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Ci dicono che l’arte e la pittura naif è del tutto ingenua ed è priva di legami con la realtà che la circonda. È favolistica, è fuori dal mondo reale è assolutamente immaginaria. Ma a quale realtà poteva richiamarsi Antonio Ligabue se persino il suo cognome era incerto: Costa o Laccabue, svizzero o italiano? Una storia di vita impossibile come tante che se appagano i racconti strappalacrime del romanzo cinematografico certo non rendono la drammaticità di un’esistenza vissuta come un castigo senza colpe a cui si è chiamati da un destino infame. E il passo per la follia è quasi certo, una pazzia che ti porta a vedere cose e mondi sconosciuti agli occhi della normalità. Una normalità incompresa alla mente di quelli che non l’hanno conosciuta perché a loro è stata negata. Si racconta che il pittore Antonio Ligabue dava i suoi dipinti per un pezzo di pane o per un ricovero momentaneo che lo riparasse dai tormenti di una vita errabonda. Chissà quante volte si sarà chiesto se questi predoni del suo incantevole pennello favolistico erano sani di mente? Quante volte avrà dato la sua arte dicendo tanto questo non capisce un cavolo?

Ma per gli altri il matto, “al mat”, era lui con il suo entrare e uscire dai manicomi. Un pazzo irascibile che inseguiva sogni di libertà nella ricerca anche autolesionistica di una vita diversa, una vita senza catene e senza raggi. Come quando portato sull’altare di una celebrità che lui non comprendeva, con i soldi che gli offrivano si mise a rincorrere la velocità delle ruote e nell’ebrezza del sogno di volare infilò la sua testa tra i raggi di una fiammante motocicletta Guzzi convinto di andare veloce come le ruote. Rimase paralizzato ma non smise di affidare al pennello la sua voglia di andare oltre. Antonio Ligabue andò oltre, dopo aver chiesto di essere battezzato e cresimato come a cercare quella normalità che la vita gli aveva negato, il 27 maggio 1965 all’età di 66anni.

(Franco Seccia/com.unica, 27 maggio 2017)

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