto Ellesponto mediterraneo è l’ampio Golfo di Finlandia, e dall’altro che lo storico danese Saxo Grammaticus (c. 1150 – c. 1220) menziona spesso un popolo di Ellespontini e un “Ellesponto” [10] nella zona del Baltico orientale, colpisce il fatto che, in una zona affacciata sul Golfo di Finlandia (la diramazione del Baltico in direzione est), nella regione attorno a Helsinki vi è una concentrazione di nomi di località: Askainen, Reso, Karjaa, Nästi, Lyökki, Tenala, Kiila, Kiikoinen e molti altri, che ricordano da vicino quelli dell’Iliade nonché i nomi degli alleati dei Troiani. Inoltre, i toponimi Tanttala e Sipilä – il mitico re Tantalo, il cui regno si trovava vicino a Troia, fu sepolto sul monte Sipilo – dimostrano che questo tema coinvolge non solo la geografia omerica, ma anche il resto della mitologia greca.

Ed è proprio qui che si trova un villaggio, Toija, a 100 km da Helsinki, le cui caratteristiche corrispondono esattamente a quanto ci è stato tramandato da Omero. Toija infatti si trova tra una pianura che si estende fino alla costa e una zona montuosa alle sue spalle, chiamata da Omero “Ida” (che nell’Iliade non appare mai come una montagna unica, bensì come una regione scoscesa e selvaggia), e a meno di 2 km, nell’attiguo villaggio di Kisko, vi è l’area collinare che meglio corrisponde al sito della Troia omerica. Esso domina la valle, ora parzialmente allagata, con i due fiumi menzionati da Omero, le cui rispettive posizioni coincidono perfettamente con le accurate descrizioni dell’Iliade. Le corrispondenze arrivano al punto che in direzione del mare, sull’antica linea di costa di quasi 4000 anni fa, vi è tuttora una località, Aijala, il cui nome richiama lo aigialos, la “spiaggia” dove gli Achei sbarcarono e trassero in secco le loro navi.

Tutta la zona rivela significative tracce di un’epoca antichissima: vicino a Toija si trovano numerosi tumuli funerari dell’età del bronzo, come quelli descritti nell’Iliade [11]. Inoltre, le antiche miniere di rame di Orijärvi, a qualche chilometro da Toija-Kisko, gettano luce sulla probabile origine delle ricchezze del re Priamo, menzionata dall’Iliade.

Inoltre la collocazione settentrionale di Troia spiega immediatamente l’anomalia dell’interminabile battaglia narrata negli otto libri centrali del poema, che dura ininterrottamente per due giorni e una notte. Il fatto che l’oscurità non ponga fine ai combattimenti è incomprensibile nel mondo mediterraneo, in cui le battaglie dopo il tramonto s’interrompono, ma in questo contesto nordico si chiarisce subito: ciò che permise alle truppe fresche guidate da Patroclo di continuare a combattere senza sosta fino al giorno successivo fu il chiarore notturno tipico delle alte latitudini attorno al solstizio estivo, tra giugno e luglio. Questa interpretazione – confermata dall’esondazione dello Scamandro durante la battaglia successiva, poiché nel mondo nordico questo fenomeno, causato dal disgelo primaverile, avviene in ritardo rispetto alle regioni mediterranee – ci permette di ricostruire facilmente le varie fasi dell’intera battaglia in modo assolutamente coerente e realistico, dissipando immediatamente tutte le attuali perplessità dei commentatori.

Va notato che le enormi incongruenze riscontrate dagli studiosi nelle caratteristiche geografiche di Itaca e Troia – che invece nel mondo baltico si appianano immediatamente – sono solo due dei tanti esempi che si potrebbero citare: tra i più eclatanti vi è il fatto che il poeta descrive le montuosissime regioni del Peloponneso come se fossero pianeggianti (pensiamo al caso dell’agevole viaggio di Telemaco che nell’Odissea corre sul suo carro “per una pianura ferace di grano” da Pilo a Sparta, laddove nel mondo greco tra le due città si frappone il Taigeto, una catena di montagne con picchi alti 2000 metri). Di conseguenza, l’attendibilità storica dei racconti omerici è stata finora messa in discussione, con la conseguenza, data anche l’impossibilità di collocarli in un qualsiasi periodo della storia greca, che essi sono stati declassati dal livello di realtà storica a quello del mito.

A tutto ciò si aggiungono le caratteristiche nordiche del mondo omerico, che si riscontrano non solo nel clima, ma anche nell’abbigliamento, nell’alimentazione (sulle mense non compaiono mai né olive, né fichi!), nei costumi sociali (ad esempio, nei rapporti tra padroni e schiavi) e nel fatto che esso appare molto più arcaico di quello miceneo in Grecia. Inoltre la migrazione dei Micenei dal nord è confermata dalle loro caratteristiche fisiche: “Gli Indoeuropei che si stabilirono in Grecia dovevano essere alti e biondi, proprio come i biondi eroi di Omero” [12], come appare dalle prime sepolture micenee, dove oltre a resti di uomini alti e robusti vi erano gioielli d’ambra baltica e spade identiche a quelle danesi dell’età del bronzo.

L’idea che i discendenti degli Achei omerici provenissero dall’area baltica e si siano diretti in Grecia, dove diedero inizio alla civiltà micenea, è supportata dalle correlazioni tra l’età del bronzo scandinava e le coeve culture egee. Ad esempio, l’archeologo Klavs Randsborg ha analizzato le figure sulle lastre del grande tumulo di Kivik, in Svezia, rilevandone le analogie con le immagini di un sarcofago di Hagia Triada a Creta e con le stele delle tombe a pozzo di Micene [13]. Inoltre, studi recenti affermano che l’arte della Grecia micenea è molto simile a quella dell’età del bronzo nordica. Queste somiglianze sono così sorprendenti che quest’ultima è stata definita come “una specifica e selettiva varietà nordica dell’alta cultura micenea, che non compare nella regione intermedia” [14].

