[ACCADDE OGGI]

Indro Montanelli scrisse in un pezzo della sua stanza sul Corriere della Sera nel 1996 “…Sono stato fascista, come tutte le persone della mia generazione… Non perdo occasione per ricordarlo, ma neanche di ripetere che non chiedo scusa a nessuno”; in un bellissimo articolo dell’agosto di un paio di anni fa su “Libero”, dal titolo ogni italiano è figlio di un fascista, Giampaolo Pansa scrive ““…il 1° ottobre 1941, giorno del mio sesto compleanno, divenni un Figlio della lupa. Era il gradino iniziale della scala inventata per la gioventù del regime. A sette anni, in seconda elementare, si restava sempre Figli della Lupa. A otto si diventava Balilla. Si chiamava Balilla anche il giornaletto che leggevo, una specie di concorrente del Corrierino dei piccoli. Lì avevo imparato chi erano i nemici dell’Italia. Re Giorgetto d’Inghilterra. Il ministro Ciurcillone. Rusveltaccio Trottapiano, presidente americano, che ubbidisce alla signora, la terribile Eleonora. Ma i più pericolosi erano i russi che si ammazzavano tra di loro. Il terribile Stalino, l’Orco rosso del Cremlino, dice urlando come un pazzo alle guardie del palazzo: i compagni qui segnati siano tutti fucilati! Nell’estate del 1943, conclusa la seconda elementare, i miei genitori decisero di mandarmi alla colonia montana …. Le giornate si aprivano con l’alza bandiera e le preghiera del Balilla, recitata a turno da uno dei ragazzini: “Signore, benedici il Duce nostro nella grande fatica che Egli compie. E poiché l’hai donato all’Italia, fallo vivere a lungo per la Patria e fa’ che tutti siano degni di lui” … un mese dopo, era la fine del luglio 1943, tutto sembrò sparire con la caduta del Duce. … nessuno aveva il coraggio di riconoscere di essere stato un fascista senza pentimento. …”.

Ecco, se hanno ragione Montanelli e Pansa, tutti i nostri padri, i nostri nonni e, oggi, è il caso di dire i nostri bisnonni, sono stati fascisti e tutti, i più piccoli di quel tempo, hanno recitato “la preghiera del balilla” o quella delle “piccole italiane”. A noi, per la cadenza degli avvenimenti storici, interessa ricordare che con legge n. 2247 del 3 Aprile 1926 approvata dalla Camera dei Deputati e dal Senato, fu istituita “L’Opera Nazionale Balilla- Ente Morale per l’Assistenza e per l’Educazione Fisica e Morale della Gioventù”. Gli storici si dividono tra quelli che ritengono che si trattò del tentativo, naturalmente all’italiana (basta pensare ad una preghiera di cui anche i più incalliti adulatori si vergognarono e perciò fu immediatamente ritirata dalla circolazione – “Io credo nel sommo duce, creatore delle camicie nere, e in Gesù Cristo suo unico protettore. Il nostro salvatore fu concepito da buona maestra e da laborioso fabbro. Fu prode soldato, ebbe dei nemici. Discese a Roma, il terzo giorno ristabilì lo Stato…” -), di militarizzare un intero popolo e quelli che più analiticamente vi leggono il primo e reale tentativo di dare un educazione obbligatoria e assistita a tutti i giovani nati nel bel paese che all’epoca registrava un tasso di alfabetizzazione pressoché vicino allo zero. Insomma, una scuola dell’obbligo infarcita di libro e moschetto.

Di vero c’è che anche le più sperdute contrade della penisola furono attrezzate con campi sportivi e case di accoglienza (le famose case dell’ONB) e si moltiplicarono le iniziative di colonie per i ragazzi attraverso i cosiddetti “campi dux”. In poco meno di vent’anni di esistenza l’ONB contribuì a far conoscere l’Italia agli italiani sia pure attraverso le ridicole sbavature delle adunate del sabato.

Tutti vestirono la divisa, tutti furono balilla o avanguardisti o piccole italiane, anche Alberto Sordi che, sfruttando la conoscenza di Renato Ricci, fondatore e Presidente dell’ONB, riuscì a portare un suo amico veterano balilla a Palazzo Venezia da Mussolini. Il veterano balilla voleva fare soldi con la creazione di una catena di ristoro sparsi per la penisola e bisognoso di aiuti economici volle sottoporre il progetto a Mussolini. Albertone così ricorda quell’incontro: “l’usciere Navarro ci fa entrare nella mitica Sala del Mappamondo. Era immensa e lustra come uno specchio: “Mi tremavano le gambe. Il Duce ci aspettava dietro un grande tavolo. Salutiamo romanamente nelle nostre divise fiammanti. Poi il Duce parla con voce rotonda: “Camerati, vi ascolto“. Al che il veterano si slancia in avanti: “Eccellenza, Duce, ecco il mio piano laborioso. Darà lavoro a centinaia di persone“. E gli porge alcuni fogli con mappe e grafici. Passano cinque, dieci secondi, sufficienti perché Mussolini intuisca tutta, l’inconsistenza del progetto. “Mi vorreste alla posa della prima pietra? No – dice -, vi do tempo. Verrò all’ultima”.

(Franco Seccia/com.unica, 3 aprile 2017)

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