Franco Baresi, la leggerezza di un capitano
Addio alla leggenda del Milan e della Nazionale, scomparso oggi all’età di 66 anni. Con un ricordo tratto da un libro dedicato a Nils Liedholm, l’allenatore che fece esordire Baresi all’età di 17 anni
C’è un’immagine che racconta Franco Baresi meglio di qualunque trofeo alzato al cielo: un uomo minuto, schivo, che attraversa lo spogliatoio con il passo di chi sta per prendere il tram, e poi, varcata la soglia del campo, si trasforma in un condottiero capace di ordinare il caos di undici uomini con un solo gesto del braccio. La fascia pesava su di lui come un dovere accettato in silenzio, mai come un trofeo da esibire. Quel contrasto, tra l’uomo della strada e l’idolo di folle immense, è la cifra più autentica della sua leggenda, una forma particolare di leggerezza, quella che alleggerisce il peso delle cose senza toglier loro sostanza. Milano, quella di sponda rossonera, lo scelse capitano, e lui scelse il Milan per sempre: un’unica maglia indossata per una vita intera, in un calcio che oggi cambia casacca con la disinvoltura con cui cambia stagione.
Quella leggerezza, fatta di sostanza più che di apparenza, ebbe il suo istante più alto – e insieme il più struggente – a Pasadena, nella finale mondiale del 1994 persa ai rigori. Reduce da un infortunio al menisco che avrebbe fermato chiunque altro, Franco Baresi tornò in campo a tempo di record per giocarsi la partita più importante della sua vita contro il Brasile, e offrì una prestazione sontuosa, di quelle che restano nella memoria anche quando la squadra perde. Ai rigori, con i crampi già nelle gambe, si presentò per primo sul dischetto. Il tiro finì alto, verso le stelle. Anche in quell’errore si misura la statura di un capitano vero: la responsabilità assunta, mai scaricata su altri, resta l’insegnamento più grande, forse il più prezioso di un’intera carriera.
Un gesto simile, compiuto senza un attimo di esitazione nel momento di massima pressione, non nasce all’improvviso: affonda altrove, in una fiducia ricevuta molto prima. Radici così salde non nascono per caso. Furono piantate a Milanello, quando un allenatore svedese di nome Nils Liedholm intravide (così come fece altrettanto qualche anno dopo con Paolo Maldini) nel ragazzo di Travagliato, non ancora diciottenne, la stoffa di un libero moderno, e non ebbe alcuna esitazione nello schierarlo titolare, contro ogni prudenza. Da quell’intuizione nacque tutto il resto: la carriera, la leggenda, l’uomo capace di sbagliare un rigore mondiale e restare, comunque, un modello assoluto. Ed è a quella storia che vale la pena tornare: nelle pagine che seguono, un breve estratto dal libro «Nils Liedholm e la memoria lieve del calcio» racconta il giorno in cui, a Verona, Baresi cominciò a diventare Baresi. Proprio alla figura del “barone” svedese è legata una delle ultime apparizioni pubbliche del fuoriclasse milanista, quando fu insignito nel 2023 del Premio “Nils Liedholm Campione sul campo, Signore nella vita”. Con questa motivazione: “A Franco Baresi, Campione e Capitano, sul campo e sulle strade della vita, che nel corso della sua lunga carriera si è contraddistinto non solo come leader di tutte le difese che ha guidato, ma anche per la capacità di onorare con tenacia, fedeltà e grande attaccamento la maglia che ha indossato, diventando un esempio autentico di stile e lealtà.” (nella foto in alto il momento della premiazione dalle mani del figlio di Nils Liedholm, Carlo).