A suggello di queste considerazioni, ricordiamo ciò che Bertrand Russell afferma sull’origine dei Micenei: “Vi sono tracce che molto probabilmente confermano che essi fossero conquistatori di lingua greca e che almeno l’aristocrazia fosse composta dai biondi invasori nordici che portarono con sé la lingua greca” [15]. Da tutto ciò possiamo dedurre che la guerra di Troia ebbe luogo prima che i “biondi invasori nordici” si stabilissero in Grecia, e non dopo il loro arrivo come si è ritenuto finora (insomma, essa avvenne molto prima di quanto credessero gli antichi Greci). I poemi omerici, riletti in questa luce, non solo riacquistano una dimensione storica, ma rappresentano anche l’unica testimonianza letteraria che ci rimane di un antichissimo mondo perduto, scomparso da millenni nelle nebbie della preistoria.

La Creta omerica, Capo Malea, la città di Gortina, Tarfe e Tronio

Dopo questo inquadramento generale, adesso cercheremo di localizzare alcune particolari località tra quelle menzionate nei due poemi.

A tal fine partiremo dalla ricostruzione del mondo di Omero, che avevamo già sviluppato nei nostri lavori precedenti [16], basandoci sulle indicazioni del cosiddetto Catalogo delle Navi, contenuto nel II libro dell’Iliade, dove sono elencate le ventinove flotte achee che presero parte alla guerra di Troia, insieme ai nomi dei loro comandanti e alle caratteristiche principali delle rispettive regioni e città di provenienza. In questo modo, seguendo passo dopo passo le coste del Baltico in senso antiorario, è possibile ricostruire integralmente il mondo omerico, ossia il mondo finora sconosciuto dell’età del bronzo nordica, ricollocando nel nuovo contesto tutte le principali città menzionate nei due poemi, quali ad esempio Atene (sulla costa della Svezia meridionale), Tebe (nei pressi dell’attuale Stoccolma) e Micene (nell’area di Copenaghen). Invece nel contesto tradizionale la sequenza del Catalogo appare affetta da enormi assurdità, quale ad esempio la contiguità che esso attribuisce all’Etolia e a Creta, due entità geografiche che nel mondo mediterraneo si trovano molto distanti tra loro.

In particolare, la Creta omerica, descritta nell’Odissea come una “vasta terra” con “novanta città” [17], corrisponde alla regione della Pomerania nel Baltico meridionale, dove si estendeva tra la costa tedesca, compresa l’adiacente isola di Rügen, e la costa polacca. Ciò consente subito di spiegare una singolare contraddizione rilevata dagli studiosi, cioè il fatto che nella ricca produzione pittorica della civiltà minoica, fiorita nella Creta egea, “non vi è nulla (…) che sembri illustrare alcun tipo di leggenda conosciuta” [18] – nonostante l’importanza di Creta nei poemi omerici e nella mitologia greca – e le navi sono ben poco rappresentate. Inoltre, mentre l’Odissea parla di numerose popolazioni sul territorio cretese e ne sottolinea la natura bellicosa, la sorprendente assenza di strutture difensive negli insediamenti minoici della Creta egea avvalora l’idea che questi ultimi non abbiano nulla a che vedere con quelli omerici.

A questo punto, di particolare interesse è il caso di Gortina, una città cretese costruita su una falesia con una scogliera dove le navi di Menelao che tornavano da Troia naufragarono dopo aver incontrato una violenta tempesta al largo di Capo Malea. Ma per localizzarla occorre individuare l’esatta posizione di quest’ultimo, dove secondo Omero le flotte di diversi comandanti achei ebbero grossi problemi.

Prima di tutto, va osservato che in realtà Omero non chiama mai Malea “capo” (“akron” in greco). Invece, quando si riferisce al Malea lo chiama, traducendo alla lettera, “l’altura scoscesa dei Malei” [19]. Questo ci ha portato a cercare sulla mappa del Mar Baltico se vi fosse una qualche altura significativa lungo la pianeggiante costa della Scania (la regione all’estremità meridionale della Scandinavia), sulla rotta delle navi achee che tornavano da Troia.

In effetti, navigando lungo la piatta costa sud-orientale della Scania, a Kåseberga (10 km da Ystad) si incontra un’altura scoscesa, protesa sul mare, accanto al Capo Sandhammaren. Ma non si tratta di una collina qualsiasi: sulla sua sommità vi è un pianoro dove si trova il più grande complesso megalitico della Scandinavia, Ales Stenar (“Pietre di Ales”), che è stato paragonato addirittura a Stonehenge [20]. Si tratta di 59 grandi pietre, pesanti ciascuna quasi 2 tonnellate e conficcate verticalmente nel terreno, le quali nel loro insieme delineano la sagoma di una grande nave, lunga quasi 70 metri.

A conferma dell’identificazione del temutissimo Malea omerico, lo spauracchio delle navi di allora, con la zona del Sandhammaren e di Kåseberga sta il fatto che essa ancora oggi è considerata “il più grande cimitero di navi della Svezia” [21]. Infatti “la zona costiera davanti al Sandhammaren è molto temuta dai marinai a causa dei banchi di sabbia che si spostano continuamente. Associati alle forti correnti, questi banchi hanno causato così tanti naufragi che l’area è conosciuta come un cimitero delle navi” [22]. Tutto ciò, oltre a confermare il realismo dei racconti omerici, ci dice che in questi millenni ben poco è cambiato nella geografia di questi luoghi e nel loro impatto sulle attività umane.

Riguardo ancora alla “altura scoscesa dei Malei” ci sembra probabile che proprio la pericolosità della zona abbia indotto un popolo di navigatori di epoca megalitica, precedente al mondo omerico, a realizzare un luogo sacro, una sorta di santuario per propiziarsi gli dei del mare, e forse anche per ricordare i marinai caduti nel loro rischioso lavoro.

