Alcune riflessioni (da La Stampa) sul vertice a Washington tra il presidente degli Stati Uniti e il primo ministro israeliano. 

C’è una parola che non è stata pronunciata nella conferenza stampa alla Casa Bianca di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Ma ha tenuto banco nell’incontro fra i due leader. Golan. Il campo di battaglia nelle guerre arabo-israeliane dove per decenni si sono confrontati Israele e Siria. Occupato nel 1967, annesso nel 1980, rimasto «congelato» fino al deflagrare della guerra civile siriana. Netanyahu ha chiesto a Trump di riconoscere l’annessione israeliana. Una richiesta impegnativa, un passo difficile, molto di più dell’eventuale spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme o del riconoscimento degli insediamenti. Ma, per Israele, più importante, e che mira agli equilibri futuri in Medio Oriente.

Le Alture del Golan sono uno spartiacque strategico. L’esercito che ci sta in cima può scendere da un lato fino a Damasco, senza ostacoli. O dilagare verso il Lago Tiberiade e il cuore di Israele, dall’altro. Dal 1974 una missione Onu di osservatori faceva da cuscinetto fra israeliani e siriani. Fino all’agosto del 2014, quando 45 Caschi Blu delle Fiji vengono sequestrati dai combattenti di Al-Nusra, l’Al-Qaeda siriana. La missione Onu di fatto finisce lì e l’esercito israeliano si trova su una frontiera contesa fra ribelli moderati, jihadisti, alleati dell’Isis, unità regolari siriane e Hezbollah libanesi. Il Golan si ritrova al centro del dispositivo di sicurezza di Israele.

Per questo Netanyahu ha insistito con Trump. Ha spiegato, secondo fonti israeliane, che l’annessione delle Alture è irrinunciabile, mentre in Cisgiordania non avrebbe senso «annettersi due milioni di palestinesi». Ma il premier ha anche «suggerito» al presidente un secondo passo. Applicare l’idea di John McCain sulle «no-fly-zone» al Sud della Siria al cosiddetto «triangolo druso» alle frontiere con Israele e la Giordania. La politica dell’Amministrazione Usa sulla Siria è in via di ridefinizione. McCain è un anti-russo e Trump vorrebbe tentare una collaborazione con Putin contro l’Isis sul territorio siriano. Ma le cose evolvono rapidamente e ci potrebbe essere spazio per una soluzione molto gradita a Israele. Un «zona-cuscinetto» che tenga fuori sia i gruppi ribelli islamisti sia Hezbollah.

Israele ci sta lavorando dal 2014. Dopo la cacciata dell’Onu i ribelli stavano dilagando. Solo l’intervento di Hezbollah li ha contenuti. I miliziani libanesi hanno ripreso la città strategica di Quneitra e impiantato lì il loro quartier generale. Il fronte è fluido, i villaggi passano di mano in mano, anche perché i ribelli sono molto divisi.

L’esercito israeliano osserva, a parte qualche raid contro postazioni dell’Isis e sui convogli diretti a Hezbollah. Punta sulla carta dell’aiuto umanitario per far breccia nella popolazione. I feriti, sia civili sia combattenti ribelli, vengono fatti passare al confine e curati negli ospedali israeliani. Almeno tremila in tre anni. Per ragioni umanitarie non si fanno distinzioni, e anche quelli di Al-Nusra vengono soccorsi. Ma i militari sottolineano le tante vite salvate. Compresa una bambina di 5 anni, che aveva bisogno di un urgente trapianto di midollo, curata in un centro specializzato di Haifa.

Nei villaggi in mano ai ribelli manca tutto. Non c’è elettricità. I generatori, senza gasolio, sono fermi. L’inverno è rigido, le notti si va sempre sotto zero. L’esercito israeliano ha creato un’unità specializzata nell’assistenza ai civili. I militari notano che non ci sono più alberi, i contadini li hanno tagliati per scaldarsi con la legna. Fanno arrivare cibo, medicinali, vestiti pesanti e «18 tonnellate» di coperte. Una politica che comincia a far breccia soprattutto fra i drusi. Nei villaggi del Golan occupato, i ritratti di Assad cominciano a scomparire dai ristoranti. A Buqata compare la bandiera israeliana su una scuola ricostruita. I rapporti con i drusi, la comunità araba che meglio si è integrata in Israele, servono anche a estendere l’influenza più in là. Se davvero nasceranno le «zone cuscinetto» in Siria, sul modello di quella che la Turchia si è presa nel Nord, Israele giocherà la carta drusa per tenere lontani dal Golan i suoi due avversari arabi storicamente più temibili, la Siria ed Hezbollah.

(Giordano Stabile, LA STAMPA 17 febbraio 2017)

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