[…] Dopo un lungo periodo di anonimato e di gestioni a dir poco mediocri, sembrava che finalmente il vento avesse cambiato direzione. A Milanello Nils Liedholm ritroverà due vecchie conoscenze del suo passato milanista, Nereo Rocco e Gianni Rivera. Rocco aveva già abbandonato la panchina e svolgeva l’attività di direttore sportivo, mentre Rivera era ormai agli sgoccioli della sua magnifica carriera. Quando arriva si accorge subito che lo attende un enorme lavoro e non vi sono le condizioni per parlare ancora di scudetto. Dopo un’annata disastrosa il quarto posto finale sarà un risultato più che onorevole. Proprio in quella stagione fa esordire un ragazzino non ancora diciottenne proveniente da Travagliato, un paese di 14mila abitanti in provincia di Brescia: Franco Baresi. […]
Un giovanissimo Franco Baresi con Nils Liedholm
Il giorno dell’esordio a Verona, il 23 aprile 1978, il vecchio Nereo Rocco quasi non credeva ai propri occhi quando vide quel ragazzino che si scaldava con la maglia da titolare, e per giunta nel ruolo di libero. “Il libero dev’essere un giocatore di esperienza, non è ammissibile che in quel ruolo giochi un ragazzino che non ha ancora compiuto 18 anni” – confidò un giorno il vecchio Paron a un suo amico giornalista, in chiara polemica con Liedholm. Rocco in quell’occasione aveva manifestato apertamente un chiaro dissenso nei confronti del tecnico svedese, che spesso diventava il bersaglio delle sue proverbiali battute. Qualche volta faceva trasparire nei suoi confronti un pizzico di gelosia: “Quel mona del Barone può dire quello che vuole e tutti gli credono” – affermò un giorno sconsolato nel constatare che gran parte dei giocatori avevano cominciato a seguire con maggiore convinzione i consigli di Liedholm piuttosto che i suoi. Malgrado il loro rapporto fosse sempre improntato a grande stima reciproca, Rocco fece capire di non condividere del tutto gli schemi di gioco di Liedholm, a suo parere caratterizzati da una troppo accentuata vocazione offensiva.
Ma non si poteva parlare di mossa azzardata nel caso di Baresi, altroché. Liedholm aveva visto giusto. Il suo fine intuito nello scoprire i giovani talenti non lo aveva tradito neppure questa volta. All’inizio sembrava volesse assecondare la prudenza di Rocco e nel ruolo di libero schierava spesso il più esperto Bigon. Ma ben presto la classe di quel giovane bresciano cominciò ad essere lampante, tanto che qualcuno cominciò con sempre più insistenza ad accostarlo al grande Beckenbauer. A questo punto anche i più scettici si dovettero piegare di fronte all’evidenza e alle prove sempre più convincenti del ragazzo di Travagliato.
“Quando lo vidi per la prima volta – ricorda Liedholm – avevo già provato a immaginarlo come un possibile libero alla Beckenbauer. Baresi in effetti ricordava molto il difensore tedesco per la visione del gioco e l’eleganza del palleggio. Non c’era bisogno di lavorare tanto per migliorarlo. Anche se non aveva alcuna paura nei contrasti era ancora un po’ fragile fisicamente e così ho dovuto predisporre per lui degli esercizi specifici per irrobustirlo. Ho cercato poi di spronarlo affinché giocasse in maniera più lineare e si liberasse di certi virtuosismi inutili. La diffidenza nei suoi confronti era forse legata al fatto che fuori dal campo appariva molto timido. Quando però entrava sul rettangolo di gioco si trasformava e si faceva sentire, anche con i compagni molto più grandi ed esperti di lui. Ha manifestato sin da allora una grande personalità, anche perché non è da tutti assumersi certe responsabilità in così giovane età”.
Con i suoi tackle perentori e le sue irresistibili sortite in avanti da navigato trascinatore, nella stagione successiva Franco Baresi fu uno dei protagonisti della conquista del decimo scudetto rossonero, quello della tanto sospirata stella. Nel ritiro precampionato la maggior parte dei commentatori sportivi diede poco credito a quella strana squadra, allestita secondo criteri – almeno in apparenza – poco razionali. Certo, poteva contare su una difesa quasi impenetrabile, imperniata proprio su Franco Baresi, affiancato da due ottimi marcatori come Bet e Collovati. Aveva però troppi doppioni a centrocampo, alcuni di questi ormai sul viale del tramonto come Fabio Capello e lo stesso Gianni Rivera. Come si poteva pensare a un Milan vincente se costretto ad avvalersi del non irresistibile Chiodi come unica punta? Quell’anno Liedholm probabilmente si ricordò degli insegnamenti del suo vecchio maestro Putte Kock, il tecnico ungherese che gli ripeteva sempre di non farsi mai condizionare dai dogmi tattici. E così fece di necessità virtù, schierando un solo attaccante di ruolo e tre mezze punte: Antonelli, Bigon e Novellino. Rivera era spesso acciaccato e poté giocare solo tredici partite, ma fu comunque decisivo, alla non più verde età di 36 anni con i suoi assist perfetti a favore dei compagni. La forza di quel Milan risiedeva proprio nella grande concentrazione di piedi buoni che favorivano di volta in volta l’inserimento dalle retrovie di centrocampisti e difensori. […]
Sebastiano Catte, com.unica 31 luglio 2026