Il Malea omerico era probabilmente un punto di riferimento molto importante per i navigatori nordici dell’età del bronzo, al punto che il suo nome, come quello delle città più importanti, fu trasferito alla geografia greca quando gli Achei baltici si stabilirono in Grecia e fondarono la civiltà micenea. In particolare, il Sandhammaren in Svezia e il Malea in Grecia hanno una precisa corrispondenza geografica, poiché rappresentano l’estremità sud-orientale della Scandinavia e, rispettivamente, della penisola balcanica.

D’altra parte, la posizione del Capo Malea nel mondo greco evidenzia una delle tante assurdità della geografia omerica in Grecia: infatti il Malea greco, dove stando all’Odissea Agamennone si imbatté in una tempesta [23] durante il suo viaggio di ritorno a Micene dopo la guerra di Troia, si trova molto più a sud rispetto alla rotta tra l’area dei Dardanelli, dove fu trovata la presunta Troia di Schliemann, e la Micene greca (infatti gli studiosi si sono sempre chiesti perché mai la flotta di Agamennone si trovasse lì). È come dire che una nave diretta da Napoli a Livorno si trova davanti a Genova! Ancora una volta, dobbiamo constatare che il mondo egeo non corrisponde affatto a ciò che Omero descrive, mentre nel Baltico tutto combacia alla perfezione.

Ma ora vediamo cosa accadde a Menelao quando, di ritorno da Troia dopo la guerra, le sue navi passarono davanti al Malea: “Quando, navigando sul mare cupo con le sue navi, raggiunse l’altura scoscesa dei Malei, Zeus Tonante scatenò il soffio dei venti urlanti e onde alte come montagne, poi divise le navi e ne spinse alcune verso Creta, dove i Cidoni abitano sul fiume Iardanos” [24]. Riguardo al fiume Iardanos “dove abitano i Cidoni”, forse l’odierna Cedinia sul fiume Oder (è un’antica città della Polonia il cui nome compare nell’anno 972 come Cidini [25]) potrebbe essere l’ultimo ricordo dei Cidoni e dello Iardanos, mai identificati nella Creta mediterranea.

La disavventura di Menelao continua nei versi successivi: “C’è una falesia liscia a picco all’estremità di Gortina, nel mare nebbioso, dove il vento del sud spinge grandi ondate contro il promontorio a sinistra, verso Festo, e un piccolo scoglio si erge contro i marosi. Là giunsero le sue navi e gli uomini scamparono per poco alla morte, ma le onde scaraventarono le navi contro la scogliera” [26].

Riguardo a Gortina, città cretese “protetta da mura” [27], dove si trova quella “falesia liscia a picco” sul mare, si tratta dell’odierno villaggio di Göhren, accanto al Capo Nordperd, il punto più orientale dell’isola di Rügen. Nordperd è un promontorio lungo più di un chilometro, che termina con una scogliera alta circa 20 metri. Oltre all’analogia dei nomi (Gortyn-Göhren) e alla vicinanza a quella scogliera che fu fatale alle navi di Menelao, questa identificazione è confermata dal “piccolo scoglio” che “si erge contro i marosi”: si tratta di uno scoglio affiorante sul mare, chiamato Buskam, davanti alla spiaggia di Göhren, che secondo l’archeologia in tempi remoti era utilizzato come luogo rituale [28]. Non solo: accanto alla chiesa di Göhren si trova il tumulo di Speckbusch, risalente all’età del bronzo [29]. Insomma, da Gortina Omero ci ha inviato una straordinaria “cartolina illustrata”, che ci arriva direttamente dalla preistoria europea!

Inoltre, abbiamo appena letto che “il vento del sud spinge grandi ondate contro il promontorio a sinistra, verso Festo” [30]. Ora, se dalla spiaggia di Göhren, alla base della falesia su cui naufragarono le navi di Menelao, volgiamo lo sguardo in direzione nord, verso il mare e lo scoglio di Buskam, vediamo che a sinistra si estende la costa nord-est di Rügen, su cui verso l’orizzonte si intravvede nella foschia la città di Sassnitz. Nel suo territorio sono presenti importanti resti risalenti al Neolitico ed all’Età del Bronzo, con numerose tombe di grandi dimensioni e tumuli funerari in pietra che, se diamo credito all’Odissea, si riferiscono alla città cretese di Festo. D’altronde Rügen era già abitata nell’età della pietra e dappertutto vi si trovano reperti archeologici come tombe megalitiche e pietre d’altare [31]. Insomma, con ogni probabilità durante l’età del bronzo questa isola faceva parte della “vasta terra” di Creta. Lo stesso nome di Capo Arkona, all’estremità settentrionale di Rügen, conserva tuttora l’impronta della lingua greca (o meglio, del greco arcaico parlato dagli Achei omerici): infatti in greco “akron” significa “capo, promontorio”, e l’avverbio “akrōs” indica un luogo “al limite estremo, nel punto più alto”. Nel corso dei secoli, “akrōs” è diventato “Arkona” per metatesi, un fenomeno linguistico molto comune.

Prima di proseguire, ricostruiamo il percorso di Menelao: di fronte al Capo Sandhammaren, all’estremità meridionale della Svezia (il Malea omerico), fu sorpreso da una tempesta che lo spinse verso sud, dove le sue navi naufragarono sulla scogliera di Capo Nordperd, vicino all’attuale Göhren (Gortina), all’estremità orientale dell’isola di Rügen. Più a sud si trova la foce del fiume Oder (lo Iardanos omerico), sulla cui riva destra, nell’entroterra polacco, sorge la città di Cedinia, il cui nome richiama i Cidoni citati dall’Odissea.

D’altronde basta dare un’occhiata alla Creta mediterranea per rendersi conto che qui le posizioni di Gortina e di Festo non hanno nulla a che vedere con le precisissime indicazioni di Omero, mentre la straordinaria corrispondenza di questi passi dell’Odissea con la zona della foce dell’Oder, l’isola di Rügen, la scogliera di Göhren e lo scoglio di Buskam rappresentano una prova schiacciante della collocazione nordica della Creta di Omero e del mondo dei suoi poemi.

