Promosso da Anna Sciacca e dal consigliere comunale, Carmelo Mobilia il 28 agosto c’è stato un evento in Montalbano Elicona (provincia di Messina) quasi a chiusura delle molte interessanti iniziative estive di cultura, musica, rievocazioni folkloristiche medioevaleggianti, palii, tornei nel suggestivo predominare del Castello svevo-aragonese. L’evento riguarda la presentazione dell’opera della poetessa Giulia Perroni, originaria di Milazzo, ormai radicata a Roma, dove svolge anche attività di organizzatrice al “Circolo culturale Aleph” in Trastevere, con il marito Luigi Celi, anche lui autore di molti libri.

La Perroni ha una più che trentennale esperienza di organizzatrice, ha gestito per la letteratura il “teatro al Borgo”, il “teatro Cavalieri”, il “caffè Notegen” nella Capitale ed è autrice di undici libri di poesie per i quali ha vinto numerosi premi, il Montale, il San Domenichino, il Contini Bonaccossi, l’R. Nobili in Campidoglio, il Premio Cordici ed altri. Perroni ha presentato i suoi testi in luoghi prestigiosi, a Roma in Campidoglio, alla Casa delle Letterature e in diverse biblioteche pubbliche, invitata come autrice al “Festival internazionale della letteratura di Mantova” nel 2012, è stata tradotta in Francia, in Giappone ed è presente in numerosissime antologie; alcuni suoi testi sono stati musicati da Paola Pistono e portati in tournée in Canada; di recente suoi versi sono stati declamati al “Festival delle tredicesime primavere delle due Afriche e di altri luoghi”, promosso dalla Società francese dei poeti, a Parigi.

L’evento montalbanese ha visto come relatori il giornalista Fabio Bagnasco, la scrittrice Giovanna Napolitano, il prof. Giuseppe Pisciuneri, il prof. Nino Rottino, che si sono soffermati in prevalenza su “La tribù dell’eclisse”, ultimo poema in versi dell’Autrice. Giovanna Napolitano ha sottolineato oltre l’importanza della poesia, l’impegno etico e culturale della Perroni, il ruolo che i gestori del circolo trasteverino ricoprono nel panorama culturale romano e non solo. Per ciò che attiene la poesia della Perroni, i relatori hanno sostenuto le caratteristiche innovative del linguaggio, capace di far coesistere le strutture del frammento – quelle della lirica – e quelle unitarie poematico-narrative in modo del tutto originale, creando degli snodi, delle ricorrenze tematiche all’interno di un flusso ininterrotto di coscienza che pure esclude la logica argomentativa, e va per iconismi in rapida, filmica successione, metafore e ossimori, offrendo un pensiero variegato per rimandi culturali, storici, filosofici che si intrecciano a suggestioni di oltranza, tali da poter meritare al poema la qualifica di opera metafisica. In realtà la Perroni ci offre in un recupero memoriale la propria infanzia, vissuta come in un hortus conclusus, in un “giardino”, quale rispecchiamento aurorale di natura e storia, ma anche incoativa, potenziale declinazione di ogni contrasto esistenziale.

La Perroni ha una capacità tutta personale di ripercorrere in versi la storia d’Italia, d’Europa e del suo Sud, di far entrare in scena di teatro , con sincronicità e circolarità, personaggi e fatti anche lontani tra loro, mordere problemi di attualità, inveterati pregiudizi e codificazioni storiche. Il suo linguaggio a volte icastico e tagliente, sfuma spesso in un piano ritmico dolcissimo che porta in sé la forza maieutica di far porre le eterne domande sull’ “Essere e sul Nulla”, sul “chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo”, pur in questo nostro mondo dell’“eclisse”, imbolsito dalla corsa edonistica al facile divertimento e al guadagno sfrenato. La struttura poematica delle ultime opere dell’Autrice non riproduce la frammentarietà del moderno ma la presenta in oggetto, quale frattura determinata dal vertiginoso processo di trasformazione tecnica, economica e politica che investe l’Occidente e il suo spengleriano tramonto; un’eclisse, una Babele, che oscura i valori e le condizioni stesse del linguaggio e delle relazioni. Tuttavia la frammentarietà percussiva della scrittura della Perroni – che fa pensare ad un’opera sperimentale, volta principalmente alla decostruzione della lingua – tiene piuttosto coerentemente un filo d’Arianna nel labirinto dei versi, in primis il giardino archetipico, giardino dell’Eden da cui il cuore fanciullo del poeta non è mai uscito, nonostante la cacciata di Adamo che dà origine al tragico della storia. Nel corso dell’incontro si è fatto riferimento al nazismo come emblema del male e del Mysterium iniquitatis e per contrasto al sentimento inconcusso di una appartenenza alla Natura, unito al desiderio incontaminato di Bellezza, aspirazione escatologica che salva interiormente, in speranza “contra spem”, la “tribù” umana, e cioè noi stessi, da quella “eclisse” che ci riporta al titolo dickinsoniano del poema.

Certo la qualità poetica del libro va oltre la sua pur complessa affabulazione, “il contenuto si invera in una forma”, nella vertiginosa gestione di ritmi e strutture, ipermetri, endecasillabi, settenari, rime interne, nei sorprendenti accostamenti terminologici, nell’alternanza di armonie e dissonanze, nel bilico magistralmente gestito di senso non-senso, di pieni e vuoti, pause e note, che spingono il lettore a farsi partecipe del canto, a rispecchiarsi nella impermanenza delle forme. Un recitativo che sa di nuvole tempestose e serene che la poetessa evoca e muove con la sua presenza scenica nella quale è come si trasformasse, rendendo solare e musicale il misterioso frusciare del suo giardino di versi.

(Giovanna Napolitano/com.unica 30 gosto 2016)

 
 

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