La recensione di Elena Loewenthal a racconto un inedito di Isaac B.Singer (da La Stampa)

«Wieder zu sehen, Reb Singer»:così l’avevo salutato in yiddish dalle pagine di un giornale, in quel fine luglio del 1991 in cui se n’era andato. Ma non era un puro esercizio retorico, quell’«arrivederci» nonostante lui se ne fosse andato per davvero, in quel modo e quel luogo da cui non si torna mai. Era anche la recondita per quanto assurda speranza di non averlo letto tutto, di ritrovarsi un giorno per le mani, la testa e il cuore un’altra delle sue storie, delle sue magie. E siccome Israel Bashevis Singer non è stato solo uno scrittore strabiliante ma anche un po’ un mago – anzi un folletto saggio, buono e caustico, lucido e sognante -, è andata proprio così.

Isaac Bashevis Singer è tornato con Yarme e Keyla, un romanzo meraviglioso che Adelphi pubblica in italiano nella brillante traduzione dall’inglese di Marina Morpurgo e che inaugura un progetto editoriale per il quale noi lettori italiani gli saremo eternamente grati. Anima di questo progetto, così come della (ri)scoperta del fratello maggiore di Isaac Bashevis Singer, quell’Israel Singer che con La Famiglia Karnowski ha venduto più di centomila copie, è Elisabetta Zevi – che firma la nota al testo di Yarme e Keyla. Perché per pubblicare questo libro ci sono voluti un lungo scavo negli archivi singeriani e una non meno complessa trattativa con i suoi custodi, siano essi gli eredi dello scrittore che nel 1978 ricevette il Premio Nobel o il curatore letterario dell’Estate, David Stromberg. Il romanzo apparve infatti a puntate con cadenza bisettimanale tra il 9 dicembre 1976 e il 7 ottobre 1977 sul «Forvert», storico quotidiano yiddish di New York. Allora s’intitolava Yarmy un Keyle. Nell’archivio di Singer, custodito presso lo Harry Ransom Humanities Center dell’Università del Texas, si trovano il manoscritto in yiddish, il testo pubblicato sul Forvert e la traduzione inglese che con tutta probabilità risale al 1978 ed è di mano del nipote Joseph, figlio di Israel Joshua Singer. Isaac Bashevis Singer definiva «il mio secondo originale», le traduzioni in inglese dei sui libri, ma questa era soltanto una prima stesura, che ha richiesto un lungo e paziente lavoro di ricostruzione testuale sorretta dalle note autografe dell’autore che costellano la bozza di traduzione non meno degli spazi bianchi lasciati in sospeso. Ma la traduzione, ovvero il «secondo originale», inglese non è mai stata pubblicata, e solo nel 2011 è uscita la versione in ebraico, cui segue oggi questa in italiano. Così, tutto lascia intendere che l’operazione editoriale di cui questo romanzo è il primo passo, intesa a ricuperare i tantissimi inediti di Singer e riproporre tutta la sua opera, sarà un grande regalo di Adelphi al pubblico del nostro Paese.

Già, la vicenda stessa di questo libro è avvincente come un romanzo. Ma poi si entra nella storia: «Aveva nevicato per due giorni, poi era arrivato il gelo. La brina ripulì la strada, coprì gli scarichi di fogna e i mucchi di letame, avvolse i balconi di morbide trapunte, imbiancò i tetti ossidati, spianò le buche sulla strada e sui marciapiedi. Le finestre dell’appartamento di reb Menachem Mendel erano ornate di alberi di ghiaccio». Siamo a Varsavia in un tempo indefinibile e forse fermo come lo è stato nella Varsavia ebraica sino a che tutto non è cambiato. Yarme e Keyla («Keyla la Rossa») sono due poco di buono. Lui vive di espedienti, lei di quel che il suo corpo ha da offrire. Sono due dei tanti dannati del ghetto, popolato non soltanto da pie donne e rabbini curvi sui libri ma anche da avanzi di galera, come Yarme, e prostitute per passione, come Keyla. Sono due creature un poco primitive, Yarme è in grado di leggere il giornale in yiddish e vanta su Keyla questa superiorità culturale. Lei in compenso conosce la vita decisamente di più di lui. A modo loro si vogliono molto bene: «Marito e moglie amavano conversare, non solo andare a letto insieme. Nel loro appartamento al numero 8 di via Krochmalna rimanevano svegli a chiacchierare sino a notte fonda. Keyla aveva milioni di storie da raccontare, e per ognuna delle sue storie, Yarme ne aveva dieci di più». E si amano sì, con una passione che stupisce anche loro: Yarme è addirittura, ogni tanto, geloso di Keyla. Tutti e due vivono con quella pienezza che è privilegio della giovane età, eppure, come capita sempre nei personaggi di Singer, c’è un lato oscuro, la faccia nascosta della luna che a tratti fa capolino e getta un’ombra strana sul cuore: «Yarmele, non sarebbe meglio morire? -Da dove ti viene questa idea? – Ho sempre desiderato morire per qualcuno. – Per morire c’è sempre tempo. – Voglio morire giovane, non vecchia. – Quelle come te restano giovani. – Voglio che tu mi uccida, ti bacerò la mano finché non smetterò di respirare. – Prima di morire bisogna vivere». Poi arriva un personaggio che stravolge la quotidianità di Yarme e Keila e li riporta in quel torbido che in fondo faceva ancora parte di loro, li tenta con un ménage à trois in cui le parti si alternano, si confondono. Mette insieme un piano a dir poco spregiudicato per diventare ricchi.

È vero, Yarme e Keila è un romanzo scabroso, ma a suo modo: non tanto nel sesso più alluso, sognato e temuto che in quello praticato. Piuttosto nei sentimenti e negli impulsi che i protagonisti mettono a nudo senza filtri, con una disarmante sincerità. Anche e forse più di tutti il candido Bunem con quella sua passione che trascinerà Keyla a New York e dopo di lei anche Solcha, l’anarchica idealista ispirata alla mitica ma reale figura di Emma Goldman. Fra tutte, è a Keyla che si finisce per volere più bene, e un bene grande: Keyla con la sua fragilità e la sua ruvidezza, Keyla che scappa da se stessa, che ama sconfinatamente, che va incontro al proprio destino e gli fa la guerra. Keyla è un personaggio indimenticabile, che Singer deve avere amato di un amore grande almeno quanto quello di Bunem e Yarme messi insieme, per avercela dipinta così, con tanta forza e tanta poesia e tanta, tanta nostalgia per qualcosa che non sapevi cos’era, quando l’avevi. Ma non è certo il caso di svelare al lettore il cammino di una trama avvincente, piena di cose che succedono, di colpi di scena, di comparse e comprimari che Singer tratteggia con il suo solito, sorprendente estro, creando un affresco prima della Varsavia ebraica con i suoi variopinti bassifondi e poi della assai poco dorata «Goldene Medine», l’«Eldorado» di una New York che a Varsavia assomiglia tantissimo. Fatto sta che si resta incollati alla pagina, un po’ per seguire la storia un po’ per la meraviglia di avere ritrovato questo grande scrittore, per scoprire che quel «Vieder zu sehen», quel triste «arrivederci» con cui lo avevamo salutato nel luglio del 1991 era davvero un «arrivederci» e non un addio. Bentornato, Reb Singer.

(Elena Loewenthal, La Stampa 21 ottobre 2017)

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