Ma ora lasciamo Creta per occuparci di un altro caso molto significativo. Si tratta di due città achee, Tarfe e Tronio, che il Catalogo delle Navi colloca nella regione dei Locresi, “che abitano di fronte alla sacra Eubea” [32]. Secondo la scansione del Catalogo, che parte dalla Svezia centrale, e seguendo il profilo del Baltico che scende verso sud, in questo tratto la costa svedese si affaccia sull’isola di Öland, la cui caratteristica forma allungata, parallela alla costa, la rende la perfetta corrispondente geografica dell’Eubea greca.

Notiamo subito che tra le città locresi citate da Omero vi sono Calliaro e Augea, i cui nomi ricordano da vicino le attuali Hallarum e Augerum, nell’entroterra svedese di fronte a Öland. Ma ancora più significativa è la corrispondenza tra altre due città dei Locri, “Tarfe (Tarphē) e Tronio (Thronion) sulle rive del Boagrio” [33] e le odierne Torpa e Tranås, situate vicine l’una all’altra sul lago Sommen, nella regione dello Småland che si affaccia su Öland, l’Eubea omerica.

Già questo, letto nel quadro generale già delineato, sarebbe sufficiente ad attestare l’originaria dimensione nordica di Tarfe e Tronio. Ma va anche notato che il lago Sommen è legato ad un’antica leggenda svedese, secondo cui esso fu creato da una mucca selvaggia, chiamata Urkon o Sommakoa, che in un impeto d’ira lo scavò con gli zoccoli, poi fuggì dalla grotta in cui un mago l’aveva rinchiusa [34] e uccise il re Frodhi [35]. Adesso essa riposa addormentata nella sua grotta su una pelle, anch’essa di mucca, di cui ogni Natale mangia un pelo: quando li avrà mangiati tutti uscirà dalla grotta e vi sarà la fine del mondo.

Questo sembra essere il ricordo di un mito molto antico. Ma potrebbe esservi un collegamento con il mondo di Omero? Esaminiamo il termine “Boagrios”, il nome del lago sulle cui rive, secondo il Catalogo, si trovavano Tarfe e Tronio e dunque corrisponde al lago Sommen: “bo” in greco è riconducibile a “boûs” (“mucca” o “bue”), mentre “agrios” significa “selvaggio”. Insomma, l’omerico “bo-agrios” sembra ricalcare par pari la “mucca selvaggia” che secondo la leggenda svedese scavò il lago Sommen!

Tutto ciò ci sembra rappresentare un’ulteriore importante conferma dell’originaria dimensione nordica dei due poemi.

Arcaiche asce di pietra

Ma nel rapporto tra il mondo di Omero e l’Europa settentrionale, le corrispondenze, come abbiamo visto in precedenza, di certo non si limitano alla geografia e ai nomi delle località. È ciò che verificheremo adesso, allorché identificheremo la vera natura, finora fraintesa, di un’arma letale che Omero chiama “khermadion” (termine che qui tradurremo con “chermadio” fin quando non riusciremo a identificarla). A nostro avviso, il significato del suo nome è stato finora fonte di un malinteso che, una volta chiarito, potrebbe rivelarsi un importante oggetto di studio anche per l’archeologia.

Il termine “khermadion” viene usualmente interpretato come “pietra, masso, ciottolo”. Però non si tratta di una pietra qualsiasi, che Omero indica con termini quali “petrē”, “laas”, “lithos”, bensì di un’arma letale, che infatti il poeta accomuna ad altri tipi di arma, come quando menziona “file di guerrieri con asta e spada e grandi chermadi” [37]. Ma vediamo alcuni esempi: mentre Epigeo cercava di impadronirsi del cadavere di Sarpedonte, che era stato appena ucciso da Patroclo, “Ettore lo colpì alla testa con un chermadio che gli spaccò in due il cranio all’interno dell’elmo” [38]; allo stesso modo, Diomede, che, attaccato da Enea, era in quel momento sprovvisto di lancia, afferrò un chermadio e “lo colpì all’anca, gli fratturò l’acetabolo e recise due tendini, la pietra scheggiata stracciò la pelle” [39] (questa “pietra scheggiata” sembra ovviamente riferibile all’estremità affilata dell’arma). Per inciso, qui osserviamo che il poeta dell’Iliade, a differenza di quello dell’Odissea, è molto accurato nel descrivere il corpo umano e ogni tipo di ferita: aveva certamente visto gli orrori dei campi di battaglia e abbiamo buone ragioni per credere che fosse un medico militare (pensiamo all’accuratezza con cui descrive i sintomi del malore che improvvisamente colse Patroclo durante una battaglia e consentì ai Troiani di ucciderlo).

Tornando ai chermadi e alle gravi ferite da essi procurate, troviamo descrizioni analoghe in diversi altri passi: “[Diore Amarincide] fu colpito al tallone da un chermadio (…) La crudele pietra frantumò i due tendini e le ossa” [40]. Infatti i chermadi spesso procuravano ferite da taglio: Patroclo colpì Stenelao “al collo con un chermadio e gli recise i tendini” [41]. Ma vi sono altri esempi del fatto che il chermadio non era semplicemente una pietra o un sasso, bensì una vera e propria arma, però non di bronzo, come ci conferma una frase dell’Iliade riferita ad Aiace Telamonio, che non poteva cedere a nessun uomo “vulnerabile con il bronzo o con i grandi chermadi” [42].

La chiave per comprendere di che arma si trattasse sta in un altro passo, dove Ettore “raccolse un chermadio e si diresse dritto verso Teucro, con l’intenzione di colpirlo; Teucro prese una freccia dalla faretra e la incoccò sulla corda dell’arco, ma mentre tendeva la corda Ettore lo colpì con la pietra affilata alla spalla, dove la clavicola divide il collo dal petto, e spezzò la corda” [43].

