[ACCADDE OGGI]

Il 18 maggio 1988 Enzo Tortora, un uomo colto, un giornalista, un presentatore televisivo da grandi ascolti, un credente nella libertà, morì stroncato da un brutto male. Gli sopravvive, nonostante la sua drammatica vicenda elevata a esempio di “malagiustizia”, il brutto male, il tumore invasivo della giustizia italiana e del giornalismo sensazionale al servizio perenne dei gaudenti al “tintinnio delle manette“.

Riprendendo la sua seguitissima trasmissione televisiva dopo quattro anni dal suo arresto e sette mesi di detenzione perché ritenuto colpevole di traffico di stupefacenti e associazione camorrista; dopo una pesante condanna in primo grado a dieci anni di carcere sull’unica base di una folla di pentiti ansiosi di ricoprire il ruolo di collaboratori; dopo la definitiva e piena assoluzione, Tortora disse: “Dunque, dove eravamo rimasti?” 

La domanda resta attuale oggi a distanza di quasi trent’anni dalla morte di Enzo Tortora e aspetta una risposta chiara e possibilmente, ma siamo in Italia, convincente. Eravamo rimasti al più lampante e clamoroso caso di errore giudiziario anche se certo non è il solo. Eravamo stupiti dalle grida forcaiole di grandi firme del giornalismo stampato e televisivo. Fummo scioccati da dichiarazioni di politici e magistrati che in nome di una presunta giustizia capace di colpire anche i potenti si appuntavano sul petto tronfio le medaglie per l’arresto di un personaggio pubblico amato o odiato come inevitabilmente fu Enzo Tortora.

Poi, candidamente l’ammissione dell’errore, un marchiano errore che ha dell’incredibile: le dichiarazioni dei pentiti erano bugiarde e calunniose e il nome su un’agenda di un camorrista era Tortona e non Tortora e, colmo dei colmi, il numero di telefono accanto a quel nome letto male era di un signore di Salerno che spontaneamente si era presentato in Procura per testimoniare ma non fu ascoltato. “Dove eravamo rimasti ?”

Eravamo rimasti a un referendum sulla Giustizia che forte del clamore sul caso Tortora vide una grossa partecipazione popolare che chiese la responsabilità dei giudici perché pagassero i loro errori e le negligenze. Ma niente, i politici ritennero di far pagare lo stato per la colpa dei giudici che possono sbagliare perché sono uomini ma, uomini sono anche i troppi malcapitati che finiscono sotto la loro attenzione spesso non molto attenta. “Dove eravamo rimasti ?”.

È cambiato qualcosa? Nell’urna con le ceneri di Enzo Tortora c’è, per suo volere, una copia del libro del Manzoni “Storia della colonna infame” e sulla lapide è scritto “Che non sia un’illusione!”.

(Franco Seccia/com.unica 18 maggio 2017)

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