Questa è la storia di un’epopea. Di un’epopea che si gonfia con un lievito chiamato passione. Nell’epica di questo racconto c’è tutto: la fatica, il sudore, il successo e – nefasta – la tragedia. Una tragedia che arriva al culmine del successo, della fama e trasforma i protagonisti in eroi. Perché questa non è la storia di un eroe solitario – come Ettore sul campo di battaglia – ma è la storia di un gruppo di uomini, di una squadra: di una squadra di calcio, precisamente.
Questa storia inizia in una città del Nord, in Piemonte: a Torino. Dove la pianura finisce e si vedono, di lontano, le Alpi innevate. Una città, in mezzo a un continente: una città che non ha il respiro del mare, lo sguardo sul mare: ma ha la prospettiva impedita dai monti. Una città che non da respiro e che si fa trascinare via dal Po che incessante scivola via, in quell’acqua torbida e come tutti i fiumi – nel qoheltico richiamo che sollecita – si getta in mare, verso oriente, e gettandosi nell’acqua salmastra non lo riempie, il mare.
Il tempo è quello che precede la guerra, un tempo d’attesa dove la pace si sostanzia in un’ansia di guerra, di dominio. Alla Presidenza del Torino arriva Ferruccio Novo che inizia, paziente, la costruzione di una squadra formidabile. Inizia circondandosi di gente che di calcio ne capisce più di lui e segue, in maniera febbrile, i consigli di Vittorio Pozzo già vincitore, come allenatore, di due Coppe Rimet: nel 1934 e nel 1938. I regime fascista aveva scommesso molto sullo sport; non solo nel calcio, ma anche nella boxe: ci sarebbe da narrare anche un’altra epopea contemporanea, quella di Primo Carnera. Il titolo mondiale dei Pesi Massimi vinto in un Madison Square Garden pieno zeppo di corpi, di fiati: con la gente stipata come sardine. Carnera mise Ko Jack Sharkey alle Sesta ripresa divenendo campione del mondo: Carnera mandò due telegrammi per annunciare l’evento, uno alla madre e l’altro al Duce del fascismo.
Ma torniamo a Torino che le divagazioni nel racconto esondano come una piena del Po, ma rischiano di distrarre il lettore che questa storia se la vuol far raccontare per bene.
La squadra che Novo andava via via costruendo si basò all’inizio sull’allenatore ungherese Ernest Egri Erbstein e su un diciottenne acquistato dal Varese per 55mila lire: Vittorio Ossola. Su Ernest Egri Erbstein bisognerebbe tornarci su: ebreo ungherese a seguito delle Leggi Razziali fu costretto a collaborare con Novo praticamente in incognito e, in seguito, a tornare in Ungheria dove – dopo l’occupazione nazista – fu incarcerato in un campo di lavoro dal quale, fortunatamente, riuscì a scappare. È questa una storia – lo si capisce subito – dove i destini si incrociano e si ingarbugliano.

Poi arriva la guerra, mentre quella squadra era in costruzione: arrivano Ferraris II, campione del Mondo con la nazionale nel 1938, Gabetto, Bodel, Bodoira e l’ala Menti. Ma l’intuizione è essenzialmente tattica: una rivoluzione vera e propria. Dal Metodo al Sistema con quella strana disposizione dei giocatori con WM: un modernissimo 3-4-3 con due mediani e due mezz’ali alle spalle delle tre punte. Ma gli schemi di gioco, nel calcio, non si fanno sulla carta, si compiono nell’apoteosi dei campioni, degli artisti del calcio. E c’è un giocatore fenomenale che gioca nel Venezia: si chiama Valentino, Valentino Mazzola. Novo lo acquista – bruciando sul tempo la Juventus e ingarbugliando, ancora, il destino – insieme a Loik per un milione e quattrocentomila lire. Mazzola è un regista straordinario: Schiaffino prima che Schiaffino fosse solo un’idea di giocatore. Un giocatore che sentiva il gioco, che ce lo aveva in corpo quel gioco che si fa in squadra, con altri undici uomini che respirano lo stesso fiato, che annusano la medesima fatica.