Insomma questa arma letale con la sua pietra tagliente, che poteva essere lanciata o usata nel corpo a corpo ed era perfino in grado di tranciare la corda di un arco, a nostro avviso è senz’altro identificabile con uno strumento diffuso in molte culture arcaiche: l’ascia di pietra. Ciò ben si adatta a tutti i passi in cui l’Iliade menziona i chermadi.

Troviamo i chermadi anche nelle mani dei Lestrigoni nell’Odissea, che li lanciavano contro i compagni di Ulisse “dall’alto delle rupi” [44]. C’è uno strano effetto western in questa scena che sembra quasi evocare i cattivissimi indiani di John Ford in agguato con i loro tomahawk sul bordo del canyon! Omero infatti descrive i Lestrigoni come primitivi e selvaggi, e l’ascia di pietra ben si adatta a questo cliché. Altri casi in cui Omero la menziona lo confermano: quando Achille, armato di spada, attaccò Enea, quest’ultimo “raccolse un chermadio” [45] per difendersi, avendo entrambi già scagliato la propria lancia. Qui Enea ha bisogno di un’arma e raccoglie un chermadio che qualcuno doveva aver perso sul campo di battaglia.

Inoltre i chermadi venivano anche usati come “puntelli delle navi” [46]. Ciò da un lato conferma l’identificazione tra asce e chermadi, e dall’altro li collega alle incisioni rupestri della Scandinavia, dove l’accoppiamento nave-ascia è molto frequente. Nell’Iliade troviamo un altro passo legato alle asce e alla navigazione: esse sono il premio in una gara di tiro con l’arco in cui il bersaglio è un piccione legato all’albero di una nave [47]. Questa relazione tra navi e asce potrebbe aver avuto un’origine molto concreta e pratica: in caso di emergenza, gli antichi marinai dovevano improvvisarsi taglialegna e carpentieri per riparare le loro navi o costruirsi una zattera, come fa Ulisse nell’isola Ogigia. D’altronde nel Medioevo le navi più grandi avevano un “mastro d’ascia” tra i membri dell’equipaggio. Insomma, fin dalla preistoria le asce per i marinai sono sempre state strumenti molto importanti (così come oggi lo sono per i vigili del fuoco).

A parte le incisioni rupestri, l’identificazione dei chermadi omerici con asce di pietra si attaglia perfettamente all’archeologia scandinava (nonché al tema del presente articolo) poiché esse si trovano molto spesso in siti funerari nordici risalenti all’epoca precedente all’arrivo degli Achei nel Mediterraneo. In effetti, nelle zone costiere del sud della Scandinavia e della Finlandia nel III millennio a.C. fiorì la “cultura dell’ascia da guerra”. Ma lasciamo che sulla questione si esprima un archeologo: “Sebbene questa sia un’opinione controversa, le asce sono generalmente considerate una creazione del Nord (…) Le prime asce erano di pietra; in seguito vennero realizzate lavorando il rame locale. Lì la tradizione continuò per diversi millenni, mentre non esisteva nel Vicino Oriente, dove le asce sono rare e la relativa tecnologia sembra essere assente” [48].

Ecco perché gli antichi Greci non riuscirono mai a capire cosa fosse un chermadio: l’ascia di pietra era estranea alla loro cultura! D’altra parte tutto ciò si adatta perfettamente all’arcaismo del mondo omerico, che, come stiamo verificando qui, era molto precedente a quello dei Micenei in Grecia. Oggi queste antiche asce di pietra sono conosciute semplicemente come pietre o, per essere precisi, “pietre del tuono”. I contadini danesi che le trovavano nei loro campi le chiamavano “pietre di Zebedeo” o con nomi simili [49].

Possiamo quindi presumere che, mentre i maggiorenti dei due eserciti schierati davanti a Troia usavano i carri e armi di bronzo, i soldati semplici – a cui il poeta dell’Iliade si riferisce come l’anonima folla che “non dirò, non chiamerò per nome” [50] – fossero armati alla leggera e combattessero a piedi con quelle arcaiche, ma anch’esse micidiali, asce di pietra (non di rado fatte imitando le ben più pregiate asce metalliche). Infatti nel mondo omerico le preziose armi di bronzo – la corazza di Diomede valeva “nove buoi” [50] – venivano trasmesse di padre in figlio. Ad esempio, le armi che Achille diede a Patroclo per il suo contrattacco notturno durante la battaglia durata due giorni gli erano state lasciate dal padre [52], mentre i guerrieri meno ricchi venivano sepolti con le loro umili asce di pietra, eredità di un’epoca precedente.

A questo punto non si può escludere che quell’ignoto popolo delle asce da guerra, secondo gli studiosi era probabilmente di origine indoeuropea, parlasse una lingua greca arcaica e che tra le sue gesta perdute nei millenni vi siano state anche quelle immortalate nei versi di Omero, leggendo i quali è possibile riesumare un passato molto più antico, e nel contempo più reale, di quanto non si sia finora creduto.

Lo strano uso dei carri da guerra nell’Iliade

È sempre sembrato strano che gli eroi omerici usassero i loro carri soltanto per spostarsi sul campo di battaglia, mentre li lasciavano da parte e combattevano a piedi durante i duelli. Il troiano Asio, ad esempio, combatteva “a piedi davanti ai suoi cavalli sbuffanti, che l’auriga gli teneva sempre alle spalle” [53]. Su tale questione uno studioso afferma: “Omero conosce il carro da guerra, tipico del guerriero miceneo, tuttavia non ne conosce l’uso, e gli eroi lo usano solo per spostarsi, ma combattono a piedi” [54]. Infatti “C’erano i famosi carri, impiegati come taxi non solo per trasportare gli eroi alla battaglia, ma anche per spostarli qua e là nella mischia (…) Il fatto del combattimento con i carri è sopravvissuto nella tradizione e nient’altro” [55].

