Un’analisi di Foreign Affairs spiega perché, nonostante le difficoltà militari, economiche e politiche, il Cremlino continua a credere di poter logorare l’Ucraina e prolungare la guerra

In Ucraina la Russia avanza sempre meno, perde più uomini di quanti riesca a reclutarne, vede peggiorare i conti pubblici e subisce attacchi sempre più profondi sul proprio territorio. Eppure Vladimir Putin non sembra avere alcuna intenzione di fermarsi. È questo il punto centrale dell’analisi pubblicata da Foreign Affairs e firmata da Alexander Gabuev, Alexandra Prokopenko e Tatiana Stanovaya: una Russia più debole non è necessariamente una Russia più disponibile a negoziare. Anzi, proprio mentre molte delle strategie del Cremlino sembrano fallire, Putin continua a ritenere che il tempo possa ancora lavorare a suo favore.

Solo venti mesi fa, la sua fiducia appariva meno irrazionale. Donald Trump criticava Kyiv, Mosca continuava lentamente ad avanzare e il Cremlino poteva immaginare almeno tre strade verso la vittoria: convincere Washington a imporre all’Ucraina un accordo favorevole alla Russia; attendere il ritiro del sostegno americano; oppure vincere direttamente sul campo. Nessuna delle tre ipotesi si è però realizzata come Putin sperava.

Gli Stati Uniti hanno ridotto parte degli aiuti, ma continuano a fornire intelligence a Kyiv e a mantenere le sanzioni contro Mosca. L’Europa, nel frattempo, ha coperto parte del vuoto lasciato da Washington, sostenendo finanziariamente l’Ucraina e rafforzandone la capacità industriale e militare. Secondo gli autori, Kyiv si trova oggi in una posizione migliore rispetto a un anno fa.

Anche sul campo la macchina militare russa mostra segni di affanno. Nel 2025 Mosca aveva conquistato oltre 4.000 chilometri quadrati di territorio ucraino. Nella prima metà del 2026 l’avanzata si sarebbe ridotta a circa 650. Le nuove fortificazioni ucraine e l’uso massiccio dei droni hanno trasformato vaste zone del fronte in una “kill zone”, nella quale i soldati russi vengono individuati e colpiti quasi immediatamente.

Il dato forse più significativo riguarda le perdite: circa 30.000 morti o feriti gravi al mese contro 27.000 nuovi arruolamenti. Un equilibrio che, se prolungato, mette in discussione la capacità russa di sostenere offensive su larga scala.

La guerra, intanto, è entrata sempre più profondamente nella vita quotidiana dei russi. I droni ucraini hanno colpito raffinerie, porti, depositi e infrastrutture logistiche, arrivando a mettere temporaneamente fuori uso, secondo Foreign Affairs, circa un terzo della capacità di raffinazione petrolifera del Paese. Le conseguenze sono state visibili: carenza di carburante, razionamenti, code ai distributori.

Anche l’economia comincia a presentare il conto. La crescita prevista per il 2026 è appena dello 0,4 per cento, mentre il deficit nei primi sei mesi dell’anno avrebbe già superato le previsioni fissate per l’intero 2026. Il Cremlino può ancora finanziare la guerra, ma sempre più spesso scaricandone i costi su imprese, regioni e famiglie.

Ed è qui che l’analisi di Foreign Affairs diventa più inquietante. Perché tutte queste difficoltà non bastano, almeno per ora, a costringere Putin a trattare.

«Putin non è pronto a uscire dalla fossa in cui si trova», scrivono gli autori. «Anzi, sembra voler continuare a scavare».

Il presidente russo ritiene ancora di possedere strumenti sufficienti per aumentare la pressione: più missili balistici, più bombe plananti, nuovi arruolamenti, attacchi contro le infrastrutture energetiche ucraine e una possibile intensificazione delle operazioni ibride contro l’Europa.

Il suo calcolo è brutale ma semplice: infliggere all’Ucraina abbastanza distruzione da logorarne la società, provocare nuove ondate di profughi verso l’Europa e alimentare nei Paesi occidentali le forze politiche ostili al sostegno a Kyiv.

Nell’establishment russo, intanto, cominciano a emergere voci favorevoli a un congelamento del conflitto. Ma Putin non sembra ascoltarle.

La conclusione di Foreign Affairs è netta: la Russia è più fragile, ma non è ancora abbastanza fragile da dover rinunciare alla guerra. E Putin, finché penserà di poter spezzare la volontà dell’Ucraina prima che cedano le risorse del proprio Paese, continuerà a combattere.

Per Kyiv e per l’Europa, dunque, la prospettiva non è quella di una pace imminente. È quella di una guerra ancora lunga.

A cura di Sebastiano Catte, com.unica, 16 agosto 2026

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