Valentino Mazzola insieme a suo figlio Sandro

Valentino Mazzola insieme a suo figlio Sandro

Dopo la guerra è una continua cavalcata di successi: un calcio straordinario, moderno, veloce. E sono belli quei giovani con i capelli impomatati tirati all’indietro: belli come gli eroi. In porta c’è un nome che fa poesia: si chiama Valerio, Valerio Bacigalupo. Non è alto, anzi. Ma vola come un gatto da un palo all’altro. Bacigalupo esordisce col Toro contro la Juventus: 1 a 0 per i bianconeri con un rigore di Silvio Piola. Bacigalupo negli anni del Torino riesce a scalzare dalla nazionale Lucido Sentimenti – il mitico Sentimenti IV – che fino ad allora era l’unico corpo estraneo nel blocco del Grande Torino in nazionale.
Il Torino vince lo scudetto nel primo campionato post bellico: 1945-1946.
Si ripete nel 46-47, nel 47-48. In questa stagione Mazzola realizza 25 gol seguito da Gabetto che ne realizza 23: il capocannoniere di quell’anno fu Giampiero Boniperti della Juventus con ben 27 realizzazioni.
Poi è la storia di una promessa. La promessa che fece Valentino Mazzola a Francisco Chico Ferreira, Capitano del Benfica e del Portogallo. Si erano incontrati a Genova con le rispettive nazionali e, come capita, si erano “piaciuti”. E scatta l’invito: per l’omaggio a Ferreira si sarebbe tenuta una partita fra il Benfica e il Torino a Lisbona. E Valentino accetta. Poi passano i mesi, i giorni passano.
Mazzola, in realtà era infortunato, ma decise ugualmente di partire per il Portogallo.
Non partì – e fu la sua salvezza – Renato Gandolfi, secondo portiere. Al suo posto venne convocato Dino Ballarin, fratello di Aldo. Non partì, al seguito della squadra, la voce del calcio: Niccolò Carosio. Lo salvò la Prima Comunione del figlio. E non partì neanche Vittorio Pozzo, che di quella squadra magnifica, che sul campo danzava, era stato uno degli ispiratori e degli esegeti.
La partita di Lisbona termina 4 a 3 per il Benfica, ma più che una partita è una festa.
Il 4 maggio del 1949, al rientro da Lisbona il piccolo aereo delle Aviolinee Italiane trova una gran nebbia nel cielo sopra Torino.
«Visibilità zero – aveva scandito in Morse il radiotelegrafista del campo – se volete atterrare dovete volare a vista».
«Quota duemila, tagliamo su Superga», dicono dall’aereo.
In realtà non erano a quota duemila, ma a poche centinaia di metri da terra. Poi trema, l’aereo. Ci sono nubi densissime e raffiche di vento. Si stringono nelle spalle gli occupanti dell’aereo, gli eroi che nulla temevano. Quelli del “Trio Nizza” Bacigalupo, Martelli e Rigamonti sono seduti vicini. Sono amici per la pelle, inseparabili. Qualche mese prima Rigamonti, scherzando, aveva detto: «Noi tre dobbiamo morire insieme perché siamo troppo amici; e tu Martelli, che sei piccolo, ti porteremo in tasca dal Signore Iddio».
Loik, invece, aveva detto allo juventino Giampiero Boniperti durante una trasferta della nazionale, indicando l’aereo: “questa sarà la nostra bara”.
Alcuni sentono un rombo fortissimo, poco oltre la nebbia. E il rumore sordo di uno schianto: sono le 17:05 del 4 maggio 1949. Un contadino, il cappellano della Basilica di Superga don Tancredi. Poi sono fiamme, fuoco. Tutto è rumore e silenzio. Il cielo pesa addosso quando arrivano – ignari dell’immane tragedia – i primi soccorritori. Qualcuno vede una maglia granata con lo scudetto cucito grosso. Si spostano i corpi: alcuni nudi dalla furia dell’impatto, irriconoscibili.
Altri si riconoscono distintamente. C’è ancora fumo quando arriva Vittorio Pozzo e riconosce uno a uno – per una cravatta, per un abito – i suoi ragazzi. Arriva anche John Hansen e gli disse: “your boys”, i suoi ragazzi. E scoppiò a piangere.
Un pianto che è il pianto di tutta l’Italia. In un crepuscolo durato tutto un giorno, nel lucore terreo della nebbia che tutto avvolge, dalla Basilica di Superga e su tutta una città.
Così finì l’epopea magica di una squadra di calcio; su una collina, in una carcassa accartocciata di un aereo. Quel che resta è la grandezza, il bagliore, la perfezione, la classe.
Un cuore grande che mai ha smesso di battere.

(Emiliano Deiana/com.unica 4 maggio 2017)

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