In breve, sembrerebbe che Omero, sempre molto accurato allorché descrive i duelli a piedi dei suoi eroi, sapesse ben poco dell’uso dei carri da guerra. Ma le cose stanno davvero così? Esaminiamo come Giulio Cesare descrive il modo di combattere con i carri nell’antica Britannia (dove sbarcò nel 55 a.C.): “Il modo con cui combattono dai carri è questo: dapprima corrono da tutte le parti, scagliano giavellotti e con lo stesso terrore dei cavalli e lo strepito delle ruote creano scompiglio nelle file nemiche; ma poi, dopo essersi insinuati tra gli squadroni di cavalleria, scendono dai carri e combattono a piedi. Nel frattempo gli aurighi si allontanano un po’ dalla mischia e collocano i carri in modo tale da assicurare ai loro compagni una rapida via di fuga se dovessero essere attaccati da un gran numero di nemici. Così nelle battaglie hanno la mobilità dei cavalieri e la stabilità dei fanti” [56]. Non solo: poco dopo Cesare, che forse di strategie militari ne capiva qualcosa, si sofferma ad illustrare quanto questa tattica dei Britanni fosse efficace [57].

Su questo argomento abbiamo anche la testimonianza di Diodoro Siculo, contemporaneo di Cesare: “Si dice che la Britannia [l’isola] sia abitata da tribù indigene che mantengono il loro antico stile di vita. Usano i carri in battaglia, come gli antichi eroi greci nella guerra di Troia” [58]. Dunque il modo di combattere con i carri raccontato nell’Iliade non è affatto un’assurdità derivante da una presunta ignoranza del poeta, che invece si dimostra estremamente accurato e affidabile su tanti argomenti; invece rappresenta una straordinaria testimonianza delle modalità d’impiego dei carri da guerra durante l’età del bronzo nordica, che i Britanni mantennero fino all’epoca di Cesare (probabilmente a causa della loro insularità).

Ciò conferma che il mondo omerico è del tutto estraneo al tradizionale contesto mediterraneo dell’Iliade, dove, secondo uno studioso attuale, “nessuno ha mai combattuto come fanno gli eroi di Omero. Questi vengono portati in battaglia sul carro, da cui scendono per affrontare il nemico. Tutto ciò che sappiamo sul carro da combattimento nel Mediterraneo orientale protesta contro questa visione delle cose” [59]. In sintesi, l’incompatibilità tra l’Iliade e l’ambientazione mediterranea (di cui potremmo citare molti altri esempi) attesta la validità dell’ipotesi nordica, che offre una spiegazione immediata a tutte le apparenti assurdità riscontrate in più di duemila anni di studi e discussioni sui poemi omerici.

Tracce micenee nella Britannia preistorica

La convergenza nei combattimenti col carro che si riscontra tra gli antichi Britanni e gli eroi omerici, oltre ad averci fornito un’altra conferma dell’originaria dimensione nordica di questi ultimi, ci suggerisce ora l’opportunità – anche alla luce di quanto emerso sulla presenza degli Achei nell’Europa settentrionale – di soffermarci sulla questione delle notevoli tracce micenee rinvenute dagli archeologi nella cultura del Wessex, ossia la cultura preistorica dell’Inghilterra centrale e meridionale durante la prima età del bronzo. Esistono infatti prove archeologiche inconfutabili della presenza degli antenati dei Micenei in Britannia prima dell’inizio della civiltà micenea in Grecia. Un segno di ciò è il graffito di un pugnale miceneo inciso su un monolite [60] rinvenuto nel 1953 dagli archeologi nel complesso megalitico di Stonehenge, nell’Inghilterra meridionale. Altri resti nella stessa area rivelano questa presenza micenea: “Nella piana di Salisbury, la tomba di un capo conteneva uno scettro intarsiato, paragonabile solo (…) ad una delle prime tombe a pozzo di Micene” [61].

Non solo: le datazioni al radiocarbonio dimostrano che Stonehenge e la cultura del Wessex in Inghilterra risalgono all’inizio del II millennio a.C., quindi sono precedenti all’insediamento dei Micenei in Grecia (che ebbe luogo attorno al 1600 a.C.). Come afferma il Renfrew, “A Rillaton in Cornovaglia è stata portata alla luce una sepoltura con una bellissima coppetta d’oro, spesso paragonata ad esemplari micenei (…) La principale cultura del Bronzo Antico in Cecoslovacchia e Germania, quella di Únětice, presenta rimarchevoli punti di contatto con quella micenea (…) La calibrazione colloca queste date tra il 2400 e il 1900 a.C., e sembra probabile che la cultura di Ú\nětice sia iniziata ben prima del 2000 a.C. Queste date si inseriscono molto bene nel modello emergente della cronologia dell’Europa centrale (…) Suggeriscono, tuttavia, che anche la cultura del Wessex, che presenta molti legami con la tarda cultura di Únětice, sia molto più antica di quanto si pensasse” [62].

Questi contatti sono legati al fatto che la Cornovaglia è una delle pochissime regioni dell’Europa settentrionale che produce stagno, ossia il metallo utilizzato in lega col rame per produrre il bronzo, che nel mondo di Omero era essenziale per fabbricare le armi (è più duro del rame e non si ossida). È molto probabile, quindi, che la ricca produzione dell’Età del Bronzo nordica dipendesse in larga misura dallo sfruttamento delle miniere di stagno nell’Inghilterra sud-occidentale e dal commercio del bronzo attraverso il Mare del Nord tra le Isole Britanniche e l’area baltico-scandinava. Per inciso, è stato dimostrato che lo stagno del disco di Nebra proviene dalla Cornovaglia; si tratta di un disco in bronzo di 30 cm di diametro, intarsiato con simboli d’oro (molto simili a quelli raffigurati sullo strato centrale dello scudo di Achille [63] nell’Iliade), datato dagli archeologi a circa il 1800-1600 a.C. e attribuito alla cultura di Únětice (è stato ritrovato, insieme a due spade di bronzo identiche a quelle micenee, nella collina di Mittelberg vicino a Nebra, nella Germania settentrionale).

