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“…Alli trirece de giugno sant’Antonio gluriuso ‘e signure, ‘sti birbante ê facettero ‘o mazzo tante. So’ venute li francise aute tasse n’ci hanno mise, liberté… egalité… tu arruobbe a me io arruobbo a te! Sona sona sona Carmagnola sona li cunsiglie viva ‘o rre cu la famiglia. …”. La traduzione s’impone trattandosi del napoletano antico: “…Era il 13 giugno il giorno di sant’Antonio glorioso e signore e a questi briganti gli fecero… (furono sonoramente sconfitti). Son venuti i francesi che hanno messo altre tasse… liberté… egalité…tu rubi a me ed io rubo a te! Suona suona suona Carmagnola suona il consiglio viva il re e la famiglia…”.

È una strofa del Canto dei Sanfedisti un canto popolare e naturalmente di autore ignoto così come ignoto è l’autore della Carmagnola francese, la danza che impazzava durante il terrore della rivoluzione giacobina. L’autore o meglio gli autori si riferiscono all’episodio storico che vide il 13 giugno del 1799 le truppe francesi del generale Championnet soccombere presso il Ponte della Maddalena contro l’esercito borbonico del Cardinale Ruffo largamente appoggiato dai lazzari e dal popolo fedele al suo re Ferdinando IV di Borbone.

Fu la fine della breve vita della Repubblica Napoletana e il ritorno a Napoli della dinastia borbonica. Una Repubblica nata gemella di quella francese che, anche se animata da ansie di libertà, portò con la forza degli invasori d’oltralpe il terrore tra le genti del sud.

I francesi si macchiarono di infamia e si resero colpevoli di gravi episodi efferatezza e di crudeltà. Basti pensare a Isola del Liri dove furono massacrate 1300 persone, a Minturno tra gennaio e aprile del 1799 furono barbaramente massacrate 2000 innocenti, così a Castellonorato, a Guardiagrele, a San Severo, a Andria, a Ceglie, a Carbonara, e…, purtroppo l’elenco di stragi è lungo.

Così possono spiegarsi i versi del canto dei Sanfedisti, con la rabbia di un popolo turlupinato e vessato da chi avrebbe dovuto portare libertà e uguaglianza e invece portò lacrime e distruzione.

La monarchia e ,“viva il Re”, c’entra poco e come scrisse Benedetto Croce, “senza che se lo aspettasse, senza che l’avesse messo nei suoi calcoli, vide da ogni parte levarsi difenditrici in suo favore le plebi di campagna e di città, che si gettarono nella guerra animose a combattere e morire per la religione e pel re”.

(Franco Seccia/com.unica, 13 giugno 2017)

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