Nel documento dedicato all’IA, il Papa chiede perdono per la schiavitù degli africani: un passaggio poco notato, come riporta “America Magazine”

“Magnifica Humanitas”, l’enciclica firmata da Papa Leone XIV lo scorso 15 maggio, nel giorno del 135° anniversario della “Rerum Novarum” di Leone XIII, è stata presentata, ed è stata letta in tutto il mondo, come la riflessione della Chiesa cattolica sull’intelligenza artificiale e sulle sue implicazioni etiche. Ma in mezzo alle pagine dedicate agli algoritmi e al futuro del lavoro, il primo papa americano della storia inserisce una svolta – contenuta nel paragrafo 176 – che con la tecnologia non ha nulla a che fare: la richiesta ufficiale di perdono per il sostegno che la Chiesa cattolica diede, per secoli, alla schiavitù del popolo africano.

A spiegarlo, e a segnalarne il rischio di passare inosservato, è America Magazine, la storica rivista dei gesuiti statunitensi, in un articolo firmato dal vescovo Edward K. Braxton e pubblicato il 10 agosto. “Coloro che si limitano a scorrere velocemente i documenti papali potrebbero non notare questo paragrafo, ignari della sua importanza storica”, scrive Braxton, sottolineando come le scuse arrivino “nel mezzo di riflessioni tempestive ed estese sull’intelligenza artificiale e sul suo potenziale per il bene dell’umanità”.

Le parole di Leone XIV, riportate nell’articolo, non lasciano spazio a fraintendimenti: “Nello sviluppo della sua dottrina, la Chiesa è giunta gradualmente a una più profonda consapevolezza della gravità di queste questioni. È vero che gli eventi del passato non possono essere giudicati in modo anacronistico […]. Tuttavia, non possiamo neppure negare o minimizzare il ritardo con cui sia la società sia la Chiesa sono giunte a denunciare la piaga della schiavitù”. E ancora, nella conclusione del paragrafo: “Questo costituisce una ferita nella memoria cristiana, dalla quale non possiamo considerarci estranei […]. Per questo, a nome della Chiesa, chiedo sinceramente perdono”.

Non si tratta di una pura formula di circostanza. America Magazine ricostruisce un secolo e mezzo di complicità istituzionale: dall’arcivescovo John Carroll, primo vescovo di Baltimora e proprietario di schiavi, ai gesuiti del Maryland che nel 1838 vendettero 272 persone schiavizzate per finanziare la Georgetown University, fino al giudice cattolico Roger B. Taney, autore nel 1857 della sentenza Dred Scott, che negò agli africani in America ogni diritto di cittadinanza. Per tutto questo tempo, ricorda l’articolo, “il Vaticano non condannò la pratica”, e bisognerà attendere il 1888, con l’enciclica “In Plurimis” di Leone XIII, per una prima condanna formale della schiavitù.

Il reportage di Braxton non si limita alla cronaca storica: si interroga apertamente sul perché una dichiarazione di simile portata sia stata collocata in un documento dedicato ad altro. “Perché questo paragrafo cruciale parla di ‘schiavitù’ come se esistesse nel vuoto, senza alcun riferimento all’Africa o agli afroamericani?”, chiede l’autore, che immagina anche una storia alternativa: se già Leone XIII, alla fine dell’Ottocento, avesse condannato con la stessa fermezza oggi riservata ad altri temi morali, forse – scrive – “la maggioranza dei cattolici si sarebbe opposta con forza alle leggi Jim Crow” e ai decenni di segregazione che seguirono.

A dare ulteriore peso alla vicenda è un elemento personale, emerso solo poche settimane fa. Il 29 luglio, dopo un concerto per la pace a Castel Gandolfo, lo stesso Leone XIV ha parlato per la prima volta pubblicamente delle proprie origini, rispondendo a una domanda del giornalista di NBC News Tom Llamas: “Provengo da una famiglia di immigrati. Da parte di madre, abbiamo persone che sono state sia schiave sia proprietarie di schiavi”. Le ricerche del genealogista Jari Honora e dello storico di Harvard Henry Louis Gates Jr. avevano già rivelato che i nonni materni del papa erano registrati come neri nei documenti del Seventh Ward di New Orleans, tra le più antiche comunità cattoliche creole degli Stati Uniti.

Un dettaglio che, osserva America Magazine, trasforma le scuse contenute nel paragrafo 176 da atto dottrinale a gesto profondamente personale. E che apre un ultimo interrogativo, forse il più scomodo: se quelle parole avrebbero potuto avere un impatto diverso pubblicate come documento autonomo, o inserite nella lettera che lo stesso Leone XIV ha indirizzato al popolo americano lo scorso 4 luglio, per i 250 anni dalla fondazione degli Stati Uniti – proprio mentre, negli Stati Uniti, cresce chi vorrebbe ridimensionare la memoria di quella storia.

Sebastiano Catte, com.unica 13 agosto 2026

*Link all’articolo di America Magazine

**Immagine in alto realizzata con l’IA

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