Ma nei poemi omerici esistono tracce di contatti tra gli Achei omerici e i Britanni di quel tempo? Leggiamo il passo dell’Odissea in cui Mente, il capo dei Tafi, arriva ad Itaca con la sua nave e dice a Telemaco: “Sto navigando sul cupo mare verso genti straniere, verso Temese per bronzo, e trasporto ferro” [64]. Ricordando quanto appena detto sullo stagno della Cornovaglia, non può non colpire la corrispondenza fra Temese e il nome del Tamigi, chiamato “Tamesis” in latino e “Tamis, Tamisa, Tamensim” dagli antichi cronisti inglesi [65], la cui sorgente non è lontana dalla Cornovaglia, mentre il suo estuario si affaccia sul Mare del Nord e sulla Scandinavia.

Ciò ci fa supporre che durante l’età del bronzo, là dove adesso si trova il porto di Londra (che già al tempo della romana Londinium era un centro commerciale molto importante), vi fosse il punto di scambio tra il bronzo prodotto con lo stagno della Cornovaglia e il ferro proveniente dalle miniere della Svezia. Questa rotta preistorica per lo scambio di metalli doveva passare per l’Itaca omerica che abbiamo individuato nell’arcipelago del Sud Fionia, situato non lontano dallo sbocco del Baltico verso il Mar del Nord (il che spiega il motivo della sosta di Mente a Lyø-Itaca). In realtà nel mondo omerico il ferro era utilizzato soprattutto per scopi agricoli [66], mentre le armi erano generalmente di bronzo. Pertanto rame e stagno, i componenti del bronzo, a quell’epoca erano due metalli strategici.

A questo punto, ricordando anche i viaggi di Ulisse, ci si può chiedere se in quell’epoca remota fossero possibili lunghi viaggi per mare. Ce ne dà la conferma il disco di Nebra: recenti analisi metallografiche hanno dimostrato che lo stagno [67] e parte dell’oro [68] con cui fu realizzato provengono dalla Cornovaglia.

A completare il quadro stanno i resti di un ponte in legno dell’età del bronzo, risalente al 1500 a.C., recentemente scoperto a Londra nei pressi del Vauxhall Bridge, sulla sponda sud del Tamigi: questo ci attesta la presenza di un importante insediamento almeno mille anni prima di quanto gli studiosi supponessero in precedenza.

Tutto ciò si inquadra perfettamente nelle tracce di tipo miceneo rinvenute in Inghilterra, precedenti all’inizio della civiltà micenea in Grecia, a cui accennavamo poco fa.

Conclusione

In questo articolo, dopo un’ampia panoramica introduttiva dei principali argomenti a sostegno dell’origine nordica dei poemi omerici, sono state esaminate diverse evidenze che confermano questa ipotesi. Abbiamo iniziato con la vicenda del naufragio di Menelao, di ritorno dalla guerra di Troia, sulla scogliera di Gortina, città omerica identificabile con il moderno villaggio tedesco di Göhren, dove i dettagli del suo travagliato viaggio dal Capo Malea al luogo del naufragio corrispondono in modo straordinario alla geografia del Baltico (fino al punto di ritrovare davanti alla spiaggia di Göhren lo scoglio menzionato da Omero).

Altrettanto significativa è la corrispondenza tra i nomi delle due città omeriche di Tarfe e Tronio “sulle rive del Boagrio” e i due contigui villaggi svedesi di Torpa e Tranås, affacciati sul lago Sommen, dove per di più una leggenda locale sull’origine di quest’ultimo corrisponde al significato in greco del nome del Boagrio.

Abbiamo poi verificato che il khermadion usato dai guerrieri dell’Iliade – considerato da Omero una vera e propria arma, in grado d’infliggere ferite anche mortali e persino di tranciare la corda di un arco, ma che finora è stato ritenuto nulla più di una pietra – era in realtà un’ascia di pietra, diffusa nell’Europa nordica preistorica ma assai poco conosciuta nell’area mediterranea, il che ha prodotto un millenario equivoco sul significato del suo nome. Ciò rafforza ulteriormente l’ipotesi che il mondo omerico abbia avuto origine nell’Europa settentrionale, dove prima dell’età del bronzo era fiorita la cultura dell’ascia da guerra, e che la guerra di Troia abbia preceduto la migrazione degli Achei nel Mediterraneo.

Non meno importanti sono le modalità dell’uso dei carri da guerra nel mondo omerico, che appaiono estranee a quelle dei popoli mediterranei, ma che invece corrispondono a quelle degli antichi Britanni tramandateci da Cesare. Ciò è confermato da numerose tracce archeologiche di tipo miceneo nella Britannia preistorica, precedenti all’inizio della civiltà micenea in Grecia. D’altro canto, un passo dell’Odissea sembra chiaramente alludere ad antichissimi contatti commerciali via mare con le isole britanniche.

In conclusione, mentre nella localizzazione mediterranea “Omero non appartiene al regno della storia” [69] e la guerra di Troia “è un evento senza tempo che fluttua in un mondo senza tempo” che “va eliminato dalla storia dell’età del bronzo greca” [70], dopo questo cambio di scenario gli eventi narrati nei due poemi, soprattutto l’Iliade, acquistano un’attendibilità che appariva impensabile nella localizzazione tradizionale, tale da poter loro restituire una reale dimensione sia geografica che storica.

Questa nuova chiave interpretativa dei poemi omerici dunque apre nuovi, affascinanti orizzonti sull’origine e la preistoria della civiltà occidentale, le cui origini possono essere retrodatate di almeno mille anni, gettando finalmente luce sui popoli nordici dell’età del bronzo e chiarendo molti aspetti della loro vita, cultura, religione e storia, rimaste pressoché del tutto sconosciute fino ad ora, data la totale assenza di una letteratura nordica risalente a quel periodo.

Sebbene al momento la nostra ricerca si fermi qui, rimane aperta a ulteriori indagini da parte di tutti gli studiosi interessati a questa teoria.

L’articolo originale in inglese è leggibile qui: https://lupinepublishers.com/anthropological-and-archaeological-sciences/pdf/JAAS.MS.ID.000335.pdf


Note

  1. Vinci F (2017) The Nordic origins of the Iliad and Odyssey: An up-to-date survey of the theory. Athens Journal of Mediterranean Studies 32: 163-186. Vedi anche: Vinci F (2021) I Segreti di Omero nel Baltico, ed. LEG, Gorizia (questa è l’ultima edizione italiana aggiornata di Omero nel Baltico, che contiene tutti gli aggiornamenti oggetto del presente articolo).
  2. Od. 9.24.
  3. Chadwick J (1959) Lineare B, Torino, p. 242.
  4. Od. 16, 247-251.
  5. Finley M (1979) The World of Odysseus, 2nd Edition. Londra, p. 43.
  6. Hertel D (2003) Troia, Bologna, p. 55.
  7. Traill D (1995) Schliemann of Troy, New York, p. 190.
  8. Hom. Il. 5.774.
  9. Om. 2. 7.86.
  10. Saxo Gramm., Gest. Dan. IX, IV: 20.
  11. Il. 7.86.
  12. Giannelli G (1983) Trattato di storia greca, Bologna, p. 52.
  13. Randsborg K (1993) Kivik Archaeology and Iconography, in Acta archaeologica vol. 64, no. 1: 114.
  14. Kristiansen K and Suchowska-Ducke P (2015) Connected Histories: the Dynamics of Bronze Age Interaction and Trade 1500-1100 BC, Proceedings of the Prehistoric Society, Cambridge University Press, 81:371.
  15. Russell B (1991) Storia della filosofia occidentale, Milano, p. 29.
  16. Vinci F (2017) The Nordic origins of the Iliad and Odyssey: An up-to-date survey of the theory. Athens Journal of Mediterranean Studies 32: 163-186; Vinci F (2021) I segreti di Omero nel Baltico, Gorizia.
  17. Od. 19.174.
  18. Vidal-Naquet P (1991) Introduzione all’Iliade, in Iliade, Torino 1991, p. 20.
  19. Od. 3.287; 4.514.
  20. http://file.scirp.org/pdf/IJAA20120100003_54189277.pdf
  21. https://www.ystad.se/turism/se-och-gora/sevardheter-och-besoksmal/sandhammaren/
  22. https://www.skaneleden.se/en/etapp/3-loderups-strandbad-borrby-strandbad
  23. Od. 4.514-515.
  24. Od. 3.286-292.
  25. https://en.wikipedia.org/wiki/Cedynia
  26. Od. 3.293-298.
  27. Il. 2.646.
  28. https://en.wikipedia.org/wiki/Buskam
  29. https://en.wikipedia.org/wiki/G%C3%B6hren,_R%C3%BCgen
  30. Od. 3.295-296.
  31. https://en.wikipedia.org/wiki/R%C3%BCgen
  32. Il. 2.535.
  33. Il. 2.533.
  34. https://www.hembygd.se/norra-vi-hembygdsf-rening/plats/226296/text/37519
  35. https://en.wikipedia.org/wiki/Sommen
  36. Il. 2.531-532.
  37. Il. 11.264-265.
  38. Il. 16.577-579.
  39. Il. 5.308.
  40. Il. 4.517, 521-522.
  41. Il. 16.587.
  42. Il. 13.323.
  43. Il. 8.321-328.
  44. Od. 10.121.
  45. Il. 20.285.
  46. Il. 14.410.
  47. Il. 23.852.
  48. Maréchal J F (2012) Metallurgy at Homer’s time and its possible Northern origin, in Tripodi G (ed.) 2012 Iliad and Odyssey in Northern Europe, Proceedings of the 2nd International Conference, Toija, Finland, July 23-24, 2011, Messina, p. 198.
  49. de Santillana G, von Dechend H (2003) Il mulino di Amleto, Milano, p. 274.
  50. Il. 2.488.
  51. Il. 6.236.
  52. Il. 17.196-197.
  53. Il. 13.385-386.
  54. Montanari F (1992) Introduzione a Omero, Firenze, pp. 73-74.
  55. Finley M (1979) The World of Odysseus, 2nd Edition. Londra, p. 148.
  56. Ces. De Bello Gallico 4.33.
  57. Ces. De Bello Gallico 5.16.
  58. Diod. Sic., Bibl. St. 5, 21.
  59. Vidal-Naquet P (2013) Postface à l’Iliade, in Iliade, Parigi, p. 573.
  60. Bibby G (1960) Le navi dei Vichinghi, Turin 1960, p. 334.
  61. Burn A R (1990) The Penguin History of Greece, Londra, p. 37.
  62. Renfrew C (1990) Before Civilization. The Radiocarbon Revolution and Prehistoric Europe, Londra, p. 111.
  63. Il. 18.483-486.
  64. Od. 1.183-184.
  65. The New Encyclopedia Britannica, voce “Thames River”.
  66. Il. 23.834-835.
  67. Haustein M (2010) Tin isotopy: a new method for solving old questions, in Archaeometry 52 (5): 816-832.

68. Ehser A, Borg G, Pernicka E (2011) Provenance of the gold of the Early Bronze Age Nebra Sky Disk, central Germany, in European Journal of Mineralogy 23 (6): 895-910.

  1. Vidal-Naquet P (2013) Postface à l’Iliade, in Iliade, Parigi, p. 566.
  2. Finley M (1979) The World of Odysseus, 2nd Edition. Londra, p. 177.

 

